26 Gennaio 2017 - 12.51

VICENZA – I bambini di Auschwitz e il dovere della memoria

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Diversi per provenienza, nazionalità, credo, Oleg Mandic e Samuel Artale von Belskoj Levy condividono un’unica e pure indissolubile esperienza: essere stati internati da bambini nel campo di sterminio di Auschwitz ed esserne usciti vivi.
Nel Vicentino in questi giorni, ospiti di appuntamenti organizzati in occasione della Giornata della Memoria, entrambi, dopo anni di silenzio, hanno deciso di dedicare la loro vita al ricordo e alla testimonianza degli orrori della Shoa.

Nativo di Abbazia, l’odierna Opatija (Croazia), territorio italiano fino al 1947, Oleg Mandic, ospite ieri del liceo Quadri di Vicenza e di un incontro organizzato al palazzo delle Opere Sociali, arrivò nel famigerato campo a 11 anni come prigioniero politico, insieme con la nonna e la mamma: il padre e il nonno erano partigiani amici di Tito. Riuscì a sfuggire per caso all’inquadramento tedesco e a sopravvivere nel reparto diretto da Josef Mengele, il medico nazista noto come Dottor Morte per i suoi esperimenti di eugenetica sui pazienti. Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz: Oleg Mandic fu l’ultimo prigioniero, tra quelli ancora in vita, a lasciare il campo. Aveva 12 anni.
Oggi, ultraottantenne, Mandic, va nelle scuole e ovunque venga invitato a raccontare la sua storia: l’orrore, ma anche la rinascita, come testimoniato ai liceali del Quadri al folto pubblico dell’incontro organizzato dai sindacati pensionati di Cgil Cisl e Uil di Vicenza: “Ho avuto una vita felice; avevo 13-14 anni quando capii che tutto il brutto che mi doveva capitare nella vita mi era già capitato. Per cui nulla più mi poteva affliggere”.

In quella giornata rimasta nelle pagine della storia e poi designata a rappresentare l’impegno alla Memoria, un altro bambino, di soli 8 anni, veniva liberato dai soldati russi, unico sopravvissuto ad Auschwitz della sua famiglia.
Samuel Artale von Belskoj Levy, nato in quella che allora si chiamava Prussia, fu deportato insieme a tutti i suoi cari ad Auschwitz Birkenau, campo nazista tedesco di concentramento e sterminio, dove morirono il padre, la madre, il nonno, la zia e la sorella.
“Quando i russi ci hanno liberato, ci hanno messo tutti in fila. Ognuno doveva dire nome, cognome, da dove veniva, familiari nel campo. Io dissi solo: Samuel. Il cognome non lo ricordavo più. Artale Gaetano è il nome che mi è stato dato dopo. Il resto, von Belskoj Levy, lo so da tre anni soltanto, quando è stato possibile accedere ai documenti dell’ingresso al campo. Così ho ricostruito una parte della mia storia”.
Pur provato nel fisico, Artale fu preso in consegna dalla Croce Rossa Internazionale e affidato ad una associazione ebraica che lo trasferì negli Stati Uniti; oggi vive a Padova ed è spesso nel Vicentino.
A Valdagno, in una sala Soster strapiena tanto da costringere l’organizzazione ad attivare il collegamento audio-video con sala Bocchese, ha portato la sua testimonianza: “Quando sono entrato nella mia baracca, un ebreo adulto mi ha avvicinato e mi ha detto due cose: continua a ripetere il tuo nome, perché qui rischi di dimenticarlo e cerca di sopravvivere a ogni costo”.
Così fu, ma gli orrori visti e subiti lasciarono un segno indelebile in Artale: «Per tanto tempo ho cercato di cancellare i terribili ricordi. Il dolore è ancora forte. Il 1° novembre, quando vado in cimitero, leggo i nomi sulle tombe e so che non potrò trovare nessuno della mia famiglia uccisa ad Auschwitz. A volte dubito di me stesso. Mi sento come un albero senza radici».

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