Quando l’identità pesa più dei servizi. L ’Italia dei micro-Comuni

Umberto Baldo
C’è un dato da cui bisogna partire, prima di perdersi nelle poesie sul campanile e nelle sagre della nostalgia; l’Italia conta 7.896 Comuni.
Uno dei numeri più alti d’Europa. Ma il problema non è il totale. Il problema è la “taglia”.
Circa il 70% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti.
Quasi 2.000 stanno sotto i 1.000 residenti.
E qualche centinaio non arriva nemmeno a 500.
Poi ci sono i casi limite, quelli che trasformano il dibattito in una farsa: Monterone, 31 abitanti. Briga Alta, 39.
In Italia esistono 102 Comuni con meno di 100 residenti.
Meno di un condominio medio-grande, ma con sindaco, giunta, consiglio comunale, revisori, obblighi normativi identici a quelli di una città da centomila abitanti.
A questo punto una domanda diventa inevitabile, anche se politicamente scorretta: esiste un numero minimo di abitanti sotto il quale un Comune smette di essere un ente efficiente e diventa una finzione giuridica?
Perché qui non siamo più nel campo dell’identità. Siamo nel campo dell’aritmetica.
La questione è nota da decenni. Non è che lo Stato non se ne sia accorto.
Il Testo Unico degli Enti Locali e la Legge Delrio del 2014 hanno cercato di favorire le fusioni attraverso incentivi finanziari, contributi straordinari decennali, semplificazioni amministrative.
Il risultato? Modesto.
Il numero massimo di Comuni si è registrato nel 2001, con 8.101 enti.
Da allora il calo è stato di 205 unità.
Una limatura, non una riforma, e tanto per dare un’idea, nel nostro Veneto dal 2014 al 2024 si sono attuate 14 fusioni che hanno interessato 34 Comuni.
Il confronto europeo è impietoso.
Tra il 2006 e il 2023 in Grecia i Comuni sono stati ridotti del 68%; nei Paesi Bassi del 25%; in Germania del 13%; in Austria dell’11%; in Francia del 5%.
In Italia, nello stesso periodo, la riduzione è stata del 2,5%.
Lo certifica una ricerca della fondazione Think Tank Nord Est.
Insomma: mentre altrove si cercava di riorganizzare le Autonomie Locali qui si faceva finta di niente.
Meno nascite, più decessi, aree interne che si svuotano, giovani che se ne vanno.
La direzione è chiara. Non è un’opinione; è una traiettoria statistica. E non è reversibile nel breve periodo.
A questo punto la domanda diventa brutalmente semplice: ha senso mantenere un’architettura amministrativa pensata per un Paese che non esiste più?
In Italia il Comune non è un ente locale. È un totem.
Si può discutere di tutto, ma guai a toccare il Municipio. Anche quando dentro restano: tre dipendenti esausti, un segretario condiviso con altri cinque Comuni, un Sindaco che fa tutto, tranne governare davvero.
Ma badate bene che il vero ostacolo alle fusioni non sono i conti, non sono i servizi, non è la razionalità.
È il campanilismo.
Il campanilismo italiano non è un difetto caratteriale; è un fenomeno radicato, profondo.
Per secoli, prima dello Stato nazionale, l’orizzonte politico degli italiani è stato il paese, la città, la valle.
Il campanile, più che simbolo religioso, è stato per secoli un dispositivo civico; segnava il tempo, convocava la comunità, definiva un “noi” e un “loro”, con tutto il bagaglio di rivalità conseguenti.
Tutto comprensibile. Storicamente legittimo.
Il problema è che oggi quello stesso campanile viene usato per difendere un ufficio anagrafe aperto due mattine a settimana, ed un’identità amministrativa che non garantisce più nulla.
Questo radicamento locale non è un’anomalia folkloristica, ma una chiave interpretativa centrale della storia italiana.
Il campanilismo italiano, oggi come ieri, non è né un semplice limite né una virtù assoluta. È una tensione permanente tra il vicino e il lontano, tra il locale ed il nazionale; ed è anche questo fattore che rende difficile governare il Paese in modo uniforme,
La retorica contro fusioni e aggregazioni è sempre la stessa: “perdiamo l’identità”, “ci cancellano la storia”, “diventiamo una frazione”.
Peccato che l’identità non la garantisca un codice Istat, e che la storia non sparisca perché il certificato di nascita viene stampato altrove.
Quella che sparisce, semmai, è l’illusione di contare qualcosa da soli quando non si hanno più i numeri per farlo.
E qui entra il punto centrale, quello che conta davvero: i servizi.
Un micro-Comune oggi fatica a garantire: continuità nei servizi sociali, manutenzione del territorio, trasporto pubblico decente, capacità di progettazione per intercettare fondi.
Le regole sono le stesse di una città media; le risorse no.
È come pretendere che una bottega di paese funzioni con gli obblighi di una multinazionale.
C’è poi un dettaglio che raramente viene detto ad alta voce: molte resistenze alle fusioni non nascono dall’amore per il territorio, ma dalla paura di perdere ruolo, visibilità, fascia tricolore.
Difendere il Comune diventa spesso un modo elegante per difendere la carica; anche quando il Comune ha più assessori che bambini a scuola.
Continuare a difendere l’esistenza di Comuni sempre più piccoli, sempre più vuoti, sempre più dipendenti da trasferimenti esterni, non è difesa del territorio; è accanimento amministrativo.
Si mantiene in vita la forma mentre la sostanza evapora; si protegge il campanile, non i servizi sotto il campanile, si difende il simbolo, non il cittadino.
La crisi demografica non chiede permesso. Arriva e basta.
E quando arriverà fino in fondo, molti di questi Comuni non saranno più “piccoli”.
Saranno semplicemente inermi.
Le fusioni, se fatte con criterio, servirebbero a questo: creare massa critica, professionalizzare la macchina amministrativa, offrire servizi comparabili tra cittadini che oggi vivono a pochi chilometri di distanza ma in mondi diversi.
Ma qui torniamo al punto: le fusioni fanno paura perché smascherano l’insostenibilità del modello attuale.
Concludendo, bisogna che passi l’idea che ridurre il numero dei Comuni non significa cancellare le Comunità.
Significa ammettere che un Paese che cambia deve avere il coraggio di cambiare anche le proprie Istituzioni di base.
Tutto il resto è nostalgia amministrativa.
Molto italiana.
Ed ogni anno più costosa.
Umberto Baldo
















