Sanremo 2026, il Festival della Restaurazione?

di Alessandro Cammarano
Il Festival di Sanremo è un organismo sensibile, quasi meteorologico. Se nell’aria non si avverte un minimo di elettricità polemica, una corrente tiepida di indignazione preventiva, un refolo di scandalo annunciato, scatta subito l’allarme. È come un temporale d’agosto: se non arriva, si teme la siccità, e con la siccità l’inedia, e con l’inedia la noia.
Quest’anno, per qualche giorno, si è davvero temuto il peggio: un Sanremo senza polemiche, senza nomi ingombranti, senza incidenti diplomatici, e con “sole, cuore, amore” elevato a programma culturale. Un Festival partito sotto il segno della normalità, della compostezza, della televisione educata, quella che non offende, non disturba, non si sporca le mani e soprattutto non lascia tracce.
Una prospettiva quasi distopica, perché un Sanremo senza polemiche sarebbe come il calcio senza rigori o la politica senza scandali: tecnicamente possibile, culturalmente inconcepibile, e soprattutto inutilmente virtuoso.
Poi, come da tradizione, è arrivato il caso Pucci a ristabilire l’ordine cosmico delle cose.
L’annuncio del “comico” – in realtà un becero cultore del body-shaming e dell’omofobia da baretto – tra i co-conduttori ha innescato la consueta reazione a catena: critiche, accuse, difese, appelli alla libertà d’espressione, contro-appelli, prese di posizione politiche, editoriali indignati, editoriali indignati contro gli editoriali indignati.
Nel giro di pochi giorni si è consumata la solita liturgia nazionale: prima lo scandalo, poi la difesa dello scandalo, poi lo scandalo della difesa, infine il passo indietro del protagonista. Tutto perfettamente sanremese, perfettamente italiano. La musica, come sempre, era un dettaglio ornamentale.
Con un’aggravante che merita di essere registrata agli atti: autorevoli esponenti del governo e della maggioranza hanno parlato con tono solenne di “censura preventiva”, brandendo la libertà d’espressione come una reliquia improvvisamente riscoperta, salvo dimenticare con sorprendente amnesia selettiva quando, all’apparire di Fedez o di Rosa Chemical sul palco dell’Ariston, avevano fatto i diavoli a quattro in nome di una morale da sagrestia, agitata come clava culturale tra anatemi, interrogazioni parlamentari e richiami al “buon costume”. La libertà, a quanto pare, è un principio nobile ma a intermittenza: sacra quando conviene, pericolosa quando disturba.
Perché Sanremo non è più un festival della canzone: è un festival della reazione. La canzone dura tre minuti, la polemica tre giorni, e in termini di attenzione pubblica la competizione è già decisa prima ancora che parta la sigla.
Il clima generale di questa edizione è quello di una Restaurazione televisiva in piena regola. Dopo anni di scosse, provocazioni, meme, incidenti calcolati e momenti progettati per diventare virali nel tempo di un refresh, si torna al formato rassicurante, al Festival “come una volta”, quello che non urta le sensibilità, non disturba i sonni e non mette in difficoltà gli inserzionisti. Conduzione sobria, ritmo controllato, spettacolo ordinato: un Sanremo che non vuole creare traumi, non vuole dividere, non vuole nemmeno far alzare troppo il volume del telecomando.
A incarnare questo spirito con l’efficacia di un funzionario di lungo corso è Carlo Conti, tornato dallo scorso anno al timone con il suo stile da sagrestano della televisione pubblica: preciso, composto, rassicurante, devoto alla liturgia del palinsesto come un chierichetto all’incenso. Conti non conduce: officia. Non presenta: amministra. Non intrattiene: garantisce la continuità del servizio, con l’aria di chi sta sempre per dire “Si è sempre fatto così” e considera questa frase non un limite, ma un titolo di merito.
È il perfetto uomo d’apparato che riesce a sembrare indipendente proprio mentre esegue con zelo gli ordini di scuderia. Una figura tipicamente italiana: l’autonomo per delega, il ribelle autorizzato, l’uomo che appare libero perché nessuno si accorge che non ha alcuna intenzione di esserlo.
In un Festival costruito per non creare traumi, Conti è una garanzia assoluta. Il suo talento principale non è l’invenzione, ma la stabilità; non sorprende, consolida; non provoca, rassicura; non divide, distribuisce sorrisi come ostie, con la stessa serietà liturgica e lo stesso retrogusto di routine.
Il risultato è un Sanremo arredato con la cura di un salotto borghese dove nessun soprammobile deve stonare: tutto al posto giusto, nulla fuori posto, nessuna macchia sul tappeto, nessuna crepa nel muro. Un equilibrio studiato tra volti noti, nostalgia dosata, presenza televisiva garantita e qualche concessione al contemporaneo, purché non faccia troppo rumore e, soprattutto, purché non pretenda di dire qualcosa.
Anche le polemiche collaterali sembrano riesumate da un archivio d’epoca: la serata cover accusata di essere prevedibile, i co-conduttori troppo televisivi e poco musicali, gli inviati pescati dal serbatoio dei reality, le tensioni tra Rai e città di Sanremo sul futuro del Festival.
Un ecosistema stabile, come una riserva naturale: ogni anno le stesse specie, negli stessi habitat, con gli stessi versi.
Nel frattempo, la musica continua a vivere in una condizione di minoranza permanente.
Le canzoni vengono giudicate prima ancora di finire, ridotte a un ritornello di dodici secondi su TikTok, commentate in tempo reale da un pubblico che non ascolta ma reagisce, non segue ma digita, non canta ma twitta. Il Festival non si guarda più: si commenta. Il cantante canta, il pubblico scrive, e la canzone resta lì, come un parente silenzioso al pranzo di Natale che nessuno ascolta ma che tutti pretendono di aver capito.
Il segnale più evidente della vocazione rassicurante di questa edizione arriverà probabilmente nell’ultima serata, con la presenza di Andrea Bocelli come super ospite: un nome che non scandalizza nessuno, non divide nessuno, non crea tensioni, non apre discussioni, non costringe a prendere posizione. L’equivalente musicale di una tisana digestiva.
Bocelli, del resto, è l’emblema perfetto del crossover all’italiana: un cantante che da anni si presenta come tenore senza appartenere davvero al teatro d’opera, una figura sospesa tra lirica e pop, tra palcoscenico e salotto, tra Verdi e il jingle pubblicitario, tra l’aria da concerto e la colonna sonora da centro commerciale. Non abbastanza operistico per i puristi, non abbastanza pop per essere davvero contemporaneo, ma perfettamente funzionale a un Festival che ha fatto della neutralità emotiva un obiettivo strategico.
In fondo, questo Sanremo 2026 sembra progettato come un oggetto senza attriti: nessuna scelta davvero rischiosa, nessuna provocazione evidente, nessuna frattura, nessuna cicatrice. Un Festival che funziona, scorre, non inciampa, non cade, non sanguina. E proprio per questo rischia di non vivere.
Perché Sanremo, quando è vivo, è imperfetto, rumoroso, contraddittorio, a tratti insopportabile. È un luogo dove si litiga, si applaude, si fischia, si cambia idea nel giro di una serata, dove si sbaglia, si esagera, si inciampa e proprio per questo si ricorda. Un rito collettivo che funziona perché non funziona mai del tutto.
Un Sanremo perfettamente educato, perfettamente funzionante, perfettamente innocuo, rischia di diventare un programma come un altro: manutenzione ordinaria del palinsesto, televisione di servizio, intrattenimento a bassa pressione. Un oggetto senza memoria, senza scosse, senza incidenti, senza nulla da raccontare il giorno dopo.
E allora la vera domanda, quella che tornerà puntuale come ogni anno, non sarà chi ha vinto o quale canzone passerà in radio.
Sarà molto più semplice, e molto più crudele: ma non era meglio quando faceva arrabbiare tutti?
















