15 Novembre 2022 - 8.55

PILLOLA DI ECONOMIA – Da oggi sulla terra siamo 8miliardi. 

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Non sapremo mai il nome, dove è nato, la pigmentazione della pelle, ma oggi 15 novembre 2022 nascerà un bambino, o una bambina ovviamente, che sarà l’8miliardesimo rappresentante del genere umano a calpestare questo nostro piccolo pianeta vagante nel cosmo.

In realtà non sappiamo neppure la vera data di questa nascita, ed il giorno 15 di novembre è stato scelto simbolicamente dall’Onu come il “Day of 8 Billion”, una giornata celebrata a livello mondiale per riflettere sul futuro dell’umanità.

Siamo tanti? Siamo pochi?

Impossibile dirlo a priori, ed al riguardo i pareri sono discordi perché non esiste una popolazione “ideale”, ma vale la pena di soffermarsi sul carattere esponenziale di questa crescita. 

Basti dire che dal 1974, in soli 48 anni, la popolazione mondiale è infatti raddoppiata, passando da quattro a otto miliardi. 

E che secondo le stime Onu il numero degli esseri umani ha raggiunto per la prima volta le dieci cifre (1miliardo) soltanto nel 1804. 

Un dato raddoppiato nel 1927 quando, dopo 123 anni, gli abitanti della Terra arrivarono a due miliardi. 

Ce ne vollero però soltanto 33 per crescere di un altro miliardo, arrivando a tre nel 1960, e appena 14 per raggiungere i quattro. 

Da allora ne bastarono prima 13 (1987), poi 12 (1999-2011) e ora appena 11 per aumentare ogni volta la popolazione globale di un altro miliardo di persone.

E non ci si fermerà qui, perché le proiezioni Onu prevedono un ulteriore incremento degli abitanti della Terra, fino a 8,5 miliardi entro il 2030; 9,7 miliardi nel 2050, e 10,4 miliardi entro il 2080.

In estrema sintesi si può dire ci sono voluti centinaia di migliaia di anni prima che la popolazione mondiale crescesse fino a 1 miliardo, poi in soli altri 200 anni circa, è cresciuta di sette volte.

Checché ne pensino i no Vax, è del tutto evidente che tale esplosione della popolazione umana deriva dal progresso della ricerca medica e scientifica, dai vaccini, dagli antibiotici, che hanno ridotto la mortalità infantile, e prolungato la vita media in tutto il mondo.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia, nel senso che ciò rende più difficile sradicare la povertà, combattere la fame e la malnutrizione, e aumentare la copertura dei sistemi sanitari e scolastici.

Non solo, ma i cambiamenti climatici in atto alimenteranno sempre più le migrazioni, sia quelle interne agli Stati, dalle campagne verso le città, sia quelle verso altri Paesi ed altri Continenti, e ciò causerà non solo nuovi problemi di insediamento e inquinamento, ma aumenterà i rischi di insicurezza alimentare e idrica, e accrescerà i tassi di criminalità e conflittualità sociale.

Una volta questi erano fenomeni che si sviluppavano nel corso dei secoli, oggi li vediamo realizzarsi nel giro di pochi decenni.

C’è da dire che la crescita, e di conseguenza la distribuzione della popolazione mondiale, non è uniforme.

A guidare le danze resta l’Asia; tanto che sugli attuali 8miliardi di abitanti della terra oltre 1,45 risiede in Cina, e 1,41 in India. 

A seguire, inaspettatamente in crescita, gli Usa con 355 milioni, seguiti da Indonesia, Pakistan, Nigeria e Brasile, tutti sopra la soglia dei 200 milioni.

Noi Europei siamo attualmente circa 746 milioni, ma se solo un secolo fa rappresentavamo quasi un terzo della popolazione mondiale, oggi non superiamo il 10%.  

Ed il trend dei Paesi del vecchio continente è nettamente in calo, tanto è vero che, per fare l’esempio per noi più eclatante, secondo l’Istat nella nostra Italia, a causa della diminuzione delle nascite, passeremo da 59,2 milioni di cittadini del 2021 ai 47,7 del 2070, perdendo per questo il 32% del PIL. 

Per comprendere ancor meglio le dimensioni del fenomeno basti dire che tra il 2022 ed il 2050 la popolazione dell’Africa subsahariana raddoppierà da quasi 1,2 a poco meno di 2,1 miliardi, mentre il numero di abitanti dell’India crescerà di oltre 250 milioni, superando stabilmente la Cina come Paese più popoloso del mondo.

E che più della metà del previsto aumento della popolazione mondiale fino al 2050, quando arriverà a 9,4 miliardi, sarà concentrato in otto Paesi: Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Etiopia, India, Nigeria, Pakistan, Filippine e Repubblica Unita di Tanzania. Tanto per dire le stime prevedono che, sempre nel 2050, un abitante mondiale su tredici sarà nigeriano. 

Questi i numeri, sconvolgenti o meno a seconda dei punti di vista, che rendono ineludibili due domande: 

Quante persone può sostenete il Pianeta?

Quante migrazioni saranno innescate dalla crescita, unita ai cambiamenti climatici?

Relativamente alla prima domanda va considerato che ogni individuo ha una serie di bisogni e di necessità che vanno soddisfatti – acqua, cibo, energia elettrica per spostarsi e riscaldarsi, medicinali, capi di abbigliamento e così via – e che comportano un dispendio di risorse naturali, sempre più scarse.

E proprio questa progressiva riduzione delle risorse rispetto ai bisogni obbligherà tutti i Governi a fare serie considerazioni. 

Quanto alla seconda questione io credo che con il passare del tempo sarà sempre più difficile per noi europei distinguere nettamente fra coloro che arrivano per sfuggire a guerre e persecuzioni (rifugiati), da coloro che invece arrivano spinti dalle emergenze climatiche, dalla siccità e dalle carestie (che adesso definiamo migranti economici).

E se già adesso non è facile, sarà sempre più difficile respingere in futuro persone che spesso non sono i più poveri, anzi. Di solito sono giovani che non riescono a soddisfare le aspirazioni che animano ogni giovane del mondo: studiare, trovare un lavoro, avere condizioni economiche e servizi adeguati alle esigenze normali di un essere umano, e che sperano di trovarle in Europa.

Il problema vero che si porrà è se il nostro welfare riuscirà a “tenere” con l’arrivo di queste persone cui l’Europa riconosce da subito gli stessi diritti, anche di supporto economico-sociale, che abbiamo noi. 

Il problema sarà quindi la gestione di questi flussi, che inutile nascondercelo sono inarrestabili, in maniera che la nostra struttura sociale, alcuni si spingono a dire la nostra civiltà, non ne escano definitivamente travolte.

E le contorsioni politiche di questi giorni, che incendiano i rapporti fra Paesi membri della Ue rappresentano una chiara testimonianza delle difficoltà che ci attendono.

Queste problematiche vengono riassunte con la parola “integrazione”,  che è una splendida parola in teoria, ma vedendo la rabbia, il disadattamento, e l’emarginazione percepita, che spesso caratterizzano le seconde e terze generazioni di immigrati, temo che sarà una sfida epocale non facile da vincere per i nostri nipoti.  

Da cultore di storia non dimentico che i primi a mettere in piedi una politica di integrazione dei migranti furono gli antichi romani.

Per alcuni secoli prima del crollo dell’Impero  vari imperatori consentirono a interi popoli  “barbari” di stanziarsi in pace in provincie romane, assegnando loro terre da coltivare e inserendo i loro giovani nelle legioni, tanto che ad un certo momento l’esercito romano risultò composto in prevalenza da ex barbari romanizzati, generali compresi.

Tutto funzionò più o meno bene fino a che le masse di “barbari” che premevano sui confini crebbero a dismisura, ed un Impero ormai in crisi demografica (pensate all’oggi) non riuscì più arginare questa spinta  e finì per crollare (anche se le invasioni barbariche non furono l’unica ragione della caduta dell’Impero, rappresentarono certamente la spinta finale). 

Il problema, per tornare all’oggi, è capire se e quando questo punto di rottura potrà arrivare anche per noi.

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