13 Febbraio 2026 - 9.43

Anche la Svizzera ha capito che le bandiere arcobaleno non bastano

Umberto Baldo

Se vi chiedessi quale sia lo Stato tradizionalmente “neutrale” per eccellenza, la risposta verrebbe fuori prima ancora della domanda: la Svizzera.

Esatto, Punto per tutti, applausi, fine del quiz.

Solo che, come spesso accade con le certezze troppo comode, la realtà è meno oleografica e molto meno pacifista di quanto ci piaccia raccontare.

La Svizzera non è nata neutrale.
La Svizzera è diventata neutrale. E prima di arrivarci ha fatto parecchia strada, armata fino ai denti.

La Svizzera pre-neutralità non era una Repubblica di monaci assorti nella contemplazione delle Alpi, con la camomilla al posto delle lance. 

Era, al contrario, uno dei più temuti serbatoi di soldati d’Europa. 

Dal Medioevo al tardo Rinascimento, gli svizzeri godevano di una fama solida e sanguinosa: fantaccini duri, disciplinati, micidiali nelle formazioni di picchieri, capaci di piegare cavallerie ed eserciti ben più blasonati.

Per secoli i cantoni elvetici esportarono uomini armati come oggi esportano orologi. 

Mercenari svizzeri combatterono ovunque, in particolare al servizio della Francia, ma non solo. 

I celebri Cent-Suisses, guardia personale dei re francesi, erano il simbolo perfetto di questa reputazione: fedeltà, professionalità, zero sentimentalismi.

La svolta arriva nel 1815, con il Congresso di Vienna. 

È lì che la neutralità svizzera diventa uno status riconosciuto e garantito dal diritto internazionale. 

Una scelta politica precisa, non una vocazione mistica. 

Da allora, col passare dei decenni, la Svizzera si trasforma nello Stato neutrale quasi per antonomasia.

Grazie a questa impostazione oggi Berna non è membro della NATO, non è nell’Unione europea, e spende per la difesa circa lo 0,7 per cento del PIL, meno della metà della media europea. 

Una neutralità armata, certo, ma tenuta finora a costi relativamente contenuti, complice un contesto internazionale che per decenni ha consentito il lusso di credere che la Storia fosse finita.

Poi, come sempre, la Storia ha ricominciato a bussare.

La nuova geopolitica sta cambiando le cose anche tra i Cantoni alpini. 

La guerra in Ucraina e la nuova postura degli Stati Uniti in materia di sicurezza, dettata dall’attuale amministrazione Trump, stanno inducendo le autorità svizzere a rivedere l’approccio.

L’obiettivo dichiarato è portare la spesa per la difesa all’1 per cento del PIL entro il 2032. 

Non una rivoluzione, ma un segnale politico chiarissimo.

E non finisce qui.

Il Consiglio federale, cioè il Governo svizzero, ha annunciato che a partire dal 2028 verrà introdotto un aumento temporaneo dell’IVA di 0,8 punti percentuali, per una durata di dieci anni. 

Una decisione maturata in un contesto di tensioni geopolitiche crescenti, in cui anche Berna prende atto che la sicurezza costa, e costa parecchio.

Secondo le stime ufficiali, serviranno risorse supplementari per circa 31 miliardi di franchi, da destinare sia agli organi civili che svolgono compiti di sicurezza sia all’esercito vero e proprio. 

In particolare, le nuove entrate dovrebbero finanziare l’ammodernamento dell’armamento, in un contesto in cui rincari ed aumento della domanda hanno fatto lievitare i costi fino al 40 per cento.

L’iter è già tracciato: il Dipartimento federale della difesa è stato incaricato di elaborare entro fine marzo un progetto da porre in consultazione; il testo dovrebbe arrivare in Parlamento in autunno; non si esclude una votazione popolare nell’estate del 2027, con l’eventuale entrata in vigore dell’aumento dell’IVA dal 1° gennaio 2028. 

Un percorso lungo, ordinato, svizzero fino al midollo.

Naturalmente, neanche sotto le Alpi regna l’armonia universale. 

La proposta ha già acceso il dibattito politico. L’Unione Democratica di Centro, pur non essendo contraria al rafforzamento di difesa e sicurezza, ritiene inaccettabile che il conto venga presentato ai cittadini sotto forma di aumento delle tasse. Il Partito Liberale Radicale è sulla stessa linea. Più possibilista Alleanza del Centro. Il Partito Socialista parla di misura irresponsabile, mentre i Verdi la definiscono senza mezzi termini “assolutamente inaccettabile”.

Insomma, la politica è uguale sotto tutti i cieli. Cambiano i paesaggi, non le divisioni.

Ma come si è arrivati fin qui?

Vale la pena ricordare che fino agli anni della Guerra fredda la Confederazione disponeva di un esercito di milizia temibile, per certi versi paragonabile al modello israeliano: cittadini-soldati, addestramento diffuso, infrastrutture pronte. 

Con la dissoluzione dell’URSS si pensò che il pericolo fosse scampato, e le spese per la difesa calarono drasticamente. 

Scese la motivazione della truppa, i mezzi invecchiarono, l’illusione della pace permanente fece il resto.

A suonare la sveglia ci ha pensato, brutalmente, il conflitto tra Russia e Ucraina.

E qui il punto diventa interessante anche per noi. 

Se persino un Paese che da due secoli ha fatto della neutralità una scelta identitaria, quasi una religione civile, oggi ritiene che un’epoca sia finita e che sia necessario tornare a investire seriamente in difesa, forse qualche riflessione dovrebbe farsi strada anche tra i pacifisti nostrani.

Non per amore delle armi, ma per elementare realismo.
Perché la storia insegna che la moderazione dei “Putin di turno” non nasce dai buoni sentimenti, ma dalla certezza che dall’altra parte non ci siano solo bandiere arcobaleno e speranze mal riposte.

La Svizzera non ha rinnegato la neutralità. Ha semplicemente smesso di confonderla con l’ingenuità.
Una distinzione sottile, ma fondamentale. 

E che farebbe bene anche a molti pacifisti nostrani da salotto, convinti che la storia si possa disarmare a colpi di buone intenzioni.

Umberto Baldo

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