20 Gennaio 2026 - 9.47

Crisi, riarmo ed economia: una verità scomoda

Umberto Baldo

In questi tempi tumultuosi, in cui il Diritto internazionale sembra un’idea del passato, in cui rinascono gli imperialismi, in cui sembra valere sempre più la legge del più forte, in cui è in atto una corsa al riarmo in tutti i continenti, è evidente che per coloro che sperano nella pace, ed io sono ovviamente fra questi, ci sia una sorta di rifiuto per le aziende che producono gli armamenti.

Ovviamente a fare le guerre sono gli uomini, non le macchine né le armi da sole, e quindi quelle aziende, fra cui cito solo l’italiana Leonardo, sono semplicemente imprese specializzate in un determinato settore, che danno lavoro a migliaia di persone, e contribuiscono al Pil nazionale.

Demonizzarle non serve a nulla, come pure boicottarle.

Perché in certe fasi sono state determinanti per risollevare le economie in crisi.

Detta in altre parole, c’è una verità storica che continuiamo a maneggiare con grande cautela, come un oggetto fragile: le grandi crisi economiche non sono state superate grazie alla virtù delle riforme, ma grazie alla forza brutale della necessità, spesso incarnata dal riarmo.

Volete qualche esempio?

Negli Stati Uniti il racconto dominante assegna al New Deal il merito di aver tirato fuori l’America dalla crisi del 1929. 

Certo la politica di Roosevelt fu importante, ma in realtà, se si guardano i dati, la storia è meno edificante. 

Nel 1933, all’insediamento di Roosevelt, la disoccupazione era attorno al 25%

Con il New Deal scese, sì, ma lentamente, ed in modo irregolare. 

Nel 1938, a quasi dieci anni dal crollo di Wall Street, era ancora intorno al 19%

La produzione industriale oscillava, ed una nuova recessione colpì proprio in quell’anno.

Il New Deal fu fondamentale sul piano sociale ed istituzionale: mise ordine nel sistema bancario, introdusse tutele, ridiede fiducia. 

Ma non riportò l’economia americana alla piena occupazione.
La svolta arrivò solo con il riarmo: tra il 1940 e il 1944 la spesa federale passò da circa il 10% ad oltre il 40% del PIL.

La disoccupazione crollò sotto il 2%.    Milioni di americani entrarono nelle fabbriche, l’industria lavorò a pieno regime, lo Stato divenne il principale committente dell’economia.

Altro che magia del mercato.

La Germania del primo dopoguerra conferma lo schema, in una versione ancora più spietata. Nel 1932 la disoccupazione tedesca superava i 6 milioni di persone, circa il 30% della forza lavoro.

In pochi anni, grazie a grandi opere pubbliche, ma soprattutto al riarmo, i disoccupati praticamente scomparvero. 

Il tutto finanziato in larga parte a debito, spesso occultato con strumenti fuori bilancio come i Mefo-Wechsel, pur di aggirare i vincoli interni e internazionali imposti dai Trattati di pace.

Il giudizio morale sul Nazional Socialismo, il regime che fece quelle scelte di politica economica,  resta ovvio ed incontestabile. 

Ma indubbiamente  il meccanismo economico funzionò

Ed è proprio questo che rende la lezione così sgradevole.

La conclusione, che piaccia o no, è questa: le democrazie accettano una spesa pubblica gigantesca, pianificata ed in deficit solo quando percepiscono una minaccia esistenziale

In tempo di pace, la stessa politica economica viene bloccata da paure contabili, rigidità ideologiche e liturgie sul debito.

Quando soffiano venti di guerra, invece, tutto cambia: il deficit non è più un problema, la pianificazione non è più una parolaccia, la piena occupazione diventa un obiettivo non negoziabile. 

Il capitalismo viene sospeso per essere salvato.

Le dittature, invece, non hanno questi scrupoli: non dovendo fare i conti con Parlamenti, opinioni pubbliche o vincoli democratici, possono concentrare stabilmente risorse immense sugli armamenti, anche in assenza di un pericolo immediato. 

Per questi regimi il riarmo può diventare quindi una politica ordinaria, strutturale, sganciata dal consenso e dalle compatibilità sociali.

Ecco perché a certi passaggi storici le democrazie arrivano sempre tardi e solo sotto shock, mentre altri sistemi no.

Sia chiaro, il mio non vuole certo essere un “elogio” dell’industria bellica. 

La mia è solo una constatazione amara: il nostro sistema economico sembra aver bisogno di una paura collettiva per funzionare davvero.

La domanda vera, quella che resta sempre inevasa, è allora inevitabile:  possibile che non esista un equivalente “civile” del riarmo?
Un obiettivo comune – infrastrutture, energia, ricerca, difesa del territorio, transizione tecnologica – capace di mobilitare risorse e lavoro con la stessa forza, ma senza un nemico da abbattere?

Forse la risposta è la più inquietante: la pace non crea abbastanza consenso.
La guerra sì.

E sarebbe bene che noi europei questo dilemma, questo interrogativo, lo affrontassimo adesso, con lucidità. 

Prima che sia ancora una volta la storia a imporcelo nel modo peggiore.

Umberto Baldo

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