RIVOLUZIONE FISCALE PER LE PRO LOCO: OPPORTUNITÀ O PROBLEMA PER IL TERZO SETTORE?
Dal 1° gennaio 2026, con un aggiornamento ad aprile, le associazioni del terzo settore hanno visto cambiare radicalmente le regole fiscali, con modifiche che toccano in modo particolare le Pro Loco. Tra allarmismo e timori diffusi, il settore si interroga: la nuova legge rappresenta un’opportunità di semplificazione o un rischio per la sopravvivenza delle associazioni?
“C’è stato molto allarmismo, ma non bisogna dimenticare che il mondo va avanti – spiega Antonio Chemello, presidente provinciale UNPLI Vicenza –. Dobbiamo ammettere che non tutte le associazioni operano con trasparenza, e la nuova normativa porterà semplificazioni anche per le realtà più piccole. La vera sfida resta la burocrazia: le Pro Loco sono responsabili di qualsiasi evento, dal più grande al più piccolo. Per affrontarla servono strumenti e professionisti, come consulenti, per garantire correttezza e trasparenza.”
NOTA
La nuova normativa proposta per le Pro Loco ha innescato un acceso dibattito a causa di un approccio legislativo che sembra voler inquadrare queste realtà del volontariato all’interno di una cornice fiscale e amministrativa estremamente rigida, tipica degli enti commerciali. Il cuore del problema risiede nella riforma del Terzo Settore e nelle nuove disposizioni sull’IVA, che rischiano di equiparare gli incassi derivanti da sagre e manifestazioni gastronomiche a vero e proprio fatturato aziendale; ciò comporterebbe un aumento insostenibile del carico fiscale e degli adempimenti contabili per associazioni che, per loro natura, non perseguono il profitto ma reinvestono ogni centesimo nella valorizzazione del territorio. L’allarmismo è alimentato inoltre da una “burocratizzazione” sempre più pervasiva: l’obbligo di interfacciarsi con il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) impone standard di rendicontazione, depositi telematici e responsabilità legali che gravano pesantemente sulle spalle dei direttivi, spesso composti da volontari che operano in piccoli centri e che non possiedono le competenze tecniche o le risorse economiche per gestire una struttura così complessa. Il timore diffuso, dunque, è che questo inasprimento normativo possa inibire il ricambio generazionale e spingere molte storiche associazioni alla chiusura definitiva, lasciando i piccoli comuni privi di quei presidi sociali e culturali che garantiscono la sopravvivenza delle tradizioni locali e della coesione comunitaria.










