Quando l’Intelligenza Artificiale fucila un centurione

Ho sempre amato la lettura, e posso dire di essere un lettore accanito, tanto che da qualche anno, per non riempire la casa di libri cartacei, ho adottato l’app. Kindle di Amazon, che offre a mio avviso un ottimo servizio.
Leggo un po’ di tutto, anche se prediligo la saggistica.
Non è che rifugga anche da generi, come dire, un po’ più leggeri, e fra questi non disdegno il romanzo storico, anche se trovarne qualcuno di qualità è sempre più difficile.
Ieri sera leggendo come al solito prima di addormentarmi, mi sono trovato di fronte a questa frase: “E’ una trappola, ci massacreranno! E’ un ordine, Centurione! Avanzate o vi faccio fucilare per codardia!”
Anche ad una lettura molto superficiale, credo che chiunque sarebbe sobbalzato, nel mio caso sul cuscino.
Ora, chiariamo subito.
Non è quel “Centurione” a far storcere il naso.
Ai tempi del Fascismo, com’è noto, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale aveva riesumato proprio quel grado, pescando a piene mani dall’immaginario romano. Nulla di scandaloso, dunque.
Il problema è un altro.
Il romanzo è ambientato all’epoca dell’imperatore Domiziano.
E quel “vi faccio fucilare” è un oggetto non identificato caduto dal cielo della storia.
Un anacronismo così grossolano non è un dettaglio.
È una stonatura che grida. Una di quelle cose che non puoi più “non vedere”.
E allora la domanda sorge spontanea, e pure un po’ sconsolata: possibile che un libro arrivato in stampa non sia stato riletto da almeno un correttore di bozze in carne, ossa, e con un minimo di senso storico?
A meno che……
A meno che l’Intelligenza Artificiale non sia entrata ormai con tutto il suo peso anche nell’editoria, nella carta stampata, nei giornali, nei social.
Non come strumento di supporto, ma come scorciatoia.
L’episodio del Centurione resta lì, piccolo, quasi banale.
Una scena minima. Una parola fuori posto.
Ma è proprio così che funzionano le cose che contano: non fanno rumore, lavorano dentro.
Da quell’errore par di capire che l’AI non è entrata nelle nostre vite con il clangore di una rivoluzione, ma con il passo felpato delle abitudini.
È già tra i libri, nelle redazioni, negli articoli online.
E soprattutto è entrata nei compiti a casa dei nostri ragazzi.
Qui il discorso si fa meno letterario e più serio.
Perché se un autore pigro può farsi scappare un “fucilare” nel I° secolo dopo Cristo, un ragazzo che affida tutto all’AI rischia di arrivare a vent’anni senza saper più articolare e scrivere un pensiero compiuto.
L’Intelligenza Artificiale è veloce, efficiente, disponibile a qualsiasi ora; fa ricerche, riassunti, temi, relazioni.
Tutto pulito, ordinato, corretto. Troppo corretto.
Il rischio non è che i giovani “copino”. Si è sempre copiato.
Il rischio è peggiore: che smettano di esercitare la fatica del pensiero, quella che ti costringe a mettere insieme concetti, scegliere parole, sbagliare e poi correggerti.
Scrivere male, all’inizio, è normale.
Non scrivere affatto, delegando tutto ad una macchina, è un’altra storia.
Badate bene che concentro l’attenzione sui nostri ragazzi non per moralismo, ma per semplice realismo.
Perché so bene che per uno qualsiasi studente l’Intelligenza Artificiale è una tentazione perfetta.
Fa i compiti in pochi secondi, impagina bene, usa un linguaggio corretto, spesso migliore di quello che lo studente saprebbe usare da solo.
È efficiente, educata, non protesta mai.
Il sogno di ogni pigro, giovane o adulto che sia.
Il punto, però, non è il “copiare”, come ho già ribadito prima.
Il punto è che scrivere serve a pensare, non a consegnare un foglio.
Se un ragazzo smette di allenarsi a costruire frasi, collegare idee, reggere un ragionamento dall’inizio alla fine, alla lunga perde qualcosa che nessuna tecnologia potrà restituirgli: la capacità di esprimere se stesso in modo chiaro.
Il rischio non è solo quello di formare una generazione ignorante, bensì quello di formare una generazione linguisticamente fragile, capace di premere tasti, ma non di sostenere un pensiero complesso.
E quando le parole diventano deboli, anche le idee lo diventano.
Qui a mio avviso la responsabilità non è solo dei ragazzi.
È della scuola, che spesso non sa come affrontare il problema.
Ed è anche degli adulti, che oscillano tra l’entusiasmo acritico ed il rifiuto istintivo, senza capire che l’AI va insegnata, non subita.
Usata bene, può aiutare a studiare meglio; usata male, può diventare una stampella permanente che atrofizza il pensiero.
Il Centurione che rischia la “fucilazione” sotto Domiziano, in fondo, è solo un sintomo.
Il segnale che qualcosa si è rotto nel rapporto tra sapere, fatica e responsabilità.
Ma attenzione, il vero pericolo non è che l’AI sbagli, ma che noi smettiamo di accorgercene.
E se non ce ne accorgiamo adesso, quando l’errore è ancora piccolo e quasi innocuo, rischiamo di accorgercene troppo tardi.
Quando non sarà più una parola fuori posto, ma un pensiero che non arriva mai a compiersi, allora sì che ci accorgeremo quanto abbiamo sbagliato.
E potrebbe essere troppo tardi.
















