17 Marzo 2026 - 9.30

ll mondo passa dagli stretti. La geografia che comanda la storia

Umberto Baldo

Il mondo sembra immenso. In realtà si muove attraverso una manciata di passaggi stretti.

Gli imperi cambiano, le flotte si moltiplicano, la tecnologia corre. 

Ma alla fine tutto passa sempre dalle stesse strettoie d’acqua.

La geopolitica ama le ideologie, i grandi discorsi, le conferenze internazionali.
La storia invece obbedisce quasi sempre alla geografia. 

E la geografia ha una passione particolare per i colli di bottiglia.

Prendiamo le leggendarie Colonne d’Ercole, che gli antichi collocavano ai lati dello Stretto di Gibilterra.
Secondo il mito era stato Eracle a piantare quelle colonne per segnare il limite del mondo conosciuto.

Oltre, cominciava l’ignoto.   Sotto, invece, cominciava la geopolitica.

Chi controllava quel passaggio dominava l’accesso al Mediterraneo. 

Fenici, romani, spagnoli, britannici: tutti hanno capito che quel varco tra Europa ed Africa valeva più di molte province. 

Oggi la minuscola rocca di Gibilterra continua a ricordarlo. 

Un pezzo di roccia grande quanto un quartiere che osserva da millenni, silente, traffici da miliardi.

Nel Mediterraneo, del resto, gli stretti sono sempre stati luoghi inquietanti.
Il più celebre è lo Stretto di Messina.

Gli antichi non si limitavano alla geografia: preferivano popolarlo di mostri. 

Da una parte Scilla, dall’altra Cariddi.
Chi passava doveva scegliere il male minore.

Naturalmente i mostri non esistevano. 

Esistevano correnti violente, vortici improvvisi, fondali complicati. Ma quando il mare diventa difficile, l’immaginazione umana si mette subito al lavoro.

Poi ci sono gli stretti che hanno deciso guerre e imperi.
I Dardanelli sono uno di questi.

Sono la porta del Mar Nero.
Chi li controlla decide chi entra e chi esce da quel mare.

Non a caso imperi interi hanno combattuto per dominarli. 

E nel 1915 gli Alleati provarono perfino a sfondarli nella sanguinosa Campagna di Gallipoli.
Il risultato fu una lezione brutale: la geografia non si conquista con la retorica.

Gli stretti, però, non sono solo guerre. Sono anche scoperte.

Nel 1520 Ferdinando Magellano trovò il passaggio tra Atlantico e Pacifico che oggi chiamiamo Stretto di Magellano.
Un dedalo di fiordi, nebbie e correnti che cambiò le rotte del pianeta.

Prima della costruzione del Canale di Panama era la via obbligata per circumnavigare l’America Latina senza sfidare le tempeste di Capo Horn. 

Una rotta lunga, difficile, ma fondamentale per il commercio globale di allora.

Da quel momento il mondo non fu più lo stesso. Bastava un varco artificiale nella geografia delle Americhe per ridisegnare il commercio globale.

Oggi il grande imbuto del pianeta non è nel Mediterraneo ma in Asia: lo Stretto di Malacca.

Un quarto del traffico marittimo mondiale passa da lì.
Petrolio del Golfo, merci cinesi, container giapponesi, tutto si infiltra in quel corridoio d’acqua largo poche decine di chilometri.

È il punto in cui la globalizzazione mostra tutta la sua fragilità.
Basterebbe chiuderlo per qualche settimana e l’economia mondiale comincerebbe a zoppicare.

Poi ci sono gli stretti della tensione permanente.

Lo Stretto di Hormuz, da cui passa una quota enorme del petrolio mondiale.
E quello di Bab el-Mandeb, la porta del Mar Rosso e del Canale di Suez.

Basta una crisi regionale, qualche missile, una milizia troppo intraprendente, e metà del commercio planetario resta in coda come sull’autostrada a Ferragosto.

E qui torna la vecchia lezione.

Il mondo globalizzato ama raccontarsi come una rete infinita fatta di satelliti, fibra ottica e mercati digitali.
Poi si guarda una carta nautica e si scopre una verità molto meno romantica.

A ben guardare, il pianeta è pieno di questi colli di bottiglia. 

Alcuni hanno deciso la storia.

Il Canale della Manica, per esempio, è stato per secoli la migliore assicurazione sulla vita della Gran Bretagna.
Napoleone Bonaparte ci pensò, e Adolf Hitler lo progettò. 

Attraversarlo con un esercito, però, si è rivelato sempre un pessimo affare. 

Quella striscia di mare larga poche decine di chilometri ha protetto l’isola meglio di qualsiasi muraglia.

Poi c’è lo Stretto di Bering, che in un’altra epoca non era nemmeno uno stretto. Durante le glaciazioni era un ponte di terra. Attraverso quel corridoio naturale gli esseri umani passarono dall’Asia alle Americhe, dando inizio al popolamento del Nuovo Mondo.
Oggi, con lo scioglimento dei ghiacci artici, potrebbe tornare al centro della geopolitica come frontiera strategica tra Stati Uniti e Russia.

Gli strateghi navali chiamano tutti questi passaggi “choke points”.
È un termine freddo, quasi burocratico, ma l’immagine è chiarissima.

Se il commercio mondiale fosse un sistema circolatorio, gli stretti sarebbero le arterie principali.
Quando una si ostruisce, l’intero organismo comincia a soffrire.

Ed è per questo che, dai miti di ScillaeCariddi fino alle petroliere che attraversano Hormuz, la storia continua a tornare sempre negli stessi punti della carta geografica.

Il pianeta continua a muoversi attraverso pochi passaggi obbligati, che gli antichi riempivano di figure mitologiche, e che noi riempiamo di petroliere e portaerei.

Il principio, purtroppo, è rimasto lo stesso, e basta guardare dove passano le navi per scoprire quanto, in realtà, il mondo sia stretto.

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