22 Aprile 2026 - 9.44

Il lungo tramonto della socialdemocrazia 

Umberto Baldo

Volgere lo sguardo al passato per capire certe dinamiche politiche ritengo sia sempre utile.

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui l’Europa parlava quasi tutta la stessa lingua politica. 

Era la lingua della socialdemocrazia. 

Da Londra a Berlino, da Roma a Parigi, i Governi erano guidati da leader che si riconoscevano, con sfumature diverse, in una stessa visione: coniugare crescita economica e coesione sociale.

A guidare i principali Paesi c’erano leader come Tony Blair nel Regno Unito, Gerhard Schröder in Germania, Massimo D’Alema in Italia, Lionel Jospin in Francia, António Guterres in Portogallo e Wim Wok nei Paesi Bassi.

Alla guida delle Istituzioni internazionali c’erano figure come Romano Prodi alla Commissione Europea, e Michel Camdessus al Fondo Monetario Internazionale, un francese vicino ai socialisti del suo Paese che, insieme a figure come Delors e Lamy, influenzarono profondamente il mondo successivo al 1989 

E dall’altra parte dell’Atlantico sedeva alla Casa Bianca Bill Clinton.

Non era un caso, non era un’illusione. Era un equilibrio. 

Era un equilibrio politico e culturale che attraversava l’intero Occidente. 

E per qualche anno ha funzionato.

Oggi quel mondo sembra lontano anni luce. 

Il secondo quarto del XXI secolo si apre invece con un panorama desolante per i progressisti europei, che detengono il potere esecutivo solo in due Paesi europei di peso: il Regno Unito e la Spagna. 

Che cosa è successo?

Che oltre alla presenza nei Governi, si è soprattutto  ridotta la loro capacità di rappresentare le classi popolari. 

È questo il vero punto: non hanno solo perso voti, hanno perso un pezzo di società.

Le ragioni sono molte, ma una appare decisiva. 

Nel momento in cui la globalizzazione accelerava ed il capitalismo diventava sempre più aggressivo, la socialdemocrazia ha scelto di accompagnare il processo più che governarlo. 

Si è concentrata sulla redistribuzione della ricchezza, trascurando la regolazione delle modalità con cui quella ricchezza veniva prodotta.

Il risultato è stato paradossale: mentre prometteva protezione, finiva per essere percepita come parte del problema.

Le grandi crisi economiche, gli scandali internazionali, la finanziarizzazione dell’economia, e la delocalizzazione produttiva, hanno lasciato sul terreno una lunga scia di insicurezza sociale. 

In quel contesto, molti cittadini hanno smesso di vedere nei partiti progressisti un argine, ed hanno iniziato a considerarli corresponsabili.

A questo si è aggiunto uno spostamento culturale. 

La sinistra ha progressivamente abbandonato il terreno della rappresentanza sociale (in altri tempi si chiamava lotta di classe)  per concentrarsi sulla tutela di diritti specifici, spesso sacrosanti ma frammentati, come ad esempio quelli degli omosessuali.  

Detta in altri termini, è venuto meno il collante di una visione complessiva della società, capace di tenere insieme interessi diversi dentro un progetto comune.

Così, mentre cercava di dialogare con tutti, ha finito per parlare soprattutto ad una parte sempre più ristretta della società: quella più istruita, urbana, integrata (da qui la battuta “sinistra delle Ztl”). 

Lasciando scoperti proprio quei ceti popolari che, storicamente, ne avevano costituito la base.

Nemmeno sul terreno più delicato, quello dell’immigrazione, è riuscita a trovare una linea convincente. 

Tra rimozioni ed inseguimenti delle parole d’ordine altrui, ha spesso dato l’impressione di non comprendere fino in fondo le paure della gente e le trasformazioni in atto.

In altre parole, alle persone delle periferie preoccupate dal crescere del numero di immigrati, con tutti i conseguenti fenomeni di degrado e criminalità, la sinistra non ha trovato di meglio che parlare di “ascolto, apertura, integrazione…”.  Concetti che a molti sono sembrati quasi delle “prese per i fondelli”.

Il risultato è stata l’incapacità di impedire che ad un certo malessere socio-economico si sommasse  un ancor più pericoloso malessere identitario. 

Una bomba ad orologeria: ampi segmenti delle classi popolari deluse, precarizzate, cariche di risentimento, soprattutto nella componente maschile, inizialmente di mezza età, e poi anche giovanile, hanno cominciato a votare a destra.

Lo abbiamo visto ovunque in Europa, ed anche negli Stati Uniti, con gli operai che hanno scelto convintamente Donald Trump ed il suo slogan “Make America Great Again”. 

E quando il disagio economico si è trasformato in disagio identitario, era ormai troppo tardi.

Nel frattempo, il mondo cambiava ad una velocità che la politica tradizionale non ha saputo interpretare. 

La rivoluzione tecnologica ha riscritto i codici della comunicazione e del consenso. 

Chi ha scelto messaggi semplici, diretti, emotivi, mobilitanti, ha guadagnato terreno.

Chi, come il mondo progressista, è rimasto legato alla complessità, alla razionalità, alla mediazione, ha perso.

Non perché avesse torto. 

Ma perché parlava una lingua che sempre meno persone erano disposte ad ascoltare.

Umberto Baldo

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