27 Aprile 2026 - 19.59

Un bassanese a capo degli arbitri e l’Inter coinvolta ma non indagata (per ora)

Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote il sistema arbitrale italiano e che impone, al di là degli sviluppi giudiziari, una riflessione profonda sulla credibilità dell’intero movimento.

Tommasi eredita una poltrona diventata improvvisamente incandescente. Dovrà gestire il finale di stagione in un clima avvelenato, con le designazioni sotto osservazione e ogni scelta destinata a essere letta attraverso la lente del sospetto. Il suo incarico, formalmente temporaneo, ha in realtà un peso enorme: garantire regolarità, trasparenza e autorevolezza proprio nel momento in cui il mondo arbitrale appare più fragile.

Il punto più delicato riguarda però l’altro fronte della vicenda. La Procura di Milano avrebbe smentito il coinvolgimento dell’Inter tra gli indagati. Vale a dire che Rocchi avrebbe assegnato arbitraggi graditi all’Inter senza il coinvolgimento dell’Inter stessa. Siamo davanti a un paradosso difficile perfino da raccontare: un presunto favore senza un presunto beneficiario attivo, una condotta sospetta che, almeno nella ricostruzione finora emersa, non avrebbe dall’altra parte un interlocutore societario coinvolto.

È qui che il caso assume contorni quasi surreali. Se davvero qualcuno avesse orientato scelte arbitrali verso arbitri graditi a una squadra senza alcun input, richiesta o contatto da parte della squadra stessa, bisognerebbe spiegare quale sarebbe stato il movente, quale il vantaggio perseguito e a beneficio di chi. Il rischio è di trovarsi davanti a un cortocircuito logico prima ancora che sportivo: una presunta anomalia costruita attorno a un soggetto che però non risulta coinvolto.

Naturalmente vale per tutti il principio della presunzione di innocenza, a partire da Rocchi e dagli altri soggetti citati nella vicenda. Ma sul piano sportivo il danno d’immagine è già pesantissimo. Il calcio italiano, che da anni promette trasparenza, uniformità arbitrale e modernizzazione attraverso il VAR, si ritrova ancora una volta a fare i conti con sospetti, retroscena e comunicazioni istituzionali che non bastano a rassicurare tifosi e addetti ai lavori.

La nomina di Tommasi serve a mettere una toppa immediata, non a chiudere il problema. Il finale di campionato dovrà essere gestito con attenzione quasi chirurgica, perché ogni designazione sarà vivisezionata, ogni errore sarà ingigantito, ogni episodio discusso come possibile conferma di una tesi. In questo contesto, l’AIA non può limitarsi alla sostituzione dell’uomo al vertice: deve pretendere e offrire chiarezza, perché il vero tema non è solo chi designa gli arbitri nelle ultime giornate, ma se il sistema sia ancora percepito come credibile.

Il paradosso dell’Inter non indagata, a fronte di ipotesi che parlano di arbitraggi graditi al club, resta il nodo più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Se non c’è coinvolgimento della società, allora la narrazione del favore rischia di apparire monca, contraddittoria, persino ridicola. Se invece emergeranno altri elementi, saranno gli organi competenti a definirne il peso. Per ora resta una vicenda che somiglia all’ennesimo terremoto del calcio italiano: molte ombre, poche certezze e una domanda inevitabile sullo sfondo. Chi controlla davvero i controllori?

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