16 Febbraio 2026 - 12.09

Regina, la dottoressa che ha vinto arrivando ultima

Umberto Baldo

Mentre noi siamo impegnati a dissezionare al rallentatore l’ennesimo tuffo teatrale in area di rigore con conseguente espulsione ingiusta dell’avversario, a Milano-Cortina 2026 è andata in scena una lezione di sport che vale più di mille moviole.
La protagonista non è salita sul podio. Non ha vinto medaglie. È arrivata ultima, 108esima.
Con oltre undici minuti di distacco dalla prima.
Eppure, paradossalmente, è stata lei a prendersi il centro della scena.
Si chiama Regina Martinez Lorenzo.
Di mestiere fa il medico di Pronto Soccorso a Miami.
Di notte salva vite, di giorno si allena.
O meglio: si allenava, perché arrivare in Val di Fiemme per la 10 km di sci di fondo non è stato un capriccio sportivo, ma il risultato di un sogno autofinanziato, costruito tra turni massacranti e sacrifici silenziosi.
Non è un’atleta professionista cresciuta nei templi nordici dello sci.
È la prima donna messicana a gareggiare in questa disciplina ai Giochi Invernali.
Già questo basterebbe per parlare di storia. Ma non è questo il punto più bello.
Il punto più bello arriva negli ultimi trenta metri.
La gara è stata dominata dalle svedesi Frida Karlsson ed Ebba Andersson, con la statunitense Jessica Diggins sul podio.
Oro, argento e bronzo. Le regine della disciplina.
Avrebbero potuto infilarsi la medaglia al collo, salutare il pubblico e andare a scaldarsi. Invece sono rimaste lì. Hanno aspettato.
Hanno aspettato l’ultima.
Quando Regina è comparsa in lontananza, stremata, con il cronometro che raccontava un abisso di minuti, loro erano ancora sulla neve.
Non per dovere istituzionale, non per protocollo, per scelta.
L’hanno incitata, accompagnata negli ultimi metri, abbracciata al traguardo.
Diggins l’ha perfino aiutata a togliere gli sci.
Un gesto semplice, quasi domestico, eppure potentissimo.
In quel momento la classifica è diventata un dettaglio. Il distacco un numero irrilevante. Restava solo la fatica condivisa.
Regina ha tagliato il traguardo con gli occhi lucidi.
“Sono felicissima, il sogno che avevo fin da bambina si è avverato”, ha ammesso nell’intervista a Eurosport con la voce rotta dall’emozione oltre che dalla fatica.
La sua vittoria è stata esserci.
Aver trasformato un sogno coltivato tra un turno notturno ed una sveglia all’alba in una realtà olimpica.
“Vederle lì per me è stato meraviglioso”, ha detto con la voce spezzata dall’emozione.
E qui sta la differenza tra lo sport come spettacolo e lo sport come valore.
Nel primo conta solo chi arriva davanti. Nel secondo conta anche chi arriva fino in fondo, pur sapendo di non avere alcuna chance di medaglia.
Anzi, forse conta di più. Perché correre quando sai che perderai richiede una dose di coraggio che il vincitore non deve nemmeno mettere in conto.
C’è un paradosso meraviglioso in questa storia.
In un’epoca in cui lo sport viene spesso piegato al marketing, alla polemica, alla ricerca spasmodica del vantaggio, tre campionesse olimpiche hanno deciso di fermarsi per onorare l’ultima classificata.
Senza tornaconto, senza calcolo, sol per rispetto.
È questo lo spirito olimpico.
Non una formula latina stampata sui manifesti.
Ma la consapevolezza che l’avversario non è un nemico da eliminare, bensì la ragione stessa per cui la gara esiste.
Regina Martinez Lorenzo non ha vinto una medaglia.
Ma ha ricordato al mondo perché lo sport, quando è vero, è una delle poche cose capaci di costruire ponti mentre tutto il resto sembra specializzato nell’innalzare muri.
Il gesto sportivo dell’atleta messicana è la perfetta sintesi del motto Olimpico. “Citius, altius, fortius – communiter” (Più veloce, più in alto, più forte – insieme).
E mentre noi continuiamo a litigare per una simulazione di fallo dubbio, da qualche parte una dottoressa messicana classe 1992 ci ha appena insegnato cosa significa davvero arrivare.
Anche da ultima.
Umberto Baldo

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