20 Maggio 2022 - 18.59

Vangelis ci ha lasciato, gli Aphrodite’s Childs no

di Umberto Baldo

Una notizia breve sul Tg1 delle 20 di giovedì sera, qualche articolo sui media, per informare che Evàngelos Odysseas Papathanassiou noto con il nome d’arte di Vangelis, era deceduto in una clinica di Parigi.
Troppo poco, a mio avviso, per un personaggio che dal 1968 ha lasciato il segno nel panorama musicale mondiale.
A dare l’annuncio per primo è stato il premier greco Kyriakos Mitsotakis, con un twitter di poche parole “Vangelis non è più tra noi, il mondo ha perduto un artista internazionale”, che mostra il profondo amore dei greci per questo musicista.
Avevamo già visto questo amore nel 2015, in occasione dell’ultimo saluto ad Atene ad un altro virtuoso della musica che ha onorato la Grecia, Artemios Ventouris Roussos, detto “Demis”, come Vangelis un altro dei “Bambini di Afrodite”.
Si perchè è vero che Vangelis verrà ricordato per colonne sonore che hanno segnato la storia del cinema: Momenti di Gloria (1981), Blade Runner (1982), 1492-La conquista del Paradiso (1992), Alexander (2005), ma per chi era adolescente come me alla fine degli anni ’60 Vangelis e Roussos restano indissolubilmente legati al ricordo degli Aphrodite’s Childs.
E’ difficile dimenticare quel 9 novembre 1968 quando, per la prima volta nella storia della discografia italiana, un brano interpretato da un gruppo composto da tre ragazzi greci, conquistò la vetta della classifica dei singoli più venduti.
Si trattava di Rain and Tears diventata un grande successo internazionale, dopo un primo disco passato quasi inosservato, I want to live, che a mio avviso non ebbe il successo che meritava, e che vale la pena di riascoltare.
La canzone, ricca di echi mediterranei e giocata sulla particolare vocalità di Demis Roussos, doveva gran parte del suo effetto all’arrangiamento di Vangelis Papathanassiou, che attingeva a piene mani alle composizioni barocche dell’organista tedesco Johann Pachelbel.
Quel giorno noi italiani conoscemmo questo gruppo nato quasi per caso, composto da tre ragazzi ellenici che, partiti per Londra per cercare fortuna, nella capitale inglese non ci arrivarono mai, fermati a Parigi da disguidi burocratici legati alla irregolarità dei loro documenti, e che proprio a Parigi fondarono gli “Aphrodite’s Childs”, passando in pochi mesi dall’anonimato alla notorietà mondiale.
Ci fu della causalità anche in questo, in quanto Rain and Tears, messa in commercio e trasmessa ripetutamente dalle radio durante gli avvenimenti del Maggio Francese, ne divenne una specie di colonna sonora.
In breve gli Aphrodite’s Childs divennero degli astri nel firmamento musicale dei ragazzi della mia generazione, ma a differenza di band che a distanza di mezzo secolo sono ancora in attività, tipo i mitici Rolling Stones, il gruppo durò poco e si sciolse come neve al sole a fine 1971.
E forse non poteva che finire così in una band dominata da due robusti ego che ne determinarono il repentino successo, ma anche la rapida caduta: da una parte appunto Demis, l’immenso vocalist sempre coperto dai suoi caftani variopinti che gli accarezzavano l’enorme corpaccione; e dall’altra la geniale mente musicale, Vangelis.
Finchè durò il loro magico sodalizio, dopo Rain and Tears sfornarono altri 45 giri di grande successo tra cui End of the World, I Want To Live, Let Me Love Let Me Live, Spring Summer Winter and Fall, Air, Funky Mary e soprattutto It’s Five O’Clock.
E finirono per lasciarsi appunto nel 1971 per insanabili divergenze artistiche tra lo stesso Roussos e Vangelis, non prima però di aver pubblicato l’interessante 666, un ambizioso concept album che aveva come tema centrale l’Apocalisse di Giovanni.
Vangelis, autore di tutte le musiche degli Aphrodite’s, ad un certo punto si stancò di scrivere canzoni semplici, orecchiabili, e ambiva a sviluppare un repertorio più impegnativo.
Demis Roussos col suo faccione barbuto, con la sua voce flautata che sapeva modulare il falsetto arrampicandosi su ottave ardite come se nulla fosse, come aveva appreso da ragazzo nel coro della chiesa bizantina della sua città, non era d’accordo, e voleva continuare con l’esperienza degli Aphrodite’s.
Il sodalizio con queste premesse non poteva continuare, ed i due intrapresero strade diverse, Vangelis quella della ricerca musicale, Demis quella di proporre da solista brani in chiave beat, in cui echeggiavano le suggestioni della tradizione musicale arabo-bizantina e del folk ellenico.
Parliamo di successi come We Shall Dance, Forever and Ever, My Friend the Wind, Goodbye my love Goodbye, Il Mondo degli uomini bambini, solo per citarne alcuni.
Ma al di là dei due giganti che lo hanno caratterizzato (il batterista Loukas Sideras forse non passerà alla storia), quali erano le caratteristiche della musica degli Aphrodite’s Childs?
Perchè in quel 1968 in cui dominava il rock, le canzoni dai toni decisamente melodici dei Ragazzi di Afrodite conquistarono i ragazzi della mia generazione?
Non sono un critico musicale, per cui posso rifermi solo alle emozioni che mi trasmetteva quella musica caratterizzata nel sound da inconfondibili accenni etnici, da suoni e atmosfere mediterranee, da echi di sirtaki.
Ecco perchè è difficile etichettare le composizioni musicali degli Aphrodite’s Child.
Ci hanno provato in molti, parlando chi di beat sinfonico, chi di pop melodico, chi di folk mediterraneo, chi di rock progressivo.
Alla fin fine non credo sia importante trovare un’etichetta, in quanto la musica piace perché trasmette emozioni, e ognuno le percepisce in modo diverso, anche in relazione al momento in cui la si ascolta.
Lo so che Demis Roussos e Vangelis per i ragazzi di oggi, ammesso e non concesso che li conoscano, non vogliano dire molto.
Ma con questo mio ricordo, scaturito dalla morte di Vangelis, spero di suscitare in qualche millenials la voglia di andare su You Tube per cercare i video d’epoca con successi di questa band, che in ogni caso resterà nella storia della musica.
Credo che, ascoltandoli, anche i ragazzi di oggi potrebbero restare stupiti!
Umberto Baldo

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