Pronto soccorso, ovvero il grande alibi nazionale

Di Alessandro Cammarano
C’è un luogo in Italia dove tutto confluisce: dolori veri e dolori immaginati, febbri serie e febbricole emotive, traumi reali e traumi da motore di ricerca. È il pronto soccorso. Non più presidio dell’emergenza, ma discarica ordinata delle paure collettive. Lì finisce ciò che altrove non trova risposta. E altrove, ormai, è quasi ovunque.
I numeri sono noti e per questo non fanno più scandalo: circa 19 milioni di accessi l’anno. Una cifra che racconta un Paese che ha smesso di distinguere tra urgenza e inquietudine. Ma il dettaglio davvero rivelatore è che oltre il 65–70% di questi accessi riguarda codici bianchi e verdi. Non emergenze. Non rischio di vita. Piuttosto, rischio di non essere ascoltati.
Si parla di ipocondria cronica degli italiani con un certo compiacimento moralistico. Ma l’ipocondria, in questo contesto, è spesso una risposta razionale a un sistema irrazionale. Se il medico di base non risponde, se l’appuntamento arriva tra dieci giorni, se la guardia medica è una leggenda metropolitana, il pronto soccorso diventa l’unico luogo dove qualcuno deve guardarti in faccia.
Il cittadino medio non corre in PS perché ama le barelle nei corridoi. Ci corre perché sa che lì, prima o poi, qualcuno lo visiterà. Il problema è che il pronto soccorso non è progettato per questo uso. E quando lo si forza a diventare un ambulatorio universale, il sistema collassa. Puntualmente.
Nei pronto soccorso mancano almeno 3.500 medici, ma il verbo giusto non è “mancano”: scappano. Turni massacranti, aggressioni verbali e fisiche, responsabilità enormi, stipendi che non compensano il logorio. Il risultato è che quasi il 40% degli organici è scoperto, e in prospettiva un pronto soccorso su quattro rischia di lavorare con meno della metà del personale necessario.
Questa non è una crisi improvvisa: è una scelta politica protratta nel tempo. Si è deciso che l’emergenza può reggere anche sotto stress continuo. Che la vocazione può sostituire l’organizzazione. Che il sacrificio individuale può tappare i buchi strutturali. Finché il sistema, prevedibilmente, si rompe.
La medicina territoriale: il filtro che non filtra
Ma il pronto soccorso è solo l’ultima diga. Il vero disastro è a monte. La medicina di base è diventata il grande buco nero della sanità pubblica. In dieci anni sono spariti oltre 6.000 medici di famiglia. Quelli rimasti hanno carichi di lavoro incompatibili con qualsiasi idea di cura: 1.500, 1.700 pazienti a testa, quando va bene.
Il medico di base, che dovrebbe essere il perno del sistema, è diventato una figura irraggiungibile, oberata, spesso prossima alla pensione. Così il filtro salta. E quando il filtro salta, tutto passa. Anche ciò che non dovrebbe.
Si stima che circa 4 milioni di accessi l’anno siano impropri. È una parola comoda, “impropri”, perché sposta la colpa verso il cittadino. Ma improprio rispetto a cosa? A un sistema che non offre alternative? A un territorio che non assiste? A una sanità che funziona solo quando il problema è già esploso?
L’accesso improprio non è un abuso: è spesso una resa. È il cittadino che dice: non so più dove andare, quindi vado dove so che qualcuno, prima o poi, mi vedrà. Che poi questo paralizzi l’intero sistema è una conseguenza, non la causa.
Nel pronto soccorso finisce anche ciò che non è strettamente medico: disagio psichico, solitudine, panico, richieste di aiuto che non trovano altri canali. Perché in Italia la salute mentale resta marginale finché non diventa ingestibile. E quando diventa ingestibile, la si scarica sull’unico presidio sempre aperto.
Il pronto soccorso è diventato così un luogo ibrido: metà ospedale, metà confessionale, metà sportello sociale. Tre metà che non stanno insieme, ma che continuano a essere stipate nello stesso spazio.
Il paradosso finale è questo: tutti rivendicano il diritto alla cura, ma nessuno difende il dovere dell’organizzazione. Si pretende l’intervento immediato, ma si accetta che il sistema territoriale venga progressivamente svuotato. Si applaude il medico eroe, ma si tollera che lavori in condizioni indegne.
Così il pronto soccorso resta l’ultimo alibi nazionale: per lo Stato che non investe, per la politica che rinvia, per una collettività che ha smesso di distinguere tra stare male e temere di stare male.
Finché non si ricostruirà una medicina di base vera, accessibile e autorevole; finché il lavoro in pronto soccorso non tornerà a essere sostenibile; finché non si smetterà di chiamare “emergenza” ciò che è normalità mal gestita, continueremo a fare quello che sappiamo fare meglio: correre quando è troppo tardi. Tutti insieme. Verso la stessa porta. Sempre più stretta.
















