Il Festival di Sanremo ai tempi di Trump e Netanyahu

Sanremo è quella cosa per cui milioni di italiani si convincono, una volta l’anno, di essere critici musicali, esperti di luci, e già che ci siamo, anche raffinati costumisti.
Un miracolo antropologico.
Sono mattiniero, lo sapete.
Appena apro gli occhi accendo un canale di news per capire se il mondo è ancora in piedi o se durante la notte qualcuno ha deciso di raderlo al suolo.
Questa mattina, dopo certe premesse internazionali di ieri, mi aspettavo quasi che Carlo Conti si fosse presentato in smoking e avesse annunciato: “Il Festival di Sanremo è stato vinto dal duo Trump-Netanyahu con il brano “La guerra di Donald e Bibi”.
Standing ovation, fuochi d’artificio, orchestra che attacca una marcia trionfale.
Invece no.
I titoli dei giornali erano tutti per i nuovi Simon & Garfunkel, Ike & Tina Turner, Bob Dylan & Joan Baez, del Medio Oriente.
Un duo che la “musica” la impone sul serio, altro che Ariston.
E del Festival, l’evento che dovrebbe paralizzare la nazione, incollando metà degli italiani davanti allo schermo tv, inaspettatamente sulle aperture non c’è quasi traccia.
Delle performance geopolitiche dei due “chansonniers” non parlo.
La tournée è in corso, la polvere deve ancora posarsi, e dare giudizi affrettati è il modo più rapido per scrivere sciocchezze solenni.
Torniamo quindi alle scale dell’Ariston, che almeno lì la scenografia è finta ma dichiarata.
Premessa doverosa: l’ultimo Sanremo che ho seguito con una certa disciplina è quello del 1989, quando vinsero Anna Oxa e Fausto Leali con “Ti lascerò”.
Dopo di allora ho scelto l’astinenza.
Quell’atmosfera programmaticamente allegra, le discese rituali dalla scalinata come se fosse il Sinai, i cambi d’abito degni di una settimana della moda, le gag studiate al millimetro e vendute come improvvisazione geniale… non facevano per me.
Mi irritavano. E quando una cosa ti irrita in modo costante, forse è lei che ha un problema.
O forse sei tu che hai superato l’età dell’illusione collettiva.
Questo non significa che io detesti la musica. Anzi.
Le belle canzoni le ascolto volentieri, soprattutto in auto, quando nessuno mi obbliga a guardare vestiti improbabili o coreografie da villaggio turistico.
E guarda caso, spesso le canzoni migliori sono quelle che non salgono neppure sul podio dell’Ariston.
Pur non avendo seguito una sola serata, gli echi del Festival arrivano lo stesso.
I social sono un altoparlante permanente.
Così, incuriosito dagli “esperti” da divano, ho ascoltato in Rete Patty Pravo con “Opera” ed Ermal Meta con “Stella Stellina”.
Confesso che altri brani li ho intercettati alla radio, ma non sono mai riuscito ad arrivare in fondo. Canzoni che, se non fossero mai state scritte, la storia della musica non ne avrebbe risentito. Nessun lutto nazionale.
Opera, invece, ha un’altra stoffa.
Al di là dell’interpretazione inimitabile di Nicoletta Strambelli, il testo richiama certe suggestioni alla Battiato, con un impianto musicale armonioso e coerente.
Patty Pravo non poteva vincere. Lei gioca in un campionato diverso. È come invitare un professore universitario a una gara di spelling alle medie.
Del brano di Meta, al di là del testo palesemente politico, mi hanno colpito le musicalità balcaniche, che tradiscono con eleganza le sue origini. Un pezzo con una cifra riconoscibile, e già questo, in mezzo al mare delle basi tutte uguali, è una notizia.
Il vincitore, però, mi ha sorpreso.
“Per sempre sì” è un manifesto sentimentale, un inno all’amore eterno, con il matrimonio come apoteosi del racconto.
Un brano che non ha paura di essere dichiaratamente romantico.
Da Vinci è un artista napoletano versatile, figlio di una tradizione che porta dentro e che si sente.
Io ci avverto echi meroliani, una vena neomelodica che non chiede scusa a nessuno.
E forse è questo il punto. In mezzo a performer che spesso sembrano più recitatori su basi intercambiabili che cantanti, Sanremo 2026 ci dice che lo stile “Zappatore” non è morto.
Anzi. Resiste, prospera e conquista.
La morale? Mentre il mondo sembra diretto da una coppia di capi orchestra con il dito sempre sul grilletto, noi discutiamo di scale, outfit e acuti.
È un meccanismo di autodifesa collettivo. E in fondo, forse, è anche tenero.
Purché nessuno provi davvero a candidare Trump e Netanyahu tra i Big.
Lì temo che nemmeno l’orchestra di Sanremo riuscirebbe a coprire il rumore.
















