Due ori e un abbraccio sotto processo

Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente malato in un Paese in cui perfino una madre che abbraccia suo figlio diventa materia da Tribunale social.
Francesca Lollobrigida vince due ori a Milano, nei 3.000 e nei 5.000 metri, non una medaglietta di consolazione.
Non in una gara di briscola al bar, ma nel pattinaggio di velocità, quello dove se sbagli mezzo secondo hai perso tutto. Una gara dove si pattina contro il cronometro, contro il dolore, contro il fiato che finisce.
Trentacinque anni, una carriera lunga, sacrifici, allenamenti, ogni giorno chilometri di ghiaccio.
E cosa scatena il dibattito nazionale?
Non la prestazione, non il carattere, non il fatto che abbia difeso l’oro per un decimo di secondo. No.
Il figlio di due anni in braccio durante l’intervista in Televisione.
Apriti cielo. Sociologi improvvisati, pedagogisti da tastiera, moralisti in pigiama.
C’è sempre qualcuno che sa come si educa un bambino meglio di sua madre.
Specialmente se quella madre ha appena fatto qualcosa che loro non faranno mai: vincere, salendo sul tetto del mondo.
In Rete non esiste nulla che non venga rovesciato come un calzino alla ricerca del difetto.
Se una mamma piange è teatrale. Se non piange è fredda. Se abbraccia il figlio è esibizionista. Se non lo abbraccia è distaccata.
È un gioco a perdere dove l’unica regola è criticare.
No, in rete non esiste nulla che non possa essere trasformato in un capo d’accusa.
Puoi vincere un doppio oro olimpico, puoi stringere tuo figlio dopo una settimana che non lo vedi, puoi lasciarti andare ad un gesto spontaneo.
Non importa.
Ci sarà sempre qualcuno pronto a dirti che è fuori luogo, che è esibizionismo, che il bambino è maleducato, che la scena è studiata, che la maternità è marketing.
Il web è diventato il posto dove la bellezza viene vivisezionata finché non resta che un mucchietto di cinismo.
E la cosa più inquietante è un’altra: non c’è più rispetto per nessuno.
Non per una campionessa, non per una madre, non per un bambino di due anni.
E il dettaglio più sconfortante è che il bersaglio sia stato anche Tommaso, un bambino di due anni.
Due anni. C’è chi ha trovato il tempo di dare del maleducato ad un bimbo che voleva la sua mamma.
Questa non è cattiveria occasionale. È un hobby nazionale.
“Io sono stata molto spontanea, volevo abbracciare mio figlio perché non lo vedevo da una settimana. Poi giusto un bacio per salutarlo, l’ho strappato a mia sorella, poi lui voleva la sua mamma. Mi sono dispiaciute le critiche, alcuni hanno dato del maleducato a mio figlio: dite tutto a me, ma non ad un bambino di due anni”.
“Dite tutto a me, ma non a un bambino di due anni”; una frase che dovrebbe essere scolpita sopra l’ingresso di ogni piattaforma social, ammesso che qualcuno sappia ancora leggere.
Colpisce anche il dettaglio che lei stessa ha sottolineato: molte critiche arrivavano da donne. Quelle stesse donne che, a parole, chiedono solidarietà, sostegno, rete, sorellanza.
Poi però, davanti ad una madre che tiene insieme lavoro, ambizione e maternità, scatta il riflesso condizionato: ridimensionarla.
Rimetterla al suo posto.
Quale posto, esattamente, non è chiaro. Forse quello in cui vince ma non disturba. Dove eccelle ma senza mostrare che è anche madre.
Una specie di atleta sterilizzata, come se la maternità fosse un accessorio imbarazzante.
Come se essere mamma fosse una colpa da scontare in silenzio, lontano dalle telecamere, purché non disturbi la narrazione perfetta dell’atleta asettica e senza legami.
Questo non è un Paese per mamme.
Lo dicono i numeri, prima ancora delle polemiche.
La denatalità non è un’opinione, è una curva che scende da anni come una pista in picchiata. Ci riempiamo la bocca di “famiglia”, di “futuro”, di “centralità della maternità”, e poi alla prima immagine concreta di una donna che tiene insieme lavoro e figli partono le bacchettate morali.
È un messaggio chiaro: sii madre, ma non troppo.
Lavora, ma senza disturbare.
Vinci, ma non mostrare che dietro la medaglia c’è una vita vera.
Il ministro Andrea Abodi ha parlato di “mamma speciale”.
Bene. Ma la verità è che non dovrebbe essere speciale. Dovrebbe essere normale. Normale che una donna vinca e abbracci suo figlio. Normale che un bambino voglia la madre. Normale che l’emozione non sia regolamentata da un manuale di bon ton olimpico.
Parole belle, certo. Ma il problema non è trovare aggettivi poetici dopo una vittoria.
Il problema è la cultura quotidiana che scatta al primo pretesto per giudicare.
Se perfino un abbraccio diventa un caso, allora il problema non è l’atleta, né il bambino.
È il clima.
È l’idea che tutto debba essere filtrato, corretto, sterilizzato per non urtare la sensibilità di chi vive di indignazioni a gettone.
Un Paese che si commuove davanti a una fiction sulla famiglia, e poi si scandalizza per una madre in carne ed ossa che abbraccia suo figlio, è un Paese che ha perso il senso delle proporzioni.
Forse il problema è che l’abbraccio di Lollobrigida era troppo vero?
La verità è più semplice e più amara: stiamo diventando incapaci di riconoscere la bellezza quando la vediamo.
E mentre noi discettiamo di postura, decoro e pedagogia istantanea, c’è una donna che pattina più veloce di tutte e trova comunque il tempo di essere madre.
Il resto è rumore. Rumore di fondo.
E, francamente, anche un po’ di vergogna collettiva.
Umberto Baldo
















