15 Novembre 2021 - 12.02

Spiagge e concessioni: chi troppo vuole nulla stringe…

Di Umberto Baldo

E’ proprio il caso di dire che, relativamente al problema delle concessioni balneari, per l’ennesima volta il proverbio “chi troppo vuole nulla stringe” ha mostrato tutta la sua valenza.
E ciò vale in primis per i titolari delle concessioni, i proprietari degli stabilimenti balneari per capirci, che hanno goduto per decenni di rinnovi di concessioni quasi automatici a canoni spesso ridicoli, con il risultato che molti stabilimenti sono gestititi dalla stessa famiglia dall’inizio del secolo scorso.
Questi signori non hanno percepito che, dopo l’approvazione della Direttiva Bolkestein, che stabilisce tra l’altro che le concessioni pubbliche debbano essere affidate ai privati attraverso gare con regole equilibrate e con pubblicità internazionale, la corda stava sfilacciandosi, e con protervia hanno continuato a comportarsi come una lobby, condizionando tutti i Governi che si sono succeduti nel tempo.
Poi la politica che, non si capisce perchè visto che non parliamo di milioni di voti (ma è anche vero che i nostri Demostene non buttano via niente), ha sempre snobbato alla grande le norme comunitarie, pur recepite nel nostro ordinamento, arrivando con il Governo Conte 1 a concedere la proroga alle concessioni addirittura fino al 2033.
E a sbloccare la situazione, allineandosi alle regole europee, non c’è riuscito neppure Mario Draghi, che nel Ddl sulla Concorrenza ha ottenuto solo il via libera ad una mappatura di tutte le concessioni attive in Italia (e poi pensiamo di essere una democrazia avanzata!). Ma come raramente succede nella storia, ma fortunatamente a volte succede, il sodalizio fra Partiti e concessionari è stato messo in crisi da un singolo uomo, il Sindaco di Lecce Carlo Salvemini. Un Primo cittadino che, nonostante le opposizioni interne alla propria Amministrazione comunale, ed a numerose sentenze di Tar favorevoli ai balneari, non ha piegato la schiena, non si è allineato all’andazzo generale, e spiegava così la sua battaglia: “Se io da sindaco concedessi l’utilizzo di un castello per fini turistici senza procedura di affidamento e senza gara, per un lunghissimo periodo, di generazione in generazione, mi troverei la Procura della Repubblica, la Guardia di Finanza e la Corte dei Conti all’uscio del Comune. Perché per le spiagge non devono valere le regole che giustamente bisogna rispettare per dare in concessione tutti gli altri beni demaniali?”
Immaginate le pressioni che ha dovuto subire questo Sindaco perchè desistesse dai suoi obiettivi.
Invece Salvemini, che è stato addirittura oggetto di segnalazione alla Corte dei Conti per le spese sostenute dal Comune nel contenzioso con i concessionari, non si è fermato, non ha applicato nel suo Comune la proroga al 2033 decisa dal Governo, ed alla fine ha presentato un ricorso al Consiglio di Stato, chiedendo al Presidente Filippo Patroni Griffi un’unica definitiva interpretazione.
Ed il Consiglio di Stato, prendendo atto che la questione era arrivata a un tale punto di esasperazione da rendere urgente una intervento chiarificatore, ha risposto all’appello del Sindaco di Lecce con una pronuncia definitiva e inappellabile.
Infatti, per chi ha un po’ di dimestichezza con il linguaggio giuridico, si tratta di una sentenza dalla cosiddetta funzione “nomofilattica”, cioè finalizzata a stabilire principi giuridici generali, e non ad esprimersi su un singolo contenzioso.
E, sulla base di questa nuova “interpretazione uniforme”, è assodato che dal 2024, anche se il Governo non approverà nuove leggi, le concessioni non saranno più valide, e qualsiasi tentativo di introdurre nuove proroghe sarà considerato «senza effetto perché in contrasto con le norme dell’ordinamento dell’Unione Europea».
Quindi, pur ammettendo che non sarà facile mettere mano ad un serio riordino del settore delle concessioni, essa rappresenta un “punto di non ritorno”, per cui nessuno potrà più chiedere di escludere le spiagge dalla direttiva Bolkestein, perchè ad imporre la riassegnazione delle concessioni mediante gara resterebbe comunque il Trattato fondativo dell’Unione Europea, norma di rango superiore al diritto nazionale italiano.
E francamente, per quanto i politici in generale si siano sempre mostrati proni alle richieste dai balneari, non ce li vedo proprio a promuovere un’ Italexit per le spiagge.
Certo i concessionari non l’hanno presa bene, e minacciano risorsi alla Corte Costituzionale ed alla Corte Europea (sic!).
Ma sarebbe bene invece che tenessero i nervi saldi, facessero un severo “mea culpa” per non avere facilitato una soluzione condivisa, vista la contrarietà dell’opinione pubblica e le pressioni sempre più forti della Ue, e soprattutto cercassero di sfruttare al meglio il lasso di tempo concesso dal Consiglio di Stato prima della scadenza definitiva della proroga attuale al 31 dicembre 2023, e ciò per “evitare il significativo impatto socio-economico che deriverebbe da una decadenza immediata e generalizzata di tutte le concessioni in essere».
Due anni possono sembrare pochi, ma sono un tempo ragionevole se ben utilizzato, anche in considerazione del fatto che i giudici amministrativi hanno comunque ammesso la possibilità che per fissare i principi della gare si possa tenere conto della professionalità acquisita dai gestori, pur precisando che «tale valorizzazione non potrà tradursi in una sorta di sostanziale preclusione all’accesso al settore di nuovi operatori» e avvisando che «nel conferimento o nel rinnovo delle concessioni, andrebbero evitate ipotesi di preferenza “automatica” per i gestori uscenti”.
E’ evidente che i concessionari dovranno “lavorare” su queste aperture, anche facendo valere (perchè no?) il valore aggiunto apportato agli stabilimenti in termini di innovazione ed investimenti, avendo però sempre ben presente che il “muro contro muro” non li porterebbe da nessuna parte.
Per quanto attiene alla politica, francamente mi sarei aspettato una minore sguaiatezza di fronte ad una pronuncia del massimo livello della giurisdizione amministrativa.
Invece, in piena linea con il livello sempre più basso dei nostri Demostene, si sono sentiti in primis da Matteo Salvini e da Giorgia Meloni commenti irosi, faziosi, privi di qualsiasi spirito di autocritica. Ma è vero che neanche gli “altri” non si sono lanciati in plausi per il Consiglio di Stato.
Chi legge da tempo le mie riflessioni, sa che sono tante volte ritornato sul tema della violazione della direttiva Bolkestein sulle concessioni balneari.
Poteva sembrare una sorta di “ossessione” come quella che mi spingerebbe a trattare spesso di Alitalia, del Monte dei Paschi, e di tutti i casi in cui le leggi vengono aggirate a favore di pochi, ed i soldi dei contribuenti vengono gettati al vento.
Quindi si potrebbe pensare che alla notizia del pronunciamento del Consiglio di Stato mi sia lasciato andare a urli di gioia e a brindisi sfrenati.
Confesso che sì, un po’ di soddisfazione l’ho provata, la stessa che ha provato il mugnaio di Potsdam quando ha trovato il suo “giudice a Berlino”, ma subito temperata dalla consapevolezza che adesso abbiamo davanti una nuova cornice.
Sta ai concessionari, ai pubblici poteri, alla Politica, trasformarla in un bel quadro.
Umberto Baldo

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