3 Febbraio 2026 - 9.50

Il valore della verginità:  la verità  dietro il controllo del corpo femminile

Umberto Baldo

Qualche giorno fa ragionavo assieme ad un paio di amiche sul cambio radicale dell’atteggiamento dei genitori nei confronti delle figlie rispetto agli anni della mia adolescenza.

Allora il controllo delle frequentazioni delle femmine,  e dei loro rapporti con i ragazzi, era ferreo, e onestamente ancora mi meraviglia il vedere con quale noncuranza adesso si consenta che coppie di giovanissimi si muovano liberamente dividendo anche il letto. 

Sarebbe troppo facile parlare di permissivismo, perché nelle nostre società in realtà è profondamente cambiato l’approccio al tema della sessualità adolescenziale e giovanile: siamo passati da una logica di “preservazione del patrimonio” (sic!) ad una, almeno nelle intenzioni, di libertà sentimentale.

Per essere più chiaro constato che nelle società occidentali di oggi la verginità femminile non è più un valore pubblico.
Non lo è per il diritto, non lo è per l’economia, non lo è — almeno ufficialmente — per la morale condivisa. 

È diventata, quando va bene, una faccenda privata; quando va male, un residuo folkloristico buono per qualche predica o per il gossip da rotocalco.

Eppure non è sempre stato così.
Anzi: per lunghissimi secoli, per millenni, la verginità delle giovani donne è stata uno dei pilastri dell’ordine sociale. 

Un valore proclamato, sorvegliato, difeso anche con la violenza. 

Non per ragioni sentimentali o spirituali, ma per motivi molto più concreti e molto meno nobili.

Facciamo allora un passo indietro. Un flash back.

Nel mondo antico la verginità femminile non era una virtù morale; era una garanzia

Garantiva la certezza della paternità in un’epoca senza DNA, assicurava la corretta trasmissione dei patrimoni, teneva in piedi gerarchie familiari e sociali. 

Il corpo della donna diventava una sorta di notaio biologico, chiamato a certificare la legittimità degli eredi.

Da qui nasce il concetto di “onore”.
Un concetto, si badi bene, che non apparteneva alla donna, ma a chi la controllava: il padre, i fratelli, il marito. 

Era una gabbia a doppia mandata: se la donna era il notaio, l’uomo ne era la guardia giurata, condannato ad un ruolo di vigilanza e vendetta per non perdere, a sua volta, la propria rispettabilità.

L’onore non era un sentimento, ma uno strumento di disciplina sociale. 

E quando lo strumento si incrinava, quando la donna “peccava”, la risposta era la punizione, anche estrema.

Non è un caso se in Italia il cosiddetto “delitto d’onore” è stato cancellato solo nel 1981. 

Non nel Medioevo, non nell’Ottocento, ma in piena Repubblica. 

Un dettaglio che dovrebbe bastare a ridimensionare molte autoassoluzioni occidentali. 

E se oggi quel controllo fisico sembra svanito, non dobbiamo illuderci: il giudizio si è solo spostato dal corpo alla Rete, dove la “reputazione sessuale” resta ancora l’ultima arma usata per colpire la dignità e la libertà delle donne.

Poi qualcosa cambia. 

Non per una improvvisa illuminazione etica, ma per una trasformazione strutturale della società: emancipazione economica delle donne, secolarizzazione, Stato di diritto, controllo delle nascite, certezza scientifica della paternità. 

Quando la donna smette di essere una proprietà e diventa un soggetto giuridico, la verginità perde funzione. 

E quando una cosa perde funzione, smette di essere un valore.

Oggi in Occidente la verginità non parla più di potere o controllo, ma il passato pesa ancora sulle donne: l’interiorizzazione di norme, tabù e sensi di colpa resta nei comportamenti, nelle relazioni, nelle aspettative sociali.
E non riguarda solo le donne: anche l’educazione sessuale maschile, la responsabilità nei rapporti e l’empatia verso le partner hanno subito una trasformazione, per quanto ancora molto incompleta; ed i femminicidi ne sono la prova provata.

Ma questo flash back non si ferma qui.

Perché basta spostare lo sguardo fuori dall’Occidente per accorgersi che quel valore non è affatto scomparso. 

In molte società a forte impronta religiosa e patriarcale — India, Africa, Medio Oriente— la verginità femminile resta centrale. 

Anzi, talvolta ossessiva.

Attenzione però a pensare che sia un problema dell’Islam: non è l’Islam in quanto tale. 

È l’intreccio fra religione, diritto, tradizioni tribali e debolezza dello Stato. 

In questi contesti la famiglia è ancora l’unità politica di base, e l’onore non è individuale, ma collettivo. 

Il corpo femminile diventa il confine simbolico della comunità, la linea da difendere.

Da qui il controllo, la segregazione, le punizioni esemplari. 

Da qui anche i delitti d’onore, che storicamente precedono l’Islam, ma che trovano nella religione una legittimazione posticcia. 

In tutto questo la verginità maschile, curiosamente, non esiste come valore. 

L’asimmetria è totale. E la religione funziona da timbro notarile su un potere maschile che non vuole cedere spazio.

Il paradosso si fa ancora più evidente nelle diaspore. 

Quando queste comunità si spostano in Europa, la rigidità spesso aumenta invece di diminuire.

Più libertà fuori, più controllo dentro. Perché quando l’identità si sente minacciata, irrigidisce i simboli. 

E il corpo delle donne è il simbolo più facile da presidiare.

E non parlo a caso. 

Qualche anno fa scrissi un editoriale  (https://www.tviweb.it/dal-test-di-verginita-in-francia-alle-mutilazioni-genitali-logiche-misogine-e-retaggi-tribali/)  per raccontare che in Francia per alcune donne di specifiche etnie sposarsi significa sottoporsi a quello che viene chiamato “test di verginità”, cioè all’ “ispezione” di un professionista che deve attestarne l’ “integrità”. 

Sì, avete capito bene, non parliamo di un angolo dell’Africa dimenticato da Dio, ma della civilissima Francia, in cui certe ragazze per trovare un uomo che le sposi devono produrre a lui o alla sua famiglia un certificato di “garanzia”.   Come si fa per un animale, di cui si chiede il pedigree prima di acquistarlo

A questo punto entra in scena l’ipocrisia occidentale. 

Quella del “rispetto culturale” usato come alibi. 

Come se criticare l’ossessione per la verginità femminile fosse un atto di intolleranza e non, più semplicemente, un rifiuto di accettare rapporti di dominio mascherati da tradizione.

La verità è che la verginità non parla di sesso. 

Non ha mai parlato di sesso. Parla di potere, di controllo, di paura. 

Serve dove il potere è arcaico, fragile, maschile ed insicuro. 

Sparisce dove il potere ha trovato strumenti più moderni.

La vera domanda, allora, non è perché oggi la verginità non sia più un valore.
La domanda è perché per così tanto tempo abbiamo accettato che lo fosse, scambiando una gabbia per una virtù, e l’oppressione per ordine morale.

Ed è una domanda che, volenti o nolenti, riguarda anche noi.

Umberto Baldo

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