12 Marzo 2026 - 16.31

Vicenza e il centro storico delle serrande abbassate

C’è un momento preciso, passeggiando nel centro storico di Vicenza, in cui lo sguardo smette di soffermarsi sulle architetture e comincia a posarsi sulle serrande. È quasi inevitabile. Dopo qualche decina di metri, tra una contrà e l’altra, il ritmo delle vetrine spente diventa troppo regolare per non essere notato. Un cartello “affittasi”, una vetrina buia, un interno vuoto. Poi un’altra ancora.

La percezione, purtroppo, non è soltanto un’impressione da passeggiata mattutina. Negli ultimi anni diverse ricognizioni urbane hanno stimato che nel centro storico e nelle vie immediatamente limitrofe si contino almeno centoventi negozi sfitti, un numero che basta da solo a raccontare una trasformazione profonda del tessuto commerciale cittadino. 

Non si tratta più di singole chiusure fisiologiche, ma di un fenomeno strutturale: una lenta rarefazione della vita commerciale nelle vie che un tempo ne erano il cuore.

L’immagine più efficace di questa situazione arrivò paradossalmente da un gesto artistico: una notte comparvero decine di cartelli “sfitto” sulle vetrine vuote del centro. Non era una provocazione simbolica: era quasi una mappa.

Di fronte a questo scenario l’amministrazione comunale ha cercato di intervenire almeno sul piano visivo, imponendo che le vetrine dei negozi chiusi vengano oscurate o decorate entro quindici giorni dalla cessazione dell’attività. 

Se il locale rimane abbandonato, scattano sanzioni amministrative. L’obiettivo è evitare che il vuoto diventi parte integrante del paesaggio urbano.

È una soluzione comprensibile, persino elegante: se non si riesce a riempire le vetrine, almeno si prova a non trasformarle in ferite visive. Ma il problema, naturalmente, non è estetico; è economico. E in parte psicologico.

La spiegazione più immediata di questa desertificazione commerciale è quella che si sente ovunque: l’e-commerce, i centri commerciali, il cambiamento delle abitudini di consumo. 

Tutto vero. Il commercio urbano europeo sta attraversando una trasformazione profonda e Vicenza non fa eccezione.

Ma c’è un elemento meno discusso, forse perché troppo domestico per essere affrontato con franchezza: la percezione del valore immobiliare da parte di molti proprietari di locali commerciali.

In altre parole, il problema non è soltanto che i negozi chiudono. È che spesso, quando chiudono, nessuno riesce a riaprirli.

Il motivo è semplice: i canoni richiesti continuano a riflettere un’idea di mercato che appartiene a un’altra epoca. Quella in cui il centro storico era il principale motore commerciale della città, quando il sabato pomeriggio significava passeggiate e acquisti e una vetrina su corso Palladio garantiva quasi automaticamente visibilità e clientela.

Molti proprietari sembrano continuare a ragionare con quella fotografia economica in mente. Come se il tempo si fosse fermato lì.

Il risultato è un equivoco diffuso: locali di dimensioni modeste vengono proposti a canoni che presuppongono un flusso commerciale da grande metropoli, come se tra contrà vicentine e boutique del Quadrilatero della Moda milanese non esistesse alcuna differenza sostanziale.

Naturalmente la differenza esiste. Ed è enorme.

Vicenza è una città splendida, con una forte identità culturale e un patrimonio architettonico straordinario. Ma resta una città di poco più di centomila abitanti. Il suo mercato commerciale non può essere calibrato sui parametri di Via Condotti o di Montenapoleone.

Quando questa sproporzione si crea, accade ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti: i locali rimangono vuoti.

La scena urbana che ne deriva ha qualcosa di malinconico e insieme paradossale. Dietro molte vetrine si intravedono ancora arredi lasciati al loro posto: scaffali, espositori, insegne spente. In alcuni casi sembra che il negozio abbia chiuso il giorno prima. In altri appare evidente che gli anni passati sono molti.

Il tempo, lì dentro, sembra essersi fermato.

Non è raro che gli interni diventino una sorta di archivio involontario del commercio cittadino: oggetti dimenticati, cartellini scoloriti, strutture espositive che nessuno ha più rimosso. Piccole capsule del tempo, invisibili ai più ma perfettamente leggibili da chi cammina con un minimo di attenzione.

Nel frattempo, il proprietario attende.

Attende l’inquilino ideale, quello disposto a pagare la cifra richiesta. L’attesa può durare mesi, spesso anni. È una forma di immobilismo economico che nasce da una convinzione molto radicata: abbassare il prezzo significherebbe svalutare l’immobile.

Il paradosso è evidente. Nel tentativo di difendere un valore teorico, si finisce per lasciare il locale improduttivo per lunghi periodi. E ogni anno di vetrina vuota riduce ulteriormente la vitalità della strada.

Il centro storico, nel frattempo, cambia funzione.

Sempre più spesso le attività che resistono o che nascono appartengono ad altri ambiti: ristorazione, servizi, intrattenimento, spazi culturali. Il negozio tradizionale — quello che vende oggetti — non è più il motore esclusivo della vita urbana.

È una trasformazione che riguarda molte città europee. Ma per accompagnarla servirebbe una maggiore elasticità nel mercato immobiliare.

In termini molto semplici: un negozio vivo, anche con un affitto più contenuto, genera valore urbano. Porta luce, movimento, presenza. Un locale vuoto, invece, produce esattamente l’effetto opposto.

Quando il numero delle serrande abbassate supera una certa soglia, l’intera strada ne risente. Meno negozi significano meno passaggio, meno sicurezza percepita, meno attrattività per nuove attività. È un meccanismo che si autoalimenta.

Ecco perché la questione degli affitti commerciali non riguarda soltanto i rapporti tra proprietari e inquilini. Riguarda l’identità stessa del centro storico.

In fondo la situazione vicentina ruota attorno a una forma di nostalgia economica. Molti proprietari non difendono solo un canone di locazione: difendono l’immagine di un centro storico che non esiste più, quello degli anni in cui le vetrine garantivano automaticamente clienti.

Il mondo, nel frattempo, è cambiato.

Continuare a ragionare con le logiche di quel periodo significa rischiare di trasformare progressivamente il cuore della città in una galleria di serrande abbassate.

Per ora Vicenza cerca di rendere meno evidente questo vuoto con pannelli decorativi e vetrine coperte. È un modo dignitoso di gestire il problema, ma non può essere la soluzione.

Prima o poi qualcuno dovrà affrontare la questione con una semplice verità economica: un negozio occupato vale più di uno vuoto, anche se l’affitto è più basso.

Finché questa evidenza non verrà accettata, il centro storico continuerà a convivere con il suo piccolo paradosso: proprietari convinti di possedere una vetrina in Via Condotti e una città che, invece, continua a contare le serrande.

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