Social e TV. Ottava misura di reggiseno. Dalla coppa di champagne alla damigiana

Umberto Baldo
C’è una fascia televisiva, quella del pomeriggio, che a mio avviso andrebbe studiata dagli antropologi.
Non dai critici televisivi: dagli antropologi.
Perché, senza offendere nessuno, lì dentro si osserva una forma di vita particolare, un ecosistema umano che sembra svilupparsi indipendentemente dal resto del Paese.
Non sono un frequentatore abituale del genere.
Per capirci: piuttosto che passare il pomeriggio davanti a quei programmi, come diceva un mio amico burlone: “preferirei farmi operare una certa parte del corpo da sveglio”.
Eppure qualche giorno fa, mentre preparavo un caffè, mi è capitato di sentire una dotta conversazione televisiva.
In studio c’erano: la conduttrice, una chirurga estetica di fama, ed una giovane signora diventata personaggio televisivo dopo un percorso culturale di altissimo livello, culminato in programmi del tipo “La Pupa e il Secchione”.
Tema del dibattito: i suoi rapporti con il marito, apparentemente tesi. Lei vuole un figlio, lui no.
Prima domanda che viene spontanea ad una persona normale: ma chi se ne frega?
Ma il punto non era quello.
Il punto, almeno per quanto riguarda le mie percezioni visive, era il volume mammario della protagonista della discussione.
Una dimensione tale da catturare inevitabilmente l’attenzione anche dello spettatore più distratto.
Curiosando poi in rete – dove, si sa, ogni dubbio dell’umanità trova pronta risposta – ho scoperto che si tratta di un’ottava misura, raggiunta dopo vari interventi di chirurgia estetica.
Ottava misura!
Ora, io ricordavo un vecchio adagio secondo cui il seno perfetto dovrebbe stare dentro una coppa di champagne.
Con un’ottava misura, più che una coppa di champagne, serve il fondo di una damigiana.
Sia chiaro: ognuno del proprio corpo fa quello che vuole.
Ma a me tutta questa corsa al ritocco estetico ha sempre dato l’impressione di una gigantesca fuga dalla realtà.
L’idea che il tempo passi per troppe persone è diventata insopportabile.
Rughe, zampe di gallina, labbra meno turgide, qualche chilo in più: un tempo erano semplicemente la vita che scorre.
Oggi sembrano un difetto di fabbrica.
Il problema è che il risultato finale, spesso, è grottesco.
Punturina dopo punturina, lifting dopo lifting, labbra gonfiate come salvagenti, occhi tirati fino alle tempie, zigomi sporgenti, espressioni congelate; alla fine queste Signore, e Signori, non sembrano più persone: sembrano uscite dal casting di Avatar.
La cosa più tenera è che molti sono convinti che “non si veda”.
Si vede. Eccome se si vede.
Sulle cause di questa ansia estetica si può discutere a lungo.
Chi vive di immagine, nello spettacolo, probabilmente si sente quasi obbligato a combattere contro il tempo. Per loro, restare giovani significa restare sul mercato.
Ma il fenomeno ormai riguarda tutti.
Un tempo i modelli erano le copertine patinate dei giornali o le attrici in televisione.
Sapevamo tutti che quelle immagini erano il risultato di truccatori, fotografi, luci perfette e ritocchi professionali. Erano lontane, quasi irreali.
Oggi invece basta aprire Instagram.
Improvvisamente anche la collega, la vicina di casa o l’ex compagna di scuola appaiono impeccabili: pelle perfetta, zigomi scolpiti, occhi luminosi.
Il cervello umano, che non è esattamente un campione di lucidità, reagisce così: se lei è perfetta, perché io no?
Peccato che spesso quella perfezione non esista. È fatta di filtri, ritocchi, luci studiate, angolazioni furbe.
Risultato: abbiamo iniziato a percepire la normalità come un difetto.
Sempre più persone si sentono a disagio a mostrarsi senza filtri, senza trucco, senza correzioni digitali.
Si crea una distanza crescente tra l’immagine che mostriamo e la persona che siamo davvero; quella che al mattino si guarda allo specchio con i capelli in disordine e la faccia stropicciata.
In pratica siamo entrati in una nuova fase storica: la democratizzazione della perfezione finta.
Un tempo il ritocco era privilegio delle star.
Oggi è diventato quasi un obbligo sociale.
Alla portata di tutti, con costi psicologici enormi e standard estetici completamente irreali.
E tornando alla signora dell’ottava misura, una curiosità mi rimane.
Mi piacerebbe rivederla tra trent’anni. Non per cattiveria, ma per semplice interesse scientifico.
Per capire cosa succederà, per puro effetto della gravità, a tutti quei chili di silicone che immagino le arriveranno al bacino.
Perché è vero: un seno generoso è sempre stato un’attrazione per qualsiasi maschio eterosessuale, e fonte di illimitate fantasie.
Ma, come dicevano i latini, “est modus in rebus”.
E non è affatto detto che le tette di una mucca rappresentino il massimo dell’eleganza e della libido.
Umberto Baldo










