4 Maggio 2026 - 11.23

Amsterdam vieta la pubblicità di carne e voli “per il clima”. L’insopportabile ipocrisia dell’Olanda, capitale delle emissioni e delle multinazionali

Amsterdam si presenta al mondo come la prima capitale a vietare la pubblicità di carne, automobili e combustibili fossili negli spazi pubblici. Dal 1° maggio, via hamburger sui cartelloni, SUV alle fermate del tram e spot di compagnie aeree nelle stazioni della metropolitana. Al loro posto: musei, concerti, promozione culturale. Un’operazione che il Comune racconta come svolta “etica” per allineare la città alla neutralità carbonica entro il 2050 e spingere verso un dimezzamento del consumo di carne.

Ma dietro la narrazione green si apre una contraddizione enorme, che in Olanda molti preferiscono ignorare: quella di un Paese che si presenta come avanguardia climatica mentre continua a essere uno dei principali snodi europei di commercio globale, logistica intensiva e sedi societarie di multinazionali ad alta impronta ambientale.

L’Olanda, infatti, non è solo biciclette e tulipani. È anche uno dei maggiori hub logistici del continente, con il porto di Rotterdam tra i più trafficati al mondo e un sistema industriale e agricolo fortemente orientato all’export. In particolare, il Paese è tra i maggiori esportatori europei di carne e prodotti zootecnici: secondo dati Eurostat e FAO, i Paesi Bassi figurano stabilmente tra i primi esportatori mondiali di carne suina e tra i principali hub di transito per carne e derivati diretti verso il mercato globale.

Non solo: proprio il modello agricolo olandese, altamente intensivo, è spesso indicato dagli stessi studi ambientali europei come uno dei sistemi zootecnici a più alta densità per chilometro quadrato, con conseguenti impatti su emissioni di azoto e pressione sugli ecosistemi.

A questo si aggiunge un altro elemento raramente citato nel dibattito pubblico: i Paesi Bassi sono da anni considerati una delle principali “giurisdizioni di transito fiscale” d’Europa, con una forte presenza di holding e sedi legali di multinazionali globali. Diversi report internazionali, tra cui quelli dell’ONG Oxfam e di vari centri di ricerca economica, hanno evidenziato come il Paese ospiti migliaia di società estere grazie a regimi fiscali favorevoli, contribuendo a un sistema globale di ottimizzazione fiscale che ha effetti indiretti anche sulle politiche ambientali delle aziende coinvolte.

Il risultato è un paradosso evidente: mentre Amsterdam vieta la pubblicità di carne e voli per “dare il buon esempio climatico”, il Paese continua a essere un nodo centrale di un’economia globale che si regge proprio su quei settori che oggi vengono simbolicamente banditi dagli spazi pubblici.

Il Comune giustifica la misura come “cambiamento culturale”. Ma le associazioni di categoria olandesi parlano apertamente di ingerenza. Il settore della carne denuncia una riduzione della libertà commerciale, mentre quello del turismo contesta la limitazione della promozione dei voli aerei.

Sul piano politico, il divieto viene invece celebrato da attivisti e partiti ambientalisti come un “momento tabacco” per la carne e i combustibili fossili: l’idea è che ciò che non si vede negli spazi pubblici smetta di essere percepito come normale.

Eppure il dubbio resta: quanto incide davvero un divieto di pubblicità in una città, se nello stesso Paese continuano a operare hub logistici globali, esportazioni intensive di carne e sedi fiscali di multinazionali che alimentano traffici e consumi su scala mondiale?

Anche perché la pubblicità non è scomparsa: si è semplicemente spostata. Dalle pensiline dei tram agli algoritmi dei social network, dove carne, voli low cost e SUV continuano a essere promossi senza restrizioni.

Così Amsterdam si ritrova nel suo classico doppio ruolo europeo: laboratorio di politiche simboliche all’avanguardia e, allo stesso tempo, centro perfettamente integrato in un sistema economico globale che quelle stesse politiche non tocca davvero.

Una contraddizione che rende il “modello olandese” meno lineare di quanto appaia nei comunicati ufficiali: molto visibile nelle città, molto meno nei conti del commercio globale.

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Amsterdam bans meat and flight advertising “for the climate.” The unbearable hypocrisy of the Netherlands, capital of emissions and multinationals

Amsterdam presents itself to the world as the first capital to ban advertising for meat, cars, and fossil fuels in public spaces. From May 1st, no more burger ads on billboards, SUVs at tram stops, or airline commercials in metro stations. In their place: museums, concerts, cultural promotion. The city government describes this initiative as an “ethical” shift aimed at aligning Amsterdam with carbon neutrality by 2050 and encouraging a halving of meat consumption.

But behind the green narrative lies a major contradiction that many in the Netherlands prefer to overlook: that of a country presenting itself as a climate frontrunner while remaining one of Europe’s key hubs for global trade, intensive logistics, and corporate headquarters of multinational companies with high environmental footprints.

The Netherlands, in fact, is not just bicycles and tulips. It is also one of the continent’s largest logistics hubs, with the port of Rotterdam among the busiest in the world and an industrial and agricultural system strongly oriented toward exports. In particular, the country is among Europe’s largest exporters of meat and livestock products: according to Eurostat and FAO data, the Netherlands consistently ranks among the world’s top exporters of pork and among the main transit hubs for meat and meat products destined for global markets.

Not only that: the Dutch agricultural model itself, highly intensive, is often cited in European environmental studies as one of the livestock systems with the highest density per square kilometer, with corresponding impacts on nitrogen emissions and pressure on ecosystems.

To this must be added another rarely mentioned element in public debate: the Netherlands has for years been considered one of Europe’s main “tax transit jurisdictions,” with a strong presence of holding companies and legal headquarters of global multinationals. Several international reports, including those by the NGO Oxfam and various economic research centers, have highlighted how the country hosts thousands of foreign companies thanks to favorable tax regimes, contributing to a global system of tax optimization that also has indirect effects on the environmental policies of the companies involved.

The result is an obvious paradox: while Amsterdam bans advertising for meat and flights to “set a climate example,” the country continues to be a central node in a global economy that relies precisely on the sectors now symbolically excluded from public spaces.

The municipality justifies the measure as a “cultural change.” But Dutch industry associations openly describe it as interference. The meat sector complains about a restriction on commercial freedom, while the tourism industry criticizes the limitation on promoting air travel.

On the political level, however, the ban is celebrated by activists and environmental parties as a “tobacco moment” for meat and fossil fuels: the idea is that what is no longer visible in public space will cease to be perceived as normal.

Yet the question remains: how much does an advertising ban in a single city really matter if the same country continues to operate global logistics hubs, intensive meat exports, and tax headquarters for multinational corporations that fuel trade and consumption on a worldwide scale?

Especially since advertising has not disappeared: it has simply moved. From tram shelters to social media algorithms, where meat, low-cost flights, and SUVs continue to be promoted without restriction.

In this way, Amsterdam finds itself in its classic European dual role: a laboratory for cutting-edge symbolic policies, and at the same time a fully integrated center of a global economic system that those very policies do not truly affect.

A contradiction that makes the “Dutch model” less straightforward than official statements suggest: highly visible in the cities, far less so in the balance sheets of global trade.

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