Test di Medicina: l’ignoranza ammessa con riserva

Umberto Baldo
Questa sarà sicuramente (almeno spero) l’ultima mia intemerata sul tema dei test di ammissione a Medicina, che tanto hanno fatto discutere nei mesi scorsi.
Le precedenti puntate, se vi interessano, le potere trovare a questi link: (https://www.tviweb.it/italia-patria-del-raggiro-benvenuti-al-test-di-medicina/) (https://www.tviweb.it/medicina-il-trionfo-del-6-politico-anche-i-test-entrano-in-sanatoria/) (https://www.tviweb.it/due-errori-al-test-di-medicina-lo-stato-bocciato-prima-degli-studenti/) (https://www.tviweb.it/quei-test-maledetti-di-medicina-quando-laccesso-diventa-una-farsa-di-stato/).
L’iter di selezione si è formalmente chiuso con la pubblicazione, sul portale Universitaly, della graduatoria nazionale.
La famosa lista a nove scaglioni, costruita sui risultati dei due appelli del cosiddetto semestre-filtro.
Una costruzione bizantina, degna di un concorso pubblico degli anni Settanta, ma con meno certezza del diritto.
Dentro la graduatoria troviamo: gli ammessi diretti, quelli che hanno ottenuto almeno 18 su 30 in tutte e tre le materie (chimica, biologia e fisica); e poi gli ammessi con riserva,categoria assai più nutrita, composta da chi ha salvato almeno una materia e ora deve “recuperare” il resto, prima ancora di potersi immatricolare davvero.
La “patata bollente”, in puro italian style, è stata ovviamente scaricata dal Ministero sugli Atenei.
Tra questi l’Università di Siena è stata la prima a fornire dati ufficiali, e già qui si capisce che l’operazione non sta andando esattamente come raccontato nelle conferenze stampa.
I numeri sono impietosi.
A Siena i posti disponibili erano 307, quelli assegnati 303.
Fin qui, sembrerebbe quasi un successo. Ma guardiamo dentro: 76 candidati ammessi a pieno titolo, con tutti e tre gli esami superati; 220 che ne hanno superati due; 7 che hanno strappato almeno una sufficienza
Totale: 227 ammessi con riserva.
Ovvero tre quarti dei posti assegnati a studenti che non hanno superato l’intero percorso richiesto.
Una percentuale che il Ministro Bernini definisce con soddisfazione.
Io, più modestamente, continuo a chiamarla fallimento.
E adesso?
Adesso scatta il piano B, che sembra uscito da un dépliant di vendite televisive: “Recupera tutto in dieci giorni!”.
Da lunedì 19 gennaio a Siena partiranno corsi online di Biologia, Chimica e Fisica, propedeutici agli esami di recupero.
Gli appelli per il recupero dei crediti formativi si terranno a partire dal 29 gennaio.
Sipario. Fine della favola.
Perché comunque la si giri, siamo davanti ad una vicenda che ha del surreale.
La domanda, ovvia e imbarazzante, è una sola: dieci giorni di lezioni online possono davvero colmare lacune che, stando alle cronache, erano abissali?
Perché qui non stiamo parlando di una sfumatura, di un errore di distrazione o di una formula dimenticata. Stiamo parlando di studenti che aspirano a diventare medici e che inciampano su domande da scuola media.
Giusto per rinfrescare la memoria, una delle famigerate domande “impossibili” era questa:
Un volume di 10 decimetri cubi corrisponde a:
A) 100 millilitri
B) 100 litri
C) 10 litri
D) 1 litro
E) 10 millilitri
Ecco, se questo è il livello di difficoltà che manda in crisi un sistema, forse il problema non è la crudeltà del test.
Il quadro diventa ancora meno rassicurante leggendo alcune reazioni che ho raccolto in rete. Una studentessa scrive, indignata: “Vi scandalizzate se un esame di fisica va male, e subito imputate ogni colpa agli studenti, come se foste detentori di una verità assoluta. Ma non è affatto colpa nostra se siete cresciuti all’ombra di un’educazione quasi siberiana, rigida fino all’ottusità, incapace di contemplare il fallimento come parte naturale del percorso umano. E sia chiaro una volta per tutte: ciò che abbiamo studiato in questi mesi aveva ben poco a che vedere con la medicina. Erano nozioni scollegate, esercizi astratti, concetti che nulla raccontano dell’essere medici, del prendersi cura, del comprendere un corpo, una malattia, un essere umano”.
Ora, sarà anche vero che chimica e fisica non raccontano direttamente “il prendersi cura”, ma permettetemi una piccola, meschina osservazione da paziente potenziale: un medico che contempla il fallimento come parte naturale del percorso umano non mi infonde grande serenità se deve aprirmi l’addome.
Preferisco uno che consideri il fallimento un incidente raro, non una tappa formativa.
Il punto, però, è più ampio e viene da lontano.
Ragazzi cresciuti in scuole elementari e medie dove il requisito minimo per la promozione era sostanzialmente l’essere vivi.
Poi scuole superiori dove – soprattutto in alcune aree del Paese – i voti sono diventati una forma di welfare emotivo: tutti bravissimi, tutti eccellenti, tutti con medie stellari.
Infine un esame di maturità dove il 99,9% viene promosso, spesso tra applausi, lacrime e selfie.
È inevitabile che l’impatto con il mondo reale – quello dove un 4 resta un 4, ed una lacuna resta una lacuna – venga vissuto come un’ingiustizia cosmica.
Se poi aggiungiamo genitori tutti convinti di aver messo al mondo un futuro Nobel per la Medicina, il quadro è completo.
La soluzione, in teoria, sarebbe semplicissima: re-insegnare ai ragazzi che bisogna studiare.
Studiare sul serio, con fatica, con metodo, con il rischio di non farcela.
Ma farlo dopo tredici anni in cui ti hanno spiegato che conta solo “esprimere la tua personalità”, che se vai male la colpa è dell’insegnante, e che comunque verrai promosso perché nessuno vuole rogne, è un’operazione quasi impossibile.
Altro che semestre-filtro. Qui servirebbe un reset culturale.
E quello, purtroppo, non si recupera in dieci giorni di lezioni online.
















