15 Maggio 2026 - 9.40

Il Secolo dei Profeti armati

Tocqueville

Ci avevano promesso un secolo di algoritmi e laicità; ci hanno consegnato un’era di droni e fanatismi. 

La “Guerra Mondiale a pezzi” evocata da Papa Francesco non è più soltanto una questione di confini contesi sulle mappe; è un puzzle lanciato giù per le scale dove i pezzi mancanti sono mentali, spirituali, identitari. 

Se la geopolitica del Novecento somigliava a un manuale dell’Ikea — istruzioni chiare, blocchi definiti, logica razionale — oggi siamo immersi in una centrifuga metafisica caricata a testate nucleari.

Il dato politico più esplosivo del nostro tempo è a mio avviso il ritorno del Sacro come moltiplicatore di potenza.
Dio è stato arruolato come “software” per far funzionare l’hardware dei conflitti.
Non è un caso che la tecnologia più avanzata trovi oggi il suo compimento nella mistica più antica: l’algoritmo non sostituisce l’incenso, lo amplifica.
Non unisce i popoli, ma perfeziona la ghettizzazione spirituale, servendoci ogni giorno sui social una porzione di odio su misura, trasformando il dubbio in dogma, ed il vicino in infedele.

Perché se la guerra è per il gas, puoi negoziare; ma se la guerra è per l’anima, il compromesso diventa sospetto, quasi un tradimento.

L’esempio più brutale di questo neo medioevo tecnologico arriva da Mosca.
Vladimir Putin non guida solo un’invasione territoriale: ha riesumato l’antica “Sinfonia” bizantina tra Stato e Chiesa.
L’alleanza con il patriarca Kirill trasforma l’aggressione all’Ucraina in una “operazione metafisica”.
Vedere i sacerdoti ortodossi benedire con l’acqua santa i missili balistici non è un residuo folkloristico, ma un atto politico preciso: serve a trasformare una violazione del diritto internazionale in una guerra santa contro la “decadenza” dell’Occidente.
Putin non è più soltanto un Presidente; è il punto di incontro tra potere e fede quando smettono di porsi limiti reciproci.

Dall’altra parte dell’Oceano, la democrazia americana vive una torsione diversa ma non meno significativa.
Donald Trump ha intuito che per consolidare il consenso non bastava il populismo economico: serviva una narrazione salvifica.
Appoggiandosi ad una parte del mondo evangelico, è stato elevato a figura provvidenziale.
Qui la religione smette di essere preghiera e diventa identità politica mobilitante: ogni elezione viene raccontata come uno scontro finale.

È il ritorno dello scontro tra Impero e Papato in versione deluxe: da un lato il “profeta” di palazzo armato di salmi e patriottismo, dall’altro la voce di una Chiesa che parla di limiti morali e dignità umana — concetti ormai percepiti come sovversivi da chi preferisce il linguaggio delle portaerei.

Non è solo un’anomalia americana: è il segnale che anche le democrazie mature possono trasformare la fede in strumento di polarizzazione permanente.

Ma la vera insidia non è solo lo scontro “tra” le religioni; è la guerra “dentro” le fedi stesse. Assistiamo a una frattura identitaria che spacca nazioni e famiglie.

In Israele, dove la tradizione liberal-socialista e laica convive sempre più a fatica con un messianismo nazionalista che considera la terra un bene non negoziabile perché “promessa” dall’Assoluto.
Nell’Islam, dove la rivalità tra sunniti e sciiti alterna aperture diplomatiche a conflitti indiretti che continuano a consumarsi lontano dai riflettori.
Nel Cristianesimo, diviso tra un universalismo che parla di limiti e dignità umana, ed un identitarismo che riduce la croce a simbolo di appartenenza e difesa.

Mentre la mistica si arma, la ragione laica arretra, spesso incapace di parlare un linguaggio che non sia solo tecnico.
Abbiamo risposte amministrative per problemi esistenziali, e ci stupiamo se una parte delle società cerca altrove significato ed appartenenza, anche a costo di radicalizzarsi.

In questo scenario, l’Europa appare più come un laboratorio incompiuto che come un modello compiuto: lucida nelle regole, meno convincente nel darvi un senso.
Non è tanto un museo, quanto un luogo che fatica a trasformare la propria eredità in proposta politica, in un mondo che chiede identità forti.

Siamo diventati cittadini di un mondo non più cattivo, ma simultaneo.
Tutto accade nello stesso istante: il tweet del leader, la benedizione del patriarca, l’ultimatum atomico.
La diplomazia è in difficoltà perché manca un linguaggio condiviso.
Quando i leader parlano come interpreti di verità assolute, il compromesso smette di essere una virtù e diventa un segno di debolezza.

Ci avevano promesso che il silicio avrebbe sostituito l’incenso.
Non avevano capito che avremmo usato il silicio per costruire altari più efficienti, da cui lanciare anatemi che viaggiano alla velocità della luce.

Il punto non è se la fede tornerà ad occupare lo spazio pubblico. Lo sta già facendo.
La domanda è se esisterà ancora un luogo, politico e culturale, in cui quella fede possa essere discussa senza trasformarsi automaticamente in conflitto.
Perché quando ogni identità si percepisce come assoluta, non resta molto spazio per la Storia: resta solo la convinzione di doverla chiudere.

Tocqueville

Potrebbe interessarti anche:

Il Secolo dei Profeti armati | TViWeb Il Secolo dei Profeti armati | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy