La rivincita dei Pigs, ma senza l’Italia

Umberto Baldo
C’era una volta il club dei “PIGS”.
Un acronimo brutale, quasi sprezzante, coniato negli anni ‘90 dalla stampa anglosassone per rinchiudere in un unico recinto di inefficienza Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.
Erano i malati d’Europa, i Paesi del sole e del debito, destinati a soccombere sotto il rigore dei conti.
Ma il tempo, si sa, è un giudice ironico.
Oggi, mentre Lisbona, Atene e Madrid corrono con tassi di crescita del Pil che la Germania e la Francia possono solo sognare, l’Italia rimane l’unica vera “paziente” ancora attaccata ad una flebo fatta di “bonus per tutti” ed interventi d’urgenza.
Ne consegue che il rendimento dei titoli di Stato greci a dieci anni è attualmente più basso di quello dei titoli di Francia e Italia.
Ciò vuol, dire semplicemente che Francia e Italia oggi sono considerate degli investitori più rischiose non solo di Spagna, Portogallo, ma anche della Grecia.
Non è un caso del momento; è dal 2015 che tutti i Paesi che dovettero accettare i rigori della Troika registrano una crescita cumulata superiore alle medie europee, e circa doppia o più rispetto ai Paesi che allora la Troika la inflissero, Germania e Francia, o la evitarono come Italia.
La differenza, amici, non è nei numeri, ma nel metodo.
Si fa presto a liquidare il successo di Grecia, Spagna e Portogallo come un semplice “effetto spiaggia”.
Certamente, il boom del turismo post-pandemico ha gonfiato le vele delle economie mediterranee, ma ridurlo a questo è un errore di presunzione tipicamente italiano.
La verità è che questi Paesi hanno saputo cavalcare l’onda per modernizzarsi.
La Spagna è diventata un laboratorio europeo per le energie rinnovabili; il Portogallo ha attirato capitali e talenti digitali con una burocrazia snella; la Grecia, risorta dalle ceneri del 2015, ha compiuto un salto tecnologico che la nostra Pubblica Amministrazione può solo sognare.
Loro hanno usato il turismo come carburante per il futuro; noi lo usiamo come ammortizzatore per non guardare al declino industriale.
Ma d’altronde, come possiamo stupirci?
Mentre gli altri corrono verso la digitalizzazione e la transizione energetica, noi preferiamo i soliti rituali. Quello che abbiamo visto nelle piazze il 25 aprile mostra plasticamente che il Paese è ancora fermo a ottant’anni fa: incastrato nel dualismo fascisti contro comunisti, una messinscena polverosa che ci impedisce di focalizzare le vere sfide del ventunesimo secolo.
In altre parole Grecia e Portogallo non sono guariti per miracolo, ma per necessità.
Colpiti duramente dalla crisi dello scorso decennio, hanno dovuto accettare una “cura da cavallo” (persino la famigerata Troika) che ha ridisegnato le loro economie.
Hanno riformato il mercato del lavoro, digitalizzato la burocrazia e, soprattutto, hanno smesso di mentire a se stessi.
Così mentre i nostri vicini “mediterranei” costruivano le basi per un’economia post-industriale, l’Italia si specializzava nell’arte della sopravvivenza.
Abbiamo trasformato l’eccezione in regola, il decreto d’urgenza in unico strumento legislativo.
Siamo un Paese che non progetta, e reagisce solo alle crisi energetiche, ai crolli infrastrutturali, alle scadenze europee.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con la sua valanga di miliardi piovuti dalla Ue, avrebbe dovuto essere la nostra “Costituente economica”.
Eppure, mentre la Spagna lo ha usato per diventare l’hub europeo dell’idrogeno verde e delle rinnovabili, e la Grecia per trasformarsi in una piattaforma logistica d’avanguardia nel Mediterraneo, in Italia il dibattito è ancora fermo ai ritardi nei cantieri ed alla difficoltà di “mettere a terra” le risorse.
Manca un disegno complessivo.
Non sappiamo cosa vogliamo essere tra dieci anni: un polo tecnologico? Un santuario del turismo di lusso? Una potenza manifatturiera green?
Nell’incertezza, preferiamo distribuire mance elettorali e bonus edilizi (senza parlare dell’evasione tollerata e della politica dei condoni) che gonfiano il debito senza generare un solo grammo di produttività strutturale.
Basta ragazzi, è tempo di crescere!
Non possiamo più continuare a dare la colpa all’austerità di Bruxelles od alla rigidità dell’euro.
Se la Grecia, partendo dalle macerie sociali di dieci anni fa, riesce oggi a presentare conti in ordine ed una crescita solida, significa che il problema non è la moneta unica, ma la classe dirigente
Qui a mio avviso sta il punto cruciale; non nei grafici econometrici, bensì nei corridoi del potere.
La crisi del debito del decennio scorso è stata, per i nostri vicini, una deflagrazione purificatrice.
Ha spazzato via vecchie incrostazioni, costringendo lo Stato ad aprirsi a competenze reali.
Il Primo Ministro grecoKyriakos Mitsotakis viene da una delle grandi famiglie, ma prima di arrivare al potere a 51 anni, si è conquistato un diploma di business a Harvard, un master a Stanford, ed un metodo di lavoro alla McKinsey,
Il Ministro dell’Economia spagnolo, Carlos Cuerpo, si è formato alla London School of Economic;, ha un dottorato nella materia di cui si occupa ed è arrivato nel suo ruolo a 42 anni.
Prima di lui Nadia Calviño era arrivata nella stessa posizione a 50 anni, anche lei dopo studi internazionali di economia ed una carriera al massimo livello nelle istituzioni europee.
Detta diversamente, mentre ad Atene e Madrid la catastrofe ha prodotto un ricambio generazionale e tecnico, in Italia la crisi ha innescato l’istinto opposto: l’autodifesa del sistema.
In Italia, la classe dirigente non è stata rigenerata, ma cristallizzata.
Nei nostri Ministeri e nei Palazzi del potere politico, l’unica competenza che conta davvero non è la visione economica o la padronanza dei mercati internazionali, ma l’abilità di navigare nel sottobosco delle correnti e dei veti incrociati.
Siamo governati da una casta che ha allenato un solo muscolo: quello della sopravvivenza politica.
Mentre un Ministro spagnolo di 42 anni discute di macroeconomia con i colleghi europei forte di un dottorato specifico, noi ci affidiamo spesso a figure la cui massima esperienza è stata la gestione di un pacchetto di tessere di partito, o la fedeltà al leader di turno.
Questa mediocrità al potere ha una conseguenza tragica: l’incapacità di immaginare il domani e disegnare un futuro.
L’Italia non ha un piano industriale, non ha una visione energetica che non sia emergenziale, non ha un’idea di cosa vorrà produrre tra vent’anni.
Viviamo in una “domenica sera” perenne: ansiosi per il lunedì, ma troppo occupati a litigare sul menù della cena per preparare la borsa.
Il PNRR, che per gli altri è stato un trampolino, per noi rischia di essere l’ennesima mangiatoia gestita con logiche vecchie di cinquant’anni.
Se la Grecia e la Spagna oggi ci guardano dallo specchietto retrovisore, non è perché sono più fortunate.
È perché hanno capito che, per non morire, dovevano smettere di essere governate da chi sa solo galleggiare.
L’Italia, invece, continua a lodare i suoi bagnini mentre la nave affonda.
Continuando a navigare a vista, rincorrendo l’ultima emergenza con lo sguardo rivolto al passato, rischiamo di scoprire troppo tardi che i “PIGS” sono volati via, e noi siamo rimasti gli unici a terra.
Umberto Baldo










