7 Gennaio 2026 - 9.45

Dal cortile di casa alla Sicilia: la lunga ombra della “Dottrina Donroe”

Umberto Baldo

La storia, ogni tanto, ha il cattivo gusto di tornare di moda.

La cosiddetta Dottrina Monroe venne enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe, cioè 203 anni fa, quando gli Stati Uniti erano ancora una potenza giovane, diffidente e ambiziosa. 

In poche parole, Monroe fissò un principio semplice e brutale: l’emisfero occidentale era affare americano (“L’America agli americani”), l’Europa, o altre potenze, potevano accomodarsi altrove, e comunque starsene alla larga.

Tradotta in termini spicci, da allora le Americhe – dalla Terra del Fuoco fino ai ghiacci artici – da Washington sono considerate il “cortile di casa”.

Un cortile dove non sono ammessi ospiti indesiderati, e dove ogni interferenza esterna va respinta senza troppi complimenti.

Due secoli dopo, quella dottrina riemerge sotto una forma nuova e più rozza, ribattezzata con un neologismo che dice tutto: Dottrina Donroe (Donald + Monroe). 

È l’etichetta affibbiata alle prime, fragorose uscite di politica estera di Donald Trump dopo la sua seconda vittoria elettorale: il desiderio di mettere le mani sulla Groenlandia, la smania di controllo su Panama, il dileggio verso il Canada trattato come un 51° Stato un po’ recalcitrante.

Dentro questa cornice va letto anche l’intervento americano in Venezuela, con il rapimento del Presidente Maduro e della moglie. 

Non idealismo democratico, non diritti umani, e forse nemmeno il petrolio: l’obiettivo è molto più concreto; frenare la penetrazione economica cinese in America Latina. 

Difendere il “cortile di casa”, appunto.

La Dottrina Donroe ha tutto ciò che serve per entusiasmare la base trumpiana: muscoli, arroganza, nostalgia imperiale e disprezzo per gli equilibri multilaterali.
Diverso, ovviamente, è l’effetto sui Paesi che quella dottrina la subiscono.

Dal Canada alla Colombia, dal Brasile al Venezuela, fino alla Groenlandia, le offensive di Trump risvegliano vecchi e mai sopiti nazionalismi anti-yankee. Torna l’immagine degli Stati Uniti come il “bullo di Washington”, convinto che la forza basti a giustificare tutto.

È una storia antica. Parte da McKinley e Theodore Roosevelt, passa per Kennedy e Nixon, arriva alle micro-guerre di Reagan (Grenada) e allo scandalo Iran-Contra in Nicaragua. 

L’America Latina conserva una memoria storica densissima di umiliazioni e interferenze, e per molti leader locali agitare l’odio antiamericano resta sempre una scorciatoia di sicuro successo.

Il Canada, dal canto suo, oggi si sente più britannico ed europeo che mai, al punto che i turisti canadesi sono gli unici ad aver iniziato a disertare seriamente gli Stati Uniti.
E i groenlandesi? Si sentono inuit prima che danesi, ma questo non li rende minimamente ansiosi di diventare cittadini americani.

Eppure c’è stato un tempo, oggi quasi rimosso, in cui anche una parte dell’Italia sembrò sul punto di entrare nel grande disegno americano.
Successe durante la Seconda guerra mondiale, quando il 10 agosto 1943 gli Stati Uniti assieme agli alleati sbarcarono in Sicilia con l’operazione Husky.

Lo sbarco fu preceduto da mesi di preparazione, propaganda e sabotaggi, con il coinvolgimento attivo di settori della popolazione locale. 

Una volta ottenuto il controllo dell’isola, gli Alleati avviarono una vera e propria operazione di americanizzazione

E così, nei due anni successivi, molti siciliani  “separatisti” iniziarono a fantasticare su un futuro diverso: l’annessione agli Stati Uniti, la Sicilia come 49° Stato dell’Unione (Alaska e Hawaii non erano ancora entrate).

A spingere in quella direzione furono anche gangster e politici italo-americani, affascinati dall’idea di staccare l’isola dall’Italia. Ci fu persino una lettera di Salvatore Giuliano indirizzata a Truman. 

Per un paio d’anni, mentre gli americani arrancavano risalendo la penisola, il dibattito riemerse più volte nell’opinione pubblica oltre Atlantico.

Poi la realtà fece irruzione.
Negli Stati Uniti crebbe rapidamente l’ostilità verso l’idea di “assorbire” la Sicilia. 

Nelle lettere dei soldati americani i siciliani venivano descritti come poveri, sporchi, fannulloni, ladri e mafiosi. 

Il colpo di grazia arrivò con un articolo del New York Times, dal titolo beffardo: “Sicily vying with Hawaii to Become the 49th U.S. State”, in cui i siciliani venivano caricaturizzati dall’estensore come “stupidi straccioni”.

Fine dei sogni. Fine del dibattito.
Il resto è storia patria.

Resta però per la Sicilia il ricordo, amaro e grottesco, di quel sogno infranto: diventare una stella sulla bandiera americana.
E allora, come si dice, mai dire mai.

Chissà che Donald Trump, nel suo revival imperiale, non decida un giorno di rispolverare l’idea di avere un pezzo d’America nel cuore del Mediterraneo.
In fondo, Truman l’aveva almeno accarezzata.

Umberto Baldo

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