Germania armata – America divisiva – Europa impaurita: il grande equivoco

Umberto Baldo
“Amo talmente la Germania che ne preferivo due», disse una volta Andreotti dopo l’unificazione tedesca.
Era ovviamente una battuta. Ma oggi davanti al riarmo tedesco ed alle ipotesi nucleari, torna a sembrare una diagnosi psicologica dell’Europa.
La Zeitenwende (punto di svolta) di Berlino è un fatto.
Dopo trent’anni di prudenza post-bellica Berlino ha deciso di riarmarsi seriamente. Non più potenza economica protetta dagli altri, ma attore militare centrale.
Budget triplicato, Bundeswehr “kriegstüchtig” (pronta per la guerra), con l’obiettivo di diventare la forza convenzionale più potente del continente.
Se poi si arrivasse ad aprire davvero il dossier nucleare, il salto sarebbe epocale.
Capite bene che proprio il tema “nucleare” rende tutto ancora più brutale.
Le parole del generale Frank Piper sulla necessità di armi atomiche tedesche non sono un delirio isolato. Sono il segnale di una consapevolezza: l’ombrello americano non è eterno.
Se Washington si ritrae, ogni Stato torna alla domanda fondamentale della politica internazionale: chi mi difende davvero?
Il punto è questo. La deterrenza nucleare non è una poesia federalista. È potere puro. È sovranità assoluta.
Una Germania nucleare sarebbe uno Stato pienamente autonomo sul piano strategico.
E a quel punto, la retorica dell’“Europa potenza” si rivelerebbe per ciò che è: un mero slogan.
Il brivido che attraversa l’Europa non è irrazionale. È storico.
A parte forse i baltici e gli scandinavi che guardano a Berlino con meno romanticismo e più realismo.
Perché loro la minaccia russa la sentono addosso, e quindi non temono una Germania forte. Temono un’Europa debole.
Ma sarebbe un errore leggere il riarmo tedesco senza guardare cosa sta accadendo dall’altra parte dell’Atlantico.
L’amministrazione Trump non si limita a chiedere agli europei di “fare di più” per la propria difesa.
Sta attivamente “coltivando” quei Governi e quei Partiti che lavorano per indebolire l’Unione dall’interno.
La visita del Segretario di Stato Marco Rubio (dopo la Conferenza di Monaco) in Slovacchia ed a Budapest, con il sostegno esplicito a Viktor Orbán in piena campagna elettorale, non è un dettaglio di colore diplomatico.
È un segnale politico.
Washington sta scegliendo i suoi interlocutori nel vecchio Continente, e non sono quelli che rafforzano l’integrazione europea.
Orbán e Fico non rappresentano semplici varianti nazionali.
Sono la punta di una strategia che punta a trasformare l’UE in un’arena di sovranismi in competizione, più facilmente influenzabili bilateralmente.
Non c’è alcun dubbio che gli Usa di oggi considerano un’Europa divisa più utile e gestibile di un’Europa compatta.
Non è anti-europeismo ideologico. È realismo geopolitico: un’Europa politicamente frammentata è più facilmente “negoziabile” Stato per Stato.
È qui che il riarmo tedesco assume un significato ancora più delicato.
Se la Germania si rafforza militarmente, mentre l’America sostiene forze centrifughe dentro l’Unione, il risultato non è una NATO più coesa, bensì un Continente politicamente instabile, con una potenza centrale armata ed un tessuto politico frammentato.
Il paradosso è doppio.
Da un lato, Berlino si riarma perché percepisce l’ombrello americano come meno affidabile.
Dall’altro, Washington incoraggia quegli attori europei che rendono più difficile qualsiasi risposta strategica comune.
È come chiedere agli europei di camminare con le proprie gambe mentre si allenta deliberatamente il terreno sotto i loro piedi.
In questo scenario, l’ipotesi nucleare tedesca diventa il simbolo di una trasformazione più profonda.
Non è solo una questione di deterrenza contro Mosca.
È la presa d’atto che la sicurezza torna a essere “nazionale”, in un contesto in cui l’Alleanza Atlantica non è più un automatismo.
E qui emerge la vera fragilità europea.
Non esiste un esercito comune. Non esiste una catena di comando integrata. Francia e Germania faticano a cooperare persino sui grandi programmi industriali.
E mentre Parigi rivendica la propria deterrenza, e Berlino riflette su una possibile autonomia strategica, Washington gioca apertamente e spudoratamente su più tavoli,
L’Europa teme il riarmo tedesco proprio perché, semplicemente, non esiste abbastanza.
AfD cresce, le tensioni politiche interne aumentano, i Governi passano, le armi restano.
Questo è il dato che inquieta. Non il ritorno del Reich, che è una caricatura, ma l’imprevedibilità futura di qualsiasi democrazia; e quella tedesca non fa eccezione.
La storia insegna che la stabilità non è eterna, ma le scelte strategiche hanno effetti che durano decenni.
Per ottant’anni abbiamo dato per scontata una convergenza di interessi tra Stati Uniti ed Europa
Abbiamo costruito welfare, regole, mercati, monete comuni. La difesa no. Ora scopriamo che la pace aveva un garante esterno. E quando il garante vacilla, emergono le nostre paure ataviche, fra cui il militarismo tedesco.
Quindi il problema non è che la Germania torni pericolosa; ma quello che l’Europa non è mai diventata adulta.
E finché la sicurezza resterà “nazionale”, il riarmo tedesco sarà percepito come “tedesco”.
Ecco perché fino a che l’Unione resterà una costruzione economica con ambizioni geopolitiche, ogni passo di Berlino sembrerà uno squilibrio.
In questo contesto la domanda non è se dobbiamo temere una Germania più forte.
La vera domanda è se l’Europa intende diventare finalmente un soggetto politico autonomo, capace di reggere sia la pressione russa sia le ambiguità americane.
Se non lo farà, ogni riarmo resterà “nazionale”, ed ogni alleanza sarà condizionata.
Forse Andreotti aveva torto sul piano storico.
Una Germania divisa non era la soluzione.
Ma aveva ragione su quello psicologico: l’Europa non ha mai smesso di misurarsi con la Germania, nel bene e nel male.
A mio avviso oggi non dobbiamo decidere se temere Berlino, dobbiamo decidere se vogliamo finalmente un’Europa capace di assumersi il peso della propria difesa.
Se non lo faremo, il riarmo tedesco non sarà solo un problema tedesco.
Sarà la prova definitiva che l’Europa, quando la storia torna a bussare, resta una potenza economica con l’anima strategica di un protettorato.
















