13 Febbraio 2026 - 10.12

Quando la memoria diventa fallo di gara

Umberto Baldo

La scena è semplice: un casco, nove volti, una pista di ghiaccio.

La reazione è ancora più semplice: toglili!

Vladyslav Heraskevych, atleta ucraino, non ha portato in gara uno slogan. 

Ha portato un elenco silenzioso di assenze. 

Nove giovani atleti ucraini uccisi dalla guerra; tra loro anche un campione olimpico, Oleksandr Abramenko. 

Non una provocazione coreografica la sua, ma un promemoria inciso sul proprio equipaggiamento. 

La risposta dell’apparato sportivo è stata tecnica, impeccabile, sterile: violazione del regolamento, rimozione immediata, rifiuto, squalifica.

La questione non è il casco. 

È l’idea che la memoria debba essere compatibile con la scenografia.

Il regolamento, a quanto pare, ha una certa elasticità geografica. 

Non conta solo cosa si dice o si mostra. Conta chi lo fa e in quale contesto. 

Alcuni lutti sono più gestibili di altri. Alcune memorie disturbano la scenografia.

Non sarebbe la prima volta che l’Olimpiade punisce chi rompe la coreografia.

Nel 1968, a Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos alzarono il pugno guantato di nero contro la discriminazione razziale. Furono espulsi e isolati, ma oggi sono simboli. 

Nel 1972, a Monaco, Vince Matthews e Wayne Collett protestarono durante l’inno. Anche loro fuori.

Fin dalla loro origine nell’antica Grecia i Giochi Olimpici coltivano il mito della “sospensione”: fuori la guerra, fuori la politica, dentro solo la prestazione sportiva. 

Un mondo parallelo dove il cronometro è sovrano, e tutto il resto resta oltre i cancelli. 

È un’aspirazione nobile. 

Ma che diventa fragile quando la realtà non resta fuori, quando entra sotto forma di macerie, uniformi, funerali, compagni di allenamento caduti sotto il fuoco degli aggressori.

La neutralità funziona finché il conflitto è astratto. 

Quando invece ha un nome, un esercito, una frontiera violata, la pretesa di equidistanza comincia a suonare come un esercizio di simmetria morale. 

E la simmetria, in guerra, è quasi sempre una finzione.

Non c’erano bandiere sul casco di Heraskevych; non c’era una rivendicazione territoriale. 

Solo volti. Volti di ragazzi che fino a ieri si allenavano come lui. 

Il messaggio non era “votate questo” o “condannate quello”. 

Era più elementare: esistono, sono esistiti, sono morti.

Eppure anche questo è sembrato troppo.

Il Comitato Olimpico ha proposto soluzioni alternative, tutte formalmente corrette: un segno di lutto discreto come la fascia nera al braccio, un’esposizione post gara, uno spazio dedicato. 

La memoria, purché ordinata. Il dolore, purché protocollato. Si può ricordare, ma nei margini.

Il problema non è che esistano regole. I

l problema è cosa accade quando le regole pretendono di sterilizzare la realtà. 

Perché per quanto ci sforziamo di crederlo, lo sport non è un acquario separato dal mondo. 

È un prodotto della pace. Se la pace salta, salta anche la finzione dell’isolamento.

Si obietta che aprire la porta alla memoria significa spalancarla ad ogni causa, ad ogni tragedia nazionale. 

È un argomento serio, da valutare e da tenere nella massima considerazione.

Però va detto che nessuna Nazione è innocente, nessuna storia è immacolata. 

Ma almeno per me c’è una differenza tra il peso generico delle ombre storiche e l’urgenza concreta di una guerra in corso che uccide anche atleti.

Il punto quindi non è politicizzare lo sport. 

È riconoscere che lo sport è già immerso nella politica, anche quando finge di non esserlo. Decidere che quei volti non possono stare su un casco è una scelta politica tanto quanto esibirli.

Heraskevych ha parlato di dignità, non di vittoria, non di medaglie. 

Di dignità. 

Una parola che nei regolamenti non compare, ma che ogni atleta invoca quando scende in pista. 

La dignità di non dover fingere che il proprio Paese non sia sotto attacco. 

La dignità di non ridurre i propri morti, i propri amici atleti ad un dettaglio inopportuno.

Forse il vero cortocircuito sta qui: lo sport pretende universalità, ma opera dentro un mondo diseguale. 

Pretende che tutti partano dalla stessa linea, mentre alcuni partono dalle rovine.

Quando la memoria diventa un’infrazione, il problema non è l’atleta. 

È la definizione di neutralità che abbiamo scelto. 

Una neutralità che protegge l’evento, non sempre le persone.

La domanda allora non è se sia opportuno ricordare in gara. 

È più scomoda: fino a che punto siamo disposti a sacrificare la memoria sull’altare dell’ordine perfetto?

Perché il ghiaccio è liscio, regolamentato, misurabile. La Storia no.

Umberto Baldo

PS: In questa vicenda c’è anche un momento profondamente umano; le lacrime e la commozione della Presidente del Cio Kirsty Coventry quando ha commentato la squalifica di Vladyslav Heraskevych, segno che la vicenda l’ha profondamente turbata.  Segno che la “pietas” non è ancora morta.

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