Senza un “centro” liberal-democratico l’Italia resterà ingovernabile

Umberto Baldo
Se ritorno con il pensiero agli anni della prima Repubblica, che mi videro militante ed anche rappresentante politico del Partito Repubblicano Italiano (P.R.I.) ricordo che fra i due grandi “Partiti Chiesa”, Democrazia Cristiana e Partito Comunista, c’erano oltre al P.R.I., il Partito Liberale Italiano, il Partito Socialista Democratico Italiano (chiamati anche Partiti laici minori) ed il Partito Socialista Italiano.
I primi tre, quando andava bene, incrociavano un consenso attorno al 10% massimo, variabile ovviamente elezione per elezione.
Assieme al PSI, che però aveva altra storia ed altre ambizioni, quest’area contava circa il 18% dell’elettorato.
Non proprio nulla, ma nemmeno quel tanto da imporre le linee politiche della Repubblica.
Eppure, senza i Partiti laici minori (PLI, PRI, PSDI), la Prima Repubblica avrebbe avuto un volto decisamente diverso.
Perché, nonostante percentuali elettorali spesso ad una sola cifra, la loro funzione di “ago della bilancia” è stata vitale per la tenuta democratica del Paese.
Sebbene la Democrazia Cristiana (DC) fosse un partito interclassista e variegato, le spinte più conservatrici e vicine alle gerarchie ecclesiastiche erano costanti.
I partiti laici hanno agito come un argine civile:
Sui Diritti Civili: senza l’impulso di radicali, socialisti e l’appoggio dei laici di centro, battaglie come il divorzio o l’aborto avrebbero trovato una DC molto più rigida;
Sullo Stato di Diritto: figure come Ugo La Malfa (PRI) hanno costantemente richiamato la DC ad una gestione della cosa pubblica che non fosse solo clientelare o legata a logiche parrocchiali, promuovendo una visione dello Stato più moderna ed europea;
Sulla gestione dell’Economia: il Partito Liberale ed il Partito Repubblicano hanno spesso rappresentato un contrappeso alle spinte verso un eccessivo interventismo statale ed un assistenzialismo tipici di alcune correnti democristiane.
Parallelamente rappresentarono una sorta di cordone sanitario verso Est, contro la deriva sovietica
Durante la Guerra Fredda, il rischio che l’Italia scivolasse nell’orbita d’influenza dell’URSS era la preoccupazione principale dell’Occidente.
I piccoli Partiti hanno garantito la collocazione atlantica:
Legittimazione Internazionale: la presenza di socialdemocratici (PSDI) e Repubblicani (PRI) nei governi di coalizione rassicurava gli alleati americani sul fatto che l’Italia non fosse un “monolite cattolico”, ma una democrazia pluralista e fermamente ancorata all’Ovest.
Alternativa Democratica: offrivano una casa a quegli elettori riformisti e progressisti che però non si riconoscevano nel PCI di Togliatti o Berlinguer, impedendo che il fronte della sinistra venisse totalmente assorbito dal modello sovietico.
Lo so bene che in politica nessun periodo storico è paragonabile ad un altro, e che la situazione attuale è lontana anni luce dagli anni che andarono dal 1946 al 1994.
Da anni viviamo nella fase della “polarizzazione”, dello scontro fra due coalizioni, una denominata centro-destra, cui fa da contrapposizione il centro-sinistra, o Campo largo se preferite.
Due coalizioni di Partiti che palesano a volte profonde differenze fra di loro, ma che sono accomunate da una scelta di campo funzionale alla vittoria elettorale, in altre parole al potere.
E così a destra vediamo coesistere posizioni che vanno dall’europeismo all’auspicio di una Italexit, dall’atlantismo al filoputinismo, dal centralismo al regionalismo federalista.
Insomma un pot-pourri in cui convive tutto ed il contrario di tutto.
Ma non va certo meglio a sinistra.
Il Partito Democratico ha scelto, legittimamente sia chiaro, di costruire con i populisti del M5S ed i vetero-comunisti di Avs un’offerta politica di sinistra che sembra più orientata ed ispirata ai Centri sociali ed alle frange dell’antagonismo piuttosto che alle tradizionali grandi formazioni socialdemocratiche europee.
Il problema non è la leadership di Elly Schlein o di un altro.
Il Campo largo non cambia se a guidarlo c’è Tizio piuttosto che Caio, perché ormai la constituency politica di quello schieramento è completamente cambiata.
Nel senso che non ha più niente in comune con il Pd del 2014 o quello del 2007, e guardando più indietro persino rispetto ai Ds del 1995.
Non occorre essere un Machiavelli per rendersi conto che siamo di fronte alla solita sommatoria di interessi divergenti, cucita con lo spago dell’anti-destrismo, e condita anche con una buona dose di “antifascismo di maniera”.
Il cosiddetto Campo largo non è altro che un’alleanza a tempo, costruita solo per battere il centrodestra alle urne, senza nessuna prospettiva reale di governo.
Lo si è visto chiaramente in Parlamento in questi anni, dove PD, 5 Stelle e Sinistra radicale si sono ostacolati a vicenda su ogni dossier: dal PNRR alle riforme istituzionali, fino ai decreti sull’immigrazione.
Ma è sulla politica estera e sulla posizione dell’Italia nel mondo che emergono le fratture più gravi.
C’è chi – come il PD – finge atlantismo per salvare la faccia con Bruxelles, e chi – come Conte o Fratoianni – grida al disarmo e chiede lo stop agli aiuti a Kiev.
Per non parlare poi delle posizioni su Israele e sulla guerra a Gaza, con componenti sempre più ampie le cui posizioni rasentano l’antisemitismo.
Risultato: una linea di politica estera che cambia a seconda dell’intervista, una politica schizofrenica che ci ha reso marginali tanto a Washington quanto a Mosca, e che rende oggettivamente difficile immaginare come si possa governare il Paese.
Quello che a mio avviso manca in questa fase politica, è un tentativo serio di costituire un’area “terzopolista”.
Detto più banalmente un’area politica dove possano riconoscersi tutti quegli italiani che non vogliono morire, come si diceva una volta, “né fascisti né comunisti”.
Se riduciamo tutto ad uno schema, scopriamo che in politica nulla è davvero nuovo, e così alla fine vi accorgerete che la situazione attuale per certi versi è molto simile a quella della Prima Repubblica di cui parlavo all’inizio.
Il panorama politico italiano attuale mostra tre piccole formazioni che potrebbero, almeno in teoria, provare ad occupare questo spazio: Azione di Carlo Calenda, Italia Viva di Matteo Renzi, ed il nuovo Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin.
Fino ad oggi, ogni tentativo di costruire qualcosa di comune – non dico un partito unico, ma almeno una piattaforma condivisa – si è puntualmente schiantato contro un ostacolo antico quanto la politica italiana: gli “ego” dei leader.
Ed è proprio qui il nodo.
Se si parte dalla domanda “chi comanda?”, si replica esattamente lo schema che si dice di voler superare.
Si costruiscono contenitori vuoti, alleanze artificiali, cartelli elettorali destinati a durare il tempo di una conferenza stampa.
Io credo invece si debba partire da un’altra domanda, molto più semplice e molto più scomoda: a cosa serve oggi una forza liberaldemocratica in Italia?
Serve perché esiste uno spazio politico reale, non presidiato nè rappresentato, che rifiuta tanto il sovranismo quanto il populismo.
Serve perché esiste un ceto medio che da anni paga il conto di tutto – tasse, inflazione, inefficienze – senza ricevere in cambio né servizi adeguati né rappresentanza politica.
Serve perché un Paese non può essere governato stabilmente da coalizioni che tengono insieme visioni opposte su fisco, energia, politica estera e diritti, sperando che il collante dell’“anti-qualcosa” basti a reggere l’urto della realtà.
E soprattutto serve perché senza una cultura politica chiara – liberale, europea, atlantica – l’Italia è destinata a restare prigioniera di maggioranze fragili, incoerenti e incapaci di decidere.
Il punto non è dunque mettere insieme sigle o leader, ma ricostruire una comunità politica.
Una comunità che dica con chiarezza che lo Stato deve fare meno ma meglio, che la concorrenza non è una bestemmia ma uno strumento di libertà, e che le democrazie liberali vanno difese sempre, non a giorni alterni o secondo convenienza.
Se questo passaggio non avverrà, il cosiddetto “terzo polo” resterà una suggestione giornalistica buona per riempire i retroscena.
Se invece qualcuno avrà il coraggio di farlo davvero, allora non sarà solo la nascita di una nuova forza politica, ma il ritorno di una tradizione che in questo Paese ha già dimostrato di saper contare, anche quando valeva pochi punti percentuali.
Perché la storia della Prima Repubblica insegna una cosa semplice, che oggi sembra quasi dimenticata: non sempre contano i numeri.
A volte conta la qualità delle idee.
E soprattutto la coerenza di chi ha il coraggio di portarle avanti.
Umberto Baldo













