29 Gennaio 2026 - 9.40

La lampada di Salvini ed il genio Vannacci che spaventa Meloni

Umberto Baldo

Uno dei motti storici del Partito Comunista Italiano era “nessun nemico a sinistra”. 

Un principio applicato sempre con una certa coerenza: il Pci ha sempre fatto di tutto per evitare che alla propria “izquierda”, come direbbero a Madrid, nascesse una forza organizzata capace di insidiarne l’egemonia. 

Giorgia Meloni, mutatis mutandis, ragiona oggi in modo molto simile. 

Solo che il problema, per lei, non è a sinistra ma a destra. E più precisamente alla sua destra.

Non è difficile immaginare con quale stato d’animo la Presidente del Consiglio stia osservando l’Affaire Vannacci, soprattutto dopo la notizia del deposito del simbolo “Futuro Nazionale”. 

Perché la realtà, al netto delle versioni di comodo, è piuttosto chiara: grazie a Matteo Salvini, sta prendendo forma qualcosa che somiglia pericolosamente ad un Partito a destra della Lega. 

Anzi, a destra di Fratelli d’Italia. Esattamente dove Meloni non vorrebbe alcuna concorrenza.

Probabilmente la nostra Premier pensava di dover magari fare i conti con  rigurgiti di nostalgie neofasciste, magari anche con forme di revisionismo missino, ma immagino mai con un ex Generale della Folgore passato di slancio dalle caserme ai Parlamenti, dopo aver esposto il suo pensiero a 360 gradi nel suo best seller “Il mondo al contrario”.

E viene facile pensare che Meloni non sia affatto tenera con il suo Vicepremier. 

Salvini, come nella fiaba, ha strofinato la lampada e liberato il genio Vannacci. 

Il problema è che adesso non sembra essere più in grado di rimetterlo dentro.

Il rischio è evidente: la nascita di una formazione capace di sottrarre a Fratelli d’Italia quel tanto di voti – due, tre, forse quattro punti percentuali – che potrebbero rivelarsi decisivi. 

Quanto basta, insomma, per pareggiare o addirittura perdere le prossime elezioni.

Comunque vada a finire, una cosa è certa: se Roberto Vannacci riuscirà a costruire una sorta di AfD italiana, intercettando il voto delle frange più estreme della destra, Matteo Salvini verrà ricordato come l’artefice involontario dell’operazione. 

Vale la pena ricordare quando il Capitano presentava Vannacci come “l’asso nella manica” della Lega, convinto di poterlo usare per arginare un possibile tracollo alle ultime europee. 

Non solo: lo ha anche nominato Vicesegretario della Lega, ignorando le proteste ed i malumori che salivano dai territori e dai dirigenti storici del Partito, Luca Zaia in testa.

Quell’asso, però, qualcun altro ha dimostrato di saperlo giocare meglio. 

Alle europee Vannacci ha raccolto più preferenze di chiunque altro, ed oggi certi sondaggi lo accreditano addirittura vicino al 4 per cento. 

Sarebbe stato chiaro anche ad un bambino che l’elettorato a cui parla il Generale ha poco a che vedere con la base tradizionale della Lega. 

Messo in competizione diretta con il Carroccio, perfino in Lombardia, Vannacci ha usato Salvini come trampolino, ed ora ragiona da leader in proprio.

Un competitor sovranista, nazionalista, senza freni e, per giunta, con le stellette.

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare. 

La Lega, nella prossima legislatura, difficilmente potrà contare sui cento parlamentari di oggi. Naturale che Deputati e Senatori che temono di non essere rieletti inizino a guardarsi attorno, in cerca di alternative. 

E Vannacci, da questo punto di vista, rappresenta una possibile calamita.

La parte quasi comica della vicenda è che Salvini sembra ancora convinto di avere tutto sotto controllo. 

Continua a ripetere che chi lascia la Lega “non va da nessuna parte”. 

Può darsi. 

Ma anche un piccolo gruzzolo di voti, intercettato altrove, potrebbe bastare a far perdere il centrodestra nel 2027, quando la competizione si annuncia durissima e giocata su margini strettissimi.

Vi sembra prematuro parlare già del 2027? 

Illusione comprensibile. In realtà la corsa elettorale è già iniziata, e molti movimenti che oggi appaiono marginali sono in realtà preparatori di quella scadenza.

È per questo che Giorgia Meloni osserva in silenzio, ma con grande attenzione, tutto ciò che si muove nel centrodestra.

E non è un caso se, mentre segue la vicenda Vannacci, guarda con altrettanto interesse al dialogo sempre più intenso tra Forza Italia e Carlo Calenda.

L’idea, verosimilmente, è quella di rafforzare la componente centrista della coalizione, rendendo la Lega meno decisiva. 

Quando Letizia Moratti afferma che Forza Italia vuole aprirsi a mondi “liberali, popolari, riformisti, garantisti, europeisti”, il messaggio è chiaramente indirizzato anche ad Azione. 

Con Calenda, del resto, esiste una sintonia evidente su temi chiave come Europa, riforme, giustizia ed industria.

Ma qui nasce il problema politico vero. 

Un Salvini che si mostra “faccia a faccia” al Ministero con Tommy Robinson, un attivista dell’ultradestra britannica, noto per posizioni neonaziste e razziste, non è un interlocutore presentabile per Calenda e per l’area liberal-democratica. 

Lo stesso ostacolo si porrebbe se Meloni tentasse di inglobare nella coalizione un eventuale partito guidato da Vannacci.

La premier i numeri li conosce bene. 

E farà di tutto per evitare uno scenario in cui il centrodestra perda, in un colpo solo, un ipotetico due per cento verso Vannacci ed un tre per cento verso Calenda.

Sembra un rebus? 

Forse. Ma in fondo è la politica stessa che, in certi momenti, assume la forma di un rebus complicato e pieno di incastri.

E non è che dall’altra parte il cosiddetto “campo largo” se la passi meglio. 

Divisioni, rivalità di leadership, differenze ideologiche e strategie inconciliabili rendono anche quel fronte tutt’altro che compatto.

E paradossalmente sia nel centrodestra che nel centrosinistra (anche se di “centro” nel campo largo se ne vede sempre meno) oggi, il caos non arriva dagli avversari, arriva dall’interno. 

Ed i problemi che nascono in casa propria, di solito, sono quelli che fanno più male.

Umberto Baldo

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