Sparagno o pudore? Il caso dei preservativi olimpici

Umberto Baldo
Ve ne sarete accorti: negli ultimi giorni ho messo in pausa guerre, vertici inconcludenti e tragedie assortite per dedicarmi allo sport.
Ogni tanto serve ossigeno. E lo spirito olimpico è contagioso. Non solo sulle piste e negli stadi.
Anche altrove…… molto altrove.
Perché mentre noi discutiamo di centesimi e medaglie, nel Villaggio Olimpico si consuma una disciplina non ancora riconosciuta dal CIO: la staffetta… notturna, o il triplo salto dal comodino.
La polemica nasce dal fatto che a Milano Cortina 2026 le scorte di preservativi sarebbero finite in tre giorni.
Tre giorni. Una prestazione che neppure i più allenati sprinter del desiderio avrebbero potuto programmare.
Eppure non è una novità.
La distribuzione gratuita iniziò alle Olimpiadi di Seul 1988, in piena emergenza HIV.
Non era un invito alla dissolutezza, ma un atto di sanità pubblica.
Prevenzione, non promozione.
Da allora i numeri sono cresciuti come i record del mondo.
Alle Olimpiadi di Rio 2016 si raggiunse il record: 450.000 preservativi per circa 11.000 atleti. Quaranta a testa. Altro che riserva strategica, lì eravamo al piano quinquennale dell’energia fisica.
A Tokyo 2020 (poi celebrate nel 2021), scesero a 160.000. Però con una raccomandazione surreale: “Non usateli qui”. Un po’ come distribuire sci a Cortina e chiedere di non scendere in pista.
A Parigi 2024 circa 300.000 pezzi, più 20.000 preservativi femminili e 10.000 dighe dentali.
Una logistica degna dell’amor cortese versione globale.
I francesi, si sa, quando si parla di “amour”, non lesinano mezzi.
A Milano Cortina, invece, circa 10.000 per circa 3mila atleti.
Con tanto di anelli olimpici e logo della Regione Lombardia sulla confezione; perfetti per il collezionismo. Sempre che qualcuno riesca a conservarli.
Già me li immagino su eBay come memorabilia: “usato? No, tranquilli, solo da collezione”.
Ora, davanti a questa differenza macroscopica, le ipotesi sono due.
La prima: improvviso rigurgito di castità alpina.
Aria pura, neve immacolata, moralità cristallina.
Siamo pur sempre il Paese che ospita il Vaticano.
Forse qualcuno ha pensato che l’ombra del Cupolone bastasse a disciplinare anche gli ormoni olimpici. Un piccolo contributo all’etica cattolica applicata allo sport.
La seconda è più terrena: logica sparagnina. Spirito lombardo applicato al lattice.
Revisione della spesa, ottimizzazione delle risorse, spending review del comodino.
Tre a testa, e vedete di farveli bastare!
Il problema è che la fisiologia non si adegua ai bilanci preventivi.
Perché la domanda vera non è se gli atleti faranno o non faranno.
Lo faranno. Lo hanno sempre fatto, ad ogni latitudine olimpica, dai tropici di Rio alla compostezza nordica.
È fisiologia con pass olimpico.
Il Villaggio Olimpico è un microcosmo unico: diecimila giovani, nel pieno della forma fisica, carichi di adrenalina, lontani da casa, culture che si intrecciano, emozioni amplificate. Pensare che tutto si limiti al cronometro è un atto di candore quasi commovente.
Nonostante tutto, ogni volta che si parla di preservativi scatta il riflesso moralista: “Così si incentiva la promiscuità”.
Come se migliaia di ventenni aspettassero il via libera istituzionale per scoprire l’attrazione reciproca e le gioie della “trasgressione olimpica”.
Distribuire preservativi non significa dire “fate pure”.
Significa dire “sappiamo che siete umani, fatelo in modo sicuro”.
Qui sta il punto serio, sotto la superficie ironica.
C’è una differenza tra controllo morale e responsabilità sanitaria.
Il primo dice “non dovresti”. La seconda dice “so che accade, quindi proteggiamoci”.
Nel 1988 lo si capì per necessità drammatica. Oggi sembra quasi che ci si vergogni di quella lezione.
Poi diciamolo con un filo di ironia: tre preservativi per tutta la durata dei Giochi sono una visione quasi monogamica dell’Olimpiade.
Un’idea romantica del Villaggio, più simile ad un convitto svizzero che ad una concentrazione mondiale di ventenni nel picco ormonale.
Forse non è moralismo. Forse è solo sottovalutazione statistica.
O forse qualcuno ha pensato che tanto gli atleti sono disciplinati.
Come se la disciplina olimpica comprendesse anche il controllo delle pulsioni.
In ogni caso la differenza numerica racconta qualcosa.
Non sulla promiscuità, ma sul nostro modo di affrontare la realtà: fingere che sia più sobria di quanto sia davvero.
Ed alla fine il paradosso è questo: l’unica cosa davvero immorale sarebbe non proteggere.
Il resto è solo cronaca da comodino olimpico.
E allora la domanda rimane sospesa tra ironia e sociologia: prudenza finanziaria o prudenza morale?
Sparagno o pudore?
Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: l’unica scelta davvero irresponsabile sarebbe fingere che la realtà non esista.
La prevenzione non è immoralità. È civiltà.
Più veloci, più in alto, più forti, ed abbastanza maturi da sapere che anche la prevenzione è una forma di fair play.
Umberto Baldo
















