Ortosomnia, quando l’ossessione per il sonno perfetto finisce per disturbare le notti

Difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni e insonnia: sempre più persone lamentano un peggioramento della qualità del sonno negli ultimi anni e molti si svegliano al mattino già stanchi. I disturbi del sonno riguardano ormai una parte significativa della popolazione, un segnale che preoccupa gli esperti e che invita a riflettere non solo sugli aspetti fisiologici ma anche su quelli psicologici legati al riposo notturno.
Negli ultimi anni, infatti, il rapporto con il sonno è cambiato profondamente anche a causa della diffusione di tecnologie dedicate al monitoraggio delle nostre notti. App per smartphone, smartwatch, sensori e sistemi di analisi del ciclo del sonno promettono di misurare la qualità del riposo e fornire punteggi e dati dettagliati. Questa continua ricerca della “notte perfetta” ha dato origine a un fenomeno sempre più diffuso chiamato ortosomnia, cioè l’ossessione per il sonno ideale e per i numeri che lo descrivono.
Secondo la psichiatra Isabelle Poirot, specialista nei disturbi del sonno, non esiste però una formula universale per dormire bene. In generale gli studi suggeriscono che un adulto dovrebbe dormire tra le sei e le nove ore a notte, ma la quantità ideale varia da persona a persona: c’è chi ha bisogno di dormire meno e chi di più. Dormire stabilmente meno di sei ore o più di nove, tuttavia, non è considerato salutare. Anche alcune convinzioni diffuse, come quella secondo cui le ore di sonno prima di mezzanotte sarebbero più benefiche, non trovano conferma scientifica: il ciclo del sonno segue gli stessi meccanismi indipendentemente dall’orario in cui ci si corica.
Le persone definite “ortosomniache”, spesso molto attente alla propria salute, tendono invece a fissare regole rigide sull’orario di andare a letto, sulla durata del riposo e sulle abitudini serali. Con oltre 500 applicazioni dedicate al monitoraggio del sonno disponibili sugli smartphone, controllare continuamente i dati notturni è diventato semplice e diffuso. Il rischio è che la ricerca della notte perfetta finisca per trasformarsi in una fonte di stress.
Tra i segnali che possono indicare una preoccupazione eccessiva per il sonno ci sono, ad esempio, la rinuncia a uscire con amici o andare al cinema per non interrompere la routine serale, oppure il controllo compulsivo dei dati registrati dai dispositivi appena svegli o più volte durante la giornata. In questi casi il sonno non è più solo un bisogno fisiologico, ma diventa un obiettivo da ottimizzare e controllare.
Il paradosso è che questa pressione psicologica può produrre l’effetto opposto: generare ansia e rendere più difficile addormentarsi. «Per dormire bene bisogna smettere di pensarci», spiegano gli specialisti, sottolineando come il sonno sia un processo naturale e in parte imprevedibile. Pensarci troppo, invece, può portare proprio a quella insonnia che si cerca di evitare.
Un altro aspetto da considerare riguarda l’affidabilità dei dispositivi connessi. Questi strumenti non sono dispositivi medici e basano spesso le loro analisi sui movimenti del corpo durante la notte: più movimenti vengono registrati, peggiore viene considerata la qualità del sonno. Tuttavia il riposo è un fenomeno complesso e non può essere valutato solo con questo parametro, soprattutto quando il sonno è già disturbato.
Gli esperti consigliano quindi di utilizzare smartwatch e app soprattutto per monitorare l’attività fisica durante il giorno, uno dei pilastri fondamentali per dormire meglio. In caso di problemi persistenti, la soluzione più efficace resta sempre quella di parlarne con il proprio medico, evitando di affidarsi esclusivamente ai numeri registrati dai dispositivi digitali.










