Addio al Drago di Cavarzere: l’ultima curva di un’epoca irripetibile

Umberto Baldo
Parliamoci chiaro: per chi è nato con la PlayStation e la Formula 1 in streaming, il nome Sandro Munari forse suona come quello di un lontano parente di provincia.
Per chi invece negli anni Settanta e Ottanta respirava benzina e polvere vera, è un pezzo di giovinezza che se ne va.
Sabato ci ha lasciato Sandro Munari.
E con lui se ne va un frammento di quell’epoca in cui i rally non erano una coreografia televisiva ma una faccenda da uomini duri, motori rabbiosi e strade che sembravano tracciate da un mulo con cattive intenzioni.
Munari, veneto di Cavarzere, non è stato solo un grande pilota.
È stato il volto italiano di un’epopea.
Un’epoca in cui, come diceva lui, “il rally non era una gara di regolarità, né un raduno, ma una marcia al limite delle possibilità fisiche e meccaniche su strade tracciate quando l’automobile apparteneva ancora alla fantasia”.
Chi c’era lo sa.
Io le ricordo bene quelle prove speciali su strade che oggi nessun Sindaco si assumerebbe la responsabilità di aprire al traffico, figuriamoci ad una gara.
Mulattiere, sterrati, neve compatta.
Ti piazzavi ore prima sul ciglio della strada, di notte, aspettando di vedere comparire in lontananza le sciabolate dei fari.
Le macchine ti passavano davanti sputando sassi e ghiaia.
Spesso non capivi neppure chi fosse al volante.
Ma sentivi che stavi assistendo a qualcosa di vero.
I rally non potranno mai più essere quelli di un tempo e, per certi versi, possiamo anche dire per fortuna.
Gli standard di sicurezza sono cambiati, e meno male.
Ricordate il pubblico in mezzo alla strada che si apriva all’ultimo secondo, come il Mar Rosso davanti a Mosè?
Roba da brividi, oggi impensabile.
Le responsabilità sono diverse, i controlli ferrei.
Nessuno farebbe partire una prova senza la ragionevole certezza che tutto, e tutti, siano al sicuro.
Ma proprio perché quel mondo non esiste più, la figura di Munari assume contorni quasi mitologici.
Il “Drago”, come lo chiamavano, ha legato il suo nome alla Lancia in modo indissolubile. Un’accoppiata che negli anni Settanta ha parlato al mondo con accento torinese.
Prima la Fulvia HF 1600, la “Fulvietta”, con cui nel 1972 vinse il Rally di Montecarlo in un’impresa che ancora oggi viene raccontata come un capolavoro tecnico e umano: trazione anteriore contro mostri più potenti, sulle nevi del Col de Turini.
Poi la Stratos HF, la prima vettura di serie progettata solo per i rally. Tre Montecarlo consecutivi, dal 1975 al 1977. Il titolo mondiale piloti nel 1977. Un dominio.
Qualche anno dopo sarebbe arrivata la Delta HF Integrale a completare l’epopea, ma la stagione del Drago era già entrata nella leggenda.
Tra gli anni Settanta e Novanta la Lancia conquistò dieci titoli costruttori.
Nessuno ha fatto meglio nel Mondiale Rally.
Non era solo una questione di vittorie: era una dichiarazione di superiorità tecnica e sportiva.
Fulvia contro Alpine, Stratos contro Porsche e Alpine, 037 (l’ultima a motore posteriore) contro Porsche e Audi.
Sfide che hanno costruito l’immaginario della mia generazione.
Munari vinse contro avversari straordinari: Waldegård, Darniche, Andruet, Alén, Salonen, Blomqvist, per citarne alcuni.
Non contro comprimari, ma contro giganti.
E lo fece senza atteggiamenti da star.
Il suo tratto distintivo era una miscela di talento puro, disciplina e sobrietà.
Non cercava la ribalta, la ribalta lo cercava.
E poi c’era il navigatore. Mario Mannucci, suo storico compagno di abitacolo, scomparso qualche anno fa.
Nei rally non si è mai soli, non c’è solo il pilota come in F1.
Nei giorni precedenti la gara questi copiloti “fotografavano” il percorso curva per curva, dosso per dosso, su un taccuino.
Durante la prova, seduto a destra, il navigatore leggeva quelle note con precisione chirurgica mentre l’auto volava.
Gente con le palle, perché un conto è rischiare la vita guidando, un altro è farlo sul sedile del passeggero, affidando il proprio destino alla voce e al sangue freddo.
Chi ha visto quelle notti non le dimentica.
Era uno sport spietato, ma autentico.
Sandro Munari ha trasformato la velocità in poesia.
Ed oggi che la sicurezza è giustamente una priorità, che le gare sono perfettamente regimentate, con prove speciali ridotte a pochi chilometri, ci resta il ricordo di un uomo che in mezzo ai muri di neve, o nelle strade impossibili, seppe incarnare un’idea romantica del coraggio.
Il Drago di Cavarzere non c’è più.
Ma chi c’era allora sa che, ogni volta che sentirà parlare di rally, da qualche parte nella memoria torneranno quelle sciabolate di luce nella notte.
Umberto Baldo
















