No al nucleare? Nessun problema. Lo costruirà la Cina

Umberto Baldo
Le mie riflessioni di ieri sui temi dell’energia, in relazione alle conseguenze della guerra in Medio Oriente, hanno indotto qualche amico ad interloquire con me, concentrando l’attenzione in particolare sulla questione dell’energia nucleare.
Io lo ritengo ancora un problema aperto, anche se qualcuno immagina che, per quanto riguarda l’Italia, dopo il Referendum abrogativo del 1987, sia stato archiviato da qui all’eternità.
Ho sempre pensato che l’energia atomica faccia paura perché è qualcosa di cui la maggior parte delle persone non comprende il funzionamento.
Sole, acqua e vento sono presenti nella nostra vita di tutti i giorni, l’Uranio no; la combustione dei combustibili fossili sappiamo come funziona, dalla carbonella per la grigliata alla benzina della macchina al fornello a gas, mentre per sapere come funziona una fissione nucleare bisogna aver studiato.
Dal punto di vista storico non si tratta di una novità: le persone sono sempre state ostili al progresso, e lo hanno sempre percepito come pericoloso, a volte addirittura demoniaco.
Fin che le cose sono andate bene nessun problema, ci mancherebbe.
Gas e petrolio a basso costo dalla Russia, e tutti felici e contenti.
Poi Putin ha deciso di “allargarsi”, e allora sono cominciati i problemi, che si accentuano ulteriormente adesso con la crisi del Golfo, che mostra il nostro Paese sempre sull’orlo di una crisi di nervi per via della propria dipendenza energetica dagli altri.
Intendiamoci, non è un problema solo italiano.
Ma mentre in Italia continuiamo a discutere se sia opportuno anche solo pronunciare la parola “nucleare” senza farsi il segno della croce, nel resto del mondo qualcuno ha smesso di dibattere ed ha iniziato a costruire.
La Cina, per esempio.
Pechino non è certo un Paese privo di problemi energetici.
La sua crescita economica divorerebbe energia anche se venisse prodotta pedalando su biciclette collegate alla rete elettrica.
E proprio per questo i dirigenti cinesi hanno capito una cosa molto semplice: una grande potenza industriale non può dipendere troppo dall’energia degli altri.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti; basta guardare i numeri.
Oggi la Cina dispone di circa 58 reattori nucleari operativi, con una capacità installata superiore ai 60 gigawatt.
Ma la cosa davvero impressionante non è quello che esiste già: è quello che stanno costruendo.
Nel Paese sono infatti oltre 30 i reattori attualmente in costruzione, più di quelli di qualunque altra nazione al mondo.
Se poi si considerano anche gli impianti già approvati, e quelli in fase avanzata di progettazione, il sistema nucleare cinese arriva a oltre cento reattori tra operativi, in costruzione od autorizzati, con una capacità complessiva che ha già superato i 110 gigawatt.
E questo è solo l’inizio.
Secondo i piani energetici di Pechino, entro il 2030 la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti, diventando la prima potenza nucleare civile del mondo; mentre entro il 2040 la capacità nucleare potrebbe arrivare intorno ai 200 gigawatt, più del doppio di quella attuale.
Tradotto in termini più semplici: mentre in Europa discutiamo se sia opportuno costruire una centrale, in Cina ne progettano dieci alla volta.
Dietro questi numeri c’è una scelta politica molto precisa.
L’obiettivo è chiaro: aumentare rapidamente la quota di energia nucleare nel mix energetico nazionale, riducendo al tempo stesso la dipendenza dal carbone, e soprattutto dalle importazioni di petrolio e gas.
Non si tratta solo di quantità, ma anche di tecnologia.
Pechino sta investendo in reattori di nuova generazione, più efficienti e con standard di sicurezza più avanzati.
Parallelamente lavora allo sviluppo dei cosiddetti Small Modular Reactors, piccoli reattori modulari che promettono tempi di costruzione più brevi e maggiore flessibilità.
In altre parole, mentre da noi il nucleare è ancora oggetto di discussioni teoriche, in Cina è diventato una gigantesca politica industriale.
Naturalmente nessuno sostiene che il nucleare sia la soluzione a tutti i problemi energetici del mondo.
Non lo è e non lo sarà mai.
Ma è uno degli strumenti più potenti a disposizione di un Paese che voglia produrre grandi quantità di energia continua, stabile e a basse emissioni.
Il punto è proprio questo: energia continua.
Perché sole e vento sono risorse preziose, ma decidono loro quando soffiare o splendere.
E un sistema industriale moderno non può funzionare come una gita in barca a vela, aspettando che arrivi la brezza giusta.
Così accade che, mentre noi ci accapigliamo su ogni palo eolico o su ogni campo fotovoltaico, altri Paesi costruiscono centrali nucleari una dopo l’altra.
Non per ideologia, non per realizzare il comunismo, ma per semplice realismo.
La morale della storia è piuttosto evidente.
Se un grande Paese industriale vuole restare tale, deve prima di tutto garantirsi l’energia. Tutta quella che serve, quando serve.
Il resto sono chiacchiere. Molto democratiche, molto partecipate, ma pur sempre chiacchiere
Nella nostra Repubblica di Pulcinella abbiamo trasformato l’energia in una specie di dibattito filosofico, quando per il resto del mondo è una questione industriale.
Chi capirà questa differenza governerà il secolo.
La verità, alla fine, è semplice.
Le grandi potenze non discutono all’infinito delle proprie paure: cercano soluzioni e le realizzano.
La Cina ha scelto il nucleare e lo sta costruendo su scala gigantesca.
Noi continuiamo a considerarlo un tabù.
È una differenza culturale prima ancora che energetica.
E spesso, nella storia, sono proprio queste differenze a decidere il destino dei Paesi.
Succede con l’energia. Succede con l’industria. Succede quasi sempre.
Umberto Baldo










