11 Febbraio 2026 - 9.43

Referendum.  La politica che gioca, il Paese che perde

Umberto Baldo

Non serviva Mago Merlino per prevedere che la campagna referendaria sarebbe degenerata in un derby all’italiana fra maggioranza e opposizione. Lo avevo scritto con largo anticipo, in due editoriali che stanno ancora lì a testimoniarlo (https://www.tviweb.it/referendum-sara-lennesimo-derby-allitaliana/), (https://www.tviweb.it/un-referendum-per-giuristi-una-campagna-per-tifosi/).   Ma non immaginavo che lo scontro si sarebbe spinto fino a questo livello di radicalizzazione, di incanagliamento, di incarognimento,  di rozzezza comunicativa.             Nei giorni scorsi mi ha colpito un post circolato su Facebook: una pessima immagine di Giorgia Meloni sovrastata dalla scritta “Dopo due anni e mezzo di bugie e sudditanza politica, MANDIAMOLA A CASA. Il 22 marzo vota No a Meloni”. 

Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Di materiale peggiore la rete è piena.
Il punto però è un altro: a memoria mia, e di Referendum ne ho visti parecchi, questa è la campagna più “primitiva” nella storia della Repubblica. 

Una campagna condotta da entrambi i fronti quasi esclusivamente sul piano emotivo.

Finché certi messaggi restano confinati ai soliti leoni da tastiera, il danno è limitato. 

Le mamme dei cretini, di ogni parte politica, continuano ad avere una fertilità invidiabile. 

Il problema serio nasce quando questo linguaggio viene adottato direttamente dalle forze politiche.

Il primo segnale è arrivato il 3 febbraio: il Partito democratico ha pubblicato su Instagram un video con immagini di un’adunata fascista ed una didascalia che non lasciava spazio a interpretazioni: “Chi vota Sì al referendum sulla separazione delle carriere vota come CasaPound”. 

Il messaggio è chiaro e brutalmente semplificato: chi vota Sì è fascista, o quantomeno vota come i fascisti.

Una comunicazione viscerale, studiata per colpire l’istinto, non il cervello.

Poche ore dopo arriva la risposta speculare. 

Fratelli d’Italia diffonde un’immagine sull’assalto di Torino, con la scritta “Domiciliari per presunto aggressore agente. Hanno liberato chi ha combinato questo” e, in basso, un grande “Sì”. 

A stretto giro Forza Italia rilancia un meme dello stesso tenore. 

Anche qui il messaggio è elementare: il Magistrato è incapace, se non complice. 

Il codice di procedura penale, le prove, i limiti della custodia cautelare non interessano. Conta solo l’emozione, la rabbia, la paura. Vota Sì.

Avevo previsto che le opposizioni avrebbero scientemente evitato il merito del quesito, trasformando il referendum in un giudizio sul Governo. 

Il centrodestra, che non aveva alcun interesse a seguirle su questo terreno, è invece caduto nella trappola. Ha accettato lo scontro sul piano puramente emozionale, e si prepara ad una battaglia tutta giocata sugli “errori” dei Magistrati.

Il risultato è una campagna referendaria quasi completamente svuotata di contenuti. 

Le norme sottoposte a voto sono uscite dal dibattito politico, e restano patrimonio esclusivo dei giuristi, che peraltro hanno già evidenziato con chiarezza i valori e le fragilità di entrambe le posizioni.

È una campagna esemplare, perché fotografa perfettamente lo spirito del tempo: domina la logica tribale. 

Il Capo indica il cielo e dice che non pioverà, e la tribù lo segue anche quando le nuvole nere sono evidenti. 

A destra riemerge il vecchio settarismo identitario; a sinistra il riflesso condizionato del giustizialismo.

Nessuno sente il bisogno di chiarire un punto essenziale: non siamo di fronte a una riforma della Giustizia, bensì ad una riforma della Magistratura. 

Una questione che riguarda l’assetto dell’ordine giudiziario, i poteri, le garanzie interne tra funzione requirente e giudicante, fra Giudice e PM. 

Una distinzione fondamentale, deliberatamente rimossa dal dibattito.

A confondere ulteriormente le acque contribuisce la segretaria del Pd, Elly Schlein. 

Non tanto per malizia, quanto per una evidente povertà di cultura politico-istituzionale, sua e di una parte del gruppo dirigente che la circonda, più interessata ai codici dei centri sociali e dell’antagonismo che al patrimonio liberale e riformista che pure esiste ancora (fino a quando?) nel Pd.

Sul fronte opposto, il centrodestra mostra una difficoltà speculare: non riesce a trovare un equilibrio tra l’elettorato di destra-destra e quello moderato. 

Questa iper-politicizzazione rischia di allontanare proprio quegli elettori di centrosinistra che sarebbero potenzialmente disponibili a votare Sì.

Ed è qui che per Giorgia Meloni si apre un vero bivio. 

Se decidesse di esporsi ancora di più in prima persona, potrebbe sì galvanizzare la sua base, ma al prezzo di scoraggiare ulteriormente l’elettorato non organico ma favorevole alla riforma. 

E soprattutto metterebbe direttamente la faccia su una possibile sconfitta.

Si potrebbe obiettare che questi miei ragionamenti sono sofismi, perché ormai è evidente che la posta in gioco non è l’assetto della Magistratura, ma la trasformazione del referendum in un giudizio sull’operato del Governo. 

Ed è proprio su questo terreno che a mio avviso il centrodestra corre i rischi maggiori.

La separazione delle carriere rischia di essere l’unica riforma istituzionale portata a casa in questa legislatura.  Perché il Premierato non ha tempi compatibili, e l’Autonomia differenziata è impantanata, non solo perché ormai la sostiene davvero solo Luca Zaia, ma anche perché è elettoralmente esplosiva nel Mezzogiorno.

In questo clima da ultima spiaggia, da redde rationem permanente, diventa difficile persino per i sondaggisti capire l’umore reale del Paese. 

Se Meloni supera l’ostacolo referendario, consolida un ruolo difficilmente contendibile. 

Se perde, Salvini e Tajani potrebbero alzare il livello della tensione interna. 

Non è scontato, ma è tutt’altro che impossibile. Senza contare gli spazi che potrebbero aprirsi per Vannacci.

Per Elly Schlein, al contrario, una sconfitta sarebbe un colpo durissimo. 

Forse non immediato, per ragioni di calendario; ma la “resa dei conti” interna diventerebbe inevitabile.

Alla fine di questa campagna non resterà quasi nulla del Paese reale. Resteranno i meme, le tifoserie, i regolamenti di conti interni ai Partiti. 

La politica ha smesso di parlare ai cittadini ed ha iniziato a parlare solo a sé stessa, chiusa in una bolla autoreferenziale fatta di simboli logori, paure agitate e nemici caricaturali. 

Il Referendum, che dovrebbe essere uno degli strumenti più alti della democrazia, è stato ridotto ad una clava da usare contro l’avversario di turno.

In questa campagna non c’è traccia di responsabilità istituzionale. 

Nessuno chiede ai cittadini di capire, di valutare norme, di ragionare su assetti e garanzie. Si chiede solo di schierarsi, di tifare, di colpire. 

È il segno di una politica che non governa più, ma compete senza progetto, consumando fiducia e credibilità come fossero risorse infinite.

Il paradosso è che, mentre i partiti giocano la loro partita, il Paese scompare dal campo. Nessuno si interroga seriamente se questa riforma migliorerà il funzionamento dello Stato, se renderà la giustizia più credibile, se rafforzerà le garanzie dei cittadini. 

L’unica domanda che conta è chi vincerà e chi perderà. 

Tutto il resto è rumore.

E quando la politica smette di occuparsi del Paese e si limita a giocare contro sé stessa, il problema non è il Referendum: è la classe dirigente.

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Non serviva Mago Merlino per prevedere che la campagna referendaria sarebbe degenerata in un derby all’italiana fra maggioranza e opposizione. Lo avevo scritto con largo anticipo, in due editoriali che stanno ancora lì a testimoniarlo (https://www.tviweb.it/referendum-sara-lennesimo-derby-allitaliana/), (https://www.tviweb.it/un-referendum-per-giuristi-una-campagna-per-tifosi/).   Ma non immaginavo che lo scontro si sarebbe spinto fino a questo livello di radicalizzazione, di incanagliamento, di incarognimento,  di rozzezza comunicativa.             Nei giorni scorsi mi ha colpito un post circolato su Facebook: una pessima immagine di Giorgia Meloni sovrastata dalla scritta “Dopo due anni e mezzo di bugie e sudditanza politica, MANDIAMOLA A CASA. Il 22 marzo vota No a Meloni”. 

Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Di materiale peggiore la rete è piena.
Il punto però è un altro: a memoria mia, e di Referendum ne ho visti parecchi, questa è la campagna più “primitiva” nella storia della Repubblica. 

Una campagna condotta da entrambi i fronti quasi esclusivamente sul piano emotivo.

Finché certi messaggi restano confinati ai soliti leoni da tastiera, il danno è limitato. 

Le mamme dei cretini, di ogni parte politica, continuano ad avere una fertilità invidiabile. 

Il problema serio nasce quando questo linguaggio viene adottato direttamente dalle forze politiche.

Il primo segnale è arrivato il 3 febbraio: il Partito democratico ha pubblicato su Instagram un video con immagini di un’adunata fascista ed una didascalia che non lasciava spazio a interpretazioni: “Chi vota Sì al referendum sulla separazione delle carriere vota come CasaPound”. 

Il messaggio è chiaro e brutalmente semplificato: chi vota Sì è fascista, o quantomeno vota come i fascisti.

Una comunicazione viscerale, studiata per colpire l’istinto, non il cervello.

Poche ore dopo arriva la risposta speculare. 

Fratelli d’Italia diffonde un’immagine sull’assalto di Torino, con la scritta “Domiciliari per presunto aggressore agente. Hanno liberato chi ha combinato questo” e, in basso, un grande “Sì”. 

A stretto giro Forza Italia rilancia un meme dello stesso tenore. 

Anche qui il messaggio è elementare: il Magistrato è incapace, se non complice. 

Il codice di procedura penale, le prove, i limiti della custodia cautelare non interessano. Conta solo l’emozione, la rabbia, la paura. Vota Sì.

Avevo previsto che le opposizioni avrebbero scientemente evitato il merito del quesito, trasformando il referendum in un giudizio sul Governo. 

Il centrodestra, che non aveva alcun interesse a seguirle su questo terreno, è invece caduto nella trappola. Ha accettato lo scontro sul piano puramente emozionale, e si prepara ad una battaglia tutta giocata sugli “errori” dei Magistrati.

Il risultato è una campagna referendaria quasi completamente svuotata di contenuti. 

Le norme sottoposte a voto sono uscite dal dibattito politico, e restano patrimonio esclusivo dei giuristi, che peraltro hanno già evidenziato con chiarezza i valori e le fragilità di entrambe le posizioni.

È una campagna esemplare, perché fotografa perfettamente lo spirito del tempo: domina la logica tribale. 

Il Capo indica il cielo e dice che non pioverà, e la tribù lo segue anche quando le nuvole nere sono evidenti. 

A destra riemerge il vecchio settarismo identitario; a sinistra il riflesso condizionato del giustizialismo.

Nessuno sente il bisogno di chiarire un punto essenziale: non siamo di fronte a una riforma della Giustizia, bensì ad una riforma della Magistratura. 

Una questione che riguarda l’assetto dell’ordine giudiziario, i poteri, le garanzie interne tra funzione requirente e giudicante, fra Giudice e PM. 

Una distinzione fondamentale, deliberatamente rimossa dal dibattito.

A confondere ulteriormente le acque contribuisce la segretaria del Pd, Elly Schlein. 

Non tanto per malizia, quanto per una evidente povertà di cultura politico-istituzionale, sua e di una parte del gruppo dirigente che la circonda, più interessata ai codici dei centri sociali e dell’antagonismo che al patrimonio liberale e riformista che pure esiste ancora (fino a quando?) nel Pd.

Sul fronte opposto, il centrodestra mostra una difficoltà speculare: non riesce a trovare un equilibrio tra l’elettorato di destra-destra e quello moderato. 

Questa iper-politicizzazione rischia di allontanare proprio quegli elettori di centrosinistra che sarebbero potenzialmente disponibili a votare Sì.

Ed è qui che per Giorgia Meloni si apre un vero bivio. 

Se decidesse di esporsi ancora di più in prima persona, potrebbe sì galvanizzare la sua base, ma al prezzo di scoraggiare ulteriormente l’elettorato non organico ma favorevole alla riforma. 

E soprattutto metterebbe direttamente la faccia su una possibile sconfitta.

Si potrebbe obiettare che questi miei ragionamenti sono sofismi, perché ormai è evidente che la posta in gioco non è l’assetto della Magistratura, ma la trasformazione del referendum in un giudizio sull’operato del Governo. 

Ed è proprio su questo terreno che a mio avviso il centrodestra corre i rischi maggiori.

La separazione delle carriere rischia di essere l’unica riforma istituzionale portata a casa in questa legislatura.  Perché il Premierato non ha tempi compatibili, e l’Autonomia differenziata è impantanata, non solo perché ormai la sostiene davvero solo Luca Zaia, ma anche perché è elettoralmente esplosiva nel Mezzogiorno.

In questo clima da ultima spiaggia, da redde rationem permanente, diventa difficile persino per i sondaggisti capire l’umore reale del Paese. 

Se Meloni supera l’ostacolo referendario, consolida un ruolo difficilmente contendibile. 

Se perde, Salvini e Tajani potrebbero alzare il livello della tensione interna. 

Non è scontato, ma è tutt’altro che impossibile. Senza contare gli spazi che potrebbero aprirsi per Vannacci.

Per Elly Schlein, al contrario, una sconfitta sarebbe un colpo durissimo. 

Forse non immediato, per ragioni di calendario; ma la “resa dei conti” interna diventerebbe inevitabile.

Alla fine di questa campagna non resterà quasi nulla del Paese reale. Resteranno i meme, le tifoserie, i regolamenti di conti interni ai Partiti. 

La politica ha smesso di parlare ai cittadini ed ha iniziato a parlare solo a sé stessa, chiusa in una bolla autoreferenziale fatta di simboli logori, paure agitate e nemici caricaturali. 

Il Referendum, che dovrebbe essere uno degli strumenti più alti della democrazia, è stato ridotto ad una clava da usare contro l’avversario di turno.

In questa campagna non c’è traccia di responsabilità istituzionale. 

Nessuno chiede ai cittadini di capire, di valutare norme, di ragionare su assetti e garanzie. Si chiede solo di schierarsi, di tifare, di colpire. 

È il segno di una politica che non governa più, ma compete senza progetto, consumando fiducia e credibilità come fossero risorse infinite.

Il paradosso è che, mentre i partiti giocano la loro partita, il Paese scompare dal campo. Nessuno si interroga seriamente se questa riforma migliorerà il funzionamento dello Stato, se renderà la giustizia più credibile, se rafforzerà le garanzie dei cittadini. 

L’unica domanda che conta è chi vincerà e chi perderà. 

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