Dazi su acciaio e alluminio. Zaia: “Una bomba sull’export veneto”. Ma Salvini non è un sostenitore di Trump?

Sono ore di forte preoccupazione per le imprese del Veneto dopo l’entrata in vigore, dal 6 aprile, dei nuovi dazi statunitensi su acciaio e alluminio. A lanciare l’allarme è il presidente della Regione, Luca Zaia, che parla di effetti “pesantissimi” già visibili: ordini cancellati, commesse ferme e un rischio concreto di ricadute occupazionali, tra cassa integrazione e possibili licenziamenti.
Il governatore sottolinea come il vero elemento di svolta sia il nuovo metodo di calcolo dei dazi, ora applicati sull’intero valore del prodotto finito e non più solo sulla materia prima. Un cambiamento che, nei fatti, può triplicare il peso fiscale sulle esportazioni, rendendo insostenibili molte forniture verso gli Stati Uniti e bloccando trattative già avviate.
In questo scenario si inserisce anche il quadro politico nazionale. Matteo Salvini, segretario della Lega – lo stesso partito di Zaia – ha più volte espresso negli anni un sostegno convinto a Donald Trump, condividendone l’impostazione su commercio e protezionismo. Una linea politica che oggi si confronta con le conseguenze dirette delle scelte americane proprio su uno dei territori più esportatori d’Italia.
Viene spontaneo chiedersi, ancora una volta, quale sia il reale spazio di Luca Zaia all’interno di un partito che spesso imbocca strade lontane dalle sue posizioni, orientate a un sovranismo rigido che rischia di rivelarsi controproducente—anche perché, per sua natura, il sovranismo altrui finisce per scontrarsi con il proprio. Un’impostazione diversa da quella mostrata negli anni dal governatore veneto, che si è distinto per un approccio più pragmatico, razionale e complessivamente moderato sul piano ideologico.
Zaia evidenzia come molte aziende venete, in alcuni casi fortemente dipendenti dal mercato statunitense fino all’80% della produzione, si trovino improvvisamente senza sbocchi. “Non è allarmismo – spiega – ma ciò che le imprese stanno segnalando in queste ore: commesse congelate e clienti che si fermano davanti a un aumento dei costi insostenibile”.
Il rischio, conclude il presidente, è che la crisi commerciale si traduca rapidamente in una crisi sociale: “Quando si fermano gli ordini, non si ferma solo una voce di bilancio. Per molte aziende significa aprire il capitolo della cassa integrazione e, nei casi più esposti, dei licenziamenti”. Da qui l’appello all’Europa affinché intervenga con rapidità, evitando però reazioni automatiche come controdazi che potrebbero aggravare ulteriormente la situazione.










