9 Marzo 2026 - 9.30

Rugby: 35 anni dopo anche l’Inghilterra scopre che l’Italia esiste

Umberto Baldo

Nello sport è fin troppo facile cadere nell’agiografia. Basta una buona prestazione, una rimonta inattesa, o una vittoria contro un avversario più quotato, e subito partono le parole grosse: “impresa storica”.

A volte è retorica, altre volte no. In certi casi però, quello che accade merita davvero di entrare nei libri della storia dello sport.

La partita di sabato 7 marzo 2026 appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Per un motivo molto semplice: ci sono voluti 35 anni e 32partite. Ma alla fine l’Italia del rugby ce l’ha fatta.

All’Olimpico di Roma gli azzurri hanno battuto l’Inghilterra 23 a 18.

Per la prima volta nella storia.

Per chi non mastica rugby può sembrare un risultato come tanti. 

In realtà non lo è affatto. 

L’Inghilterra è stata per decenni la nostra bestia nera: l’unica nazionale europea contro cui non eravamo mai riusciti a vincere. 

Una squadra che sempre ci ha guardato con una certa sufficienza, come si guarda un parente di provincia invitato ad un pranzo importante. 

E invece questa volta è caduta.

Non vi annoierò con il riassunto della partita, minuto per minuto. 

Non serve. Il risultato dice già tutto quello che c’è da dire.

Battere l’Inghilterra.   La Nazione che ha inventato il rugby nella prima metà dell’Ottocento, nella cittadina di Rugby, nel Warwickshire.

La Nazione che può permettersi il lusso di schierare, nel Sei Nazioni, tre diverse “nazionali”: Inghilterra, Galles e Scozia.

A questo punto vi sarà chiaro che il rugby mi è sempre piaciuto parecchio.

Negli anni settanta le mie domeniche pomeriggio avevano quasi sempre la stessa destinazione: uno stadio. 

Padova con il Petrarca o con le Fiamme Oro, Treviso, Rovigo

Perché diciamolo senza troppi giri di parole: in quegli anni il rugby parlava soprattutto veneto.

Era una specie di anomalia nazionale. 

In alcune zone del Veneto il rugby era addirittura più popolare del calcio. 

E detto in un Paese come l’Italia, forse secondo solo al Brasile per passione calcistica, non è proprio una cosa banale.

Il calendario faceva il resto. 

Ogni domenica una squadra veneta giocava in casa, e questo significava che, senza fare chilometri e chilometri, si poteva assistere a partite al massimo livello.

Naturalmente esistevano anche altre realtà fuori dal Veneto. Penso, per esempio, alla squadra dell’Aquila, o all’Amatori Catania.

Ma nella maggior parte dei casi, allora lo scudetto restava in Terra di San Marco.

A Padova c’era il Petrarca del mitico presidente Memo Geremia, protagonista del grande ciclo tra gli anni Settanta e Ottanta. Fu lui a raccogliere fondi per miliardi di lire per costruire un centro sportivo che all’epoca sembrava quasi futuristico.

A Treviso c’era il Metalcrom Treviso.

E poi, con un affetto particolare, la Sanson Rovigo.

Chi non è mai stato allo stadio Mario Battaglini di Rovigo difficilmente può capire cosa significasse l’ingresso in campo della squadra di casa sulle note dell’inno dei Bersaglieri.

C’era un’atmosfera unica.

Anche il pubblico era diverso.

A Padova e Treviso sugli spalti si vedeva spesso una borghesia sportiva, colta, appassionata ma composta.

A Rovigo invece si incontrava anche gente con i calli sulle mani; operai, contadini, gente abituata alla fatica. Popolo vero.

Sul perché il rugby abbia attecchito così profondamente in Veneto si sono fatte molte teorie.    La mia è piuttosto semplice.

Qualcosa di simile è accaduto anche in Inghilterra.    Il rugby nacque nelle élite aristocratiche e nelle università britaniche, ma presto uscì da quei circoli e si diffuse nella working class, tra gli strati più popolari della società. 

Probabilmente perché è uno sport duro, fisico, quasi brutale nella sua essenza.

In Veneto, nel dopoguerra, gli strati sociali popolari erano molto diffusi. 

E forse questo ha favorito l’identificazione con uno sport che della fatica e dello scontro fisico fa la propria natura.

Eppure, in quegli anni, la nazionale italiana praticamente non esisteva nel grande rugby internazionale.

Era fuori dai circuiti che contavano.

E quei circuiti comprendevano nazioni come: Nuova Zelanda (All Blacks), Sudafrica (Springboks), Inghilterra, Galles (Red Dragons), Scozia, Irlanda, Francia (Les Bleus), Argentina (Los Pumas), Australia (Wallabies),  più le isole del Pacifico: Figi, Samoa e Tonga.

Si racconta che Nick Mallett, allenatore sudafricano dell’Italia tra il 2007 e il 2011, abbia detto una volta, a denti stretti: “Gli italiani non sono buoni per il rugby”.

Eppure le cose sono cambiate.

Con mezzi economici, tecnici e persino fisici, spesso inferiori a quelli dei grandi rivali europei, l’Italia riuscì nella seconda metà degli anni Novanta ad ottenere risultati importanti. 

Vittorie che le aprirono finalmente la porta del grande rugby internazionale.

Così, nell’anno 2000, l’Italia entrò ufficialmente nel torneo delle grandi nazioni europee, trasformando il Cinque Nazioni nel Sei Nazioni.

All’epoca sembrava quasi fantascienza.

Oggi invece vediamo i frutti di quel percorso.

Una nazionale che scende in campo senza complessi di inferiorità, e che affronta chiunque a testa alta. 

Anche una squadra come l’Inghilterra, che per decenni non ci ha mai considerati un vero avversario.

Questa crescita è anche il risultato di un rugby che, pur restando molto radicato in Veneto, è diventato sempre più nazionale, con scuole di gioco diverse e giocatori formati in ambienti differenti.

E tuttavia la cosa più importante che ho imparato frequentando quegli stadi non riguarda tattiche o schemi.

Riguarda lo spirito del rugby.

In molti sport la tensione e l’ostilità continuano anche dopo il fischio finale.
Nel rugby no.    

Nel rugby il rispetto per l’avversario e per l’arbitro è sacro.

Lo si vede in quello che è forse il rito più bello di questo sport: il cosiddetto “terzo tempo”.

Quando l’arbitro fischia la fine, i vincitori si dispongono in due file parallele davanti al tunnel degli spogliatoi. 

I giocatori sconfitti passano in mezzo e ricevono l’applauso degli avversari.

Poi i ruoli si invertono: chi ha perso si ferma e applaude chi ha vinto. 

Il messaggio è semplice e chiarissimo: “sul campo ci siamo affrontati senza risparmiarci, ma una volta finita la battaglia torniamo ad essere compagni di sport”.

È il modo più alto per riconoscere la fatica e il valore dell’avversario.

E subito dopo, come vuole la tradizione, si va tutti insieme a bere una birra. 

Perché l’adrenalina, in qualche modo, bisogna pur smaltirla.

Umberto Baldo

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