Dalle Etere alle Escort: Il fuorigioco più vecchio del mondo

Umberto Baldo
Ogni tanto il Paese si sveglia e finge di aver scoperto qualcosa.
Questa settimana è toccato ai calciatori e alle escort.
Titoli scandalizzati, talk show in apnea morale, editorialisti che parlano di “valori traditi” con la stessa faccia di chi scopre che l’acqua bagna.
Il punto non è quello che fanno questi ragazzi.
Il punto è la favola che raccontiamo su di loro.
Questi ragazzi hanno vent’anni, conti in banca che sembrano codici IBAN, e livelli di testosterone che farebbero esplodere un laboratorio analisi.
Pensavamo davvero che passassero le serate in ritiro a leggere sant’Agostino o a fare tornei di briscola sorseggiando tisane al finocchio?
Li chiamiamo “idoli”, li vendiamo come modelli educativi, li impacchettiamo per sponsor e famiglie, e poi ci sorprendiamo se fuori dal campo vivono come ventenni ricchi, iperstimolati e sostanzialmente liberi da conseguenze.
È come costruire un casinò e indignarsi perché qualcuno gioca.
Dai tempi delle etere greche il meccanismo è identico: cambia la scenografia, non il copione; è solo aumentata la tariffa oraria e la qualità dello champagne.
Allora c’erano filosofi e aristocratici, oggi ci sono agenti, procuratori e contratti milionari.
In mezzo, lo stesso scambio elementare: denaro, desiderio, discrezione.
E finché ci sarà un uomo con più soldi che tempo, e la voglia matta di vedere e provare qualcosa di diverso dalla solita minestra riscaldata domestica, il mercato sarà florido.
Tutto il resto, credetemi, è narrativa per il pubblico.
E il pubblico, va detto, recita la sua parte con zelo.
Si indigna a comando, consuma lo scandalo come una serie tv e poi torna a idolatrare gli stessi protagonisti la domenica successiva.
Una morale a gettone: si inserisce quando serve e si ritira appena arriva il prossimo gol.
I media fanno il resto.
Trasformano una pratica antica quanto il mondo in una “emergenza etica”, salvo poi campare di click e dibattiti costruiti sull’indignazione prefabbricata.
Gli sponsor fingono sorpresa, i dirigenti parlano di “codici interni”, e tutti sperano che la tempesta passi in fretta, senza toccare davvero il sistema che li nutre.
Poi c’è il capitolo più ipocrita: le ragazze, che preferiamo chiamare “escort” (anche se nelle conversazioni private prevale ancora l’intramontabile termine “pu….ne”)
Quando conviene sono vittime, quando non conviene diventano colpevoli.
La verità, più scomoda, è che dentro questo mercato convivono sfruttamento e scelta, spesso nello stesso spazio.
Ma distinguere richiede fatica, e la fatica non fa audience.
Per quanto mi riguarda, il vero spettacolo non è quello nelle suite degli hotel a cinque stelle, ma quello dei moralisti della domenica.
Quelli che si scandalizzano se una ragazza decide di mettere a profitto ciò che Madre Natura le ha regalato invece di spaccarsi la schiena in un call center per ottocento euro al mese.
Il problema, quindi, non è che un calciatore paghi per compagnia. Il problema è che pretendiamo di venderlo come un santino mentre sappiamo benissimo che è un prodotto.
Un prodotto redditizio, lucido, costruito.
E come tutti i prodotti, deve sembrare perfetto finché non finisce sotto i riflettori sbagliati.
Smettiamola di fare i finti ingenui. Il calcio vende sogni, ma vive di istinti.
E lo scandalo non sta nelle notti private di qualcuno, ma nella favola pubblica che continuiamo a raccontarci di giorno, fingendo di crederci.
In definitiva meno bacchettoni e più onestà intellettuale: il calcio sarà pure una fede, ma i calciatori non hanno mai fatto voto di castità.
Umberto Baldo










