10 Marzo 2026 - 9.43

Italia, il Paese dei No.  Ma gli untori siamo noi.

Si sa che eventi catastrofici, crisi economiche e soprattutto le guerre hanno un effetto immediato: colpiscono la produzione di beni, anche essenziali, e mettono in crisi le catene di approvvigionamento.

Se poi il conflitto scoppia proprio in una delle regioni da cui arriva una buona fetta del petrolio e del gas, non serve una laurea in economia: i prezzi schizzano verso l’alto.

Naturalmente nel mondo non mancano gli speculatori. Le guerre, come le mareggiate, fanno sempre riaffiorare i soliti “pescicani”.

Ma c’è un però.

Noi cittadini comuni ci accorgiamo della crisi solo quando arriviamo al distributore e scopriamo che benzina e gasolio costano più di ieri. 

Il resto ci interessa molto meno. Che in quelle stesse regioni venga prodotto quasi metà dell’elio necessario per i microchip, o una grande quantità dell’urea usata dagli agricoltori per concimare i campi, è un dettaglio che scivola via. 

Dopotutto noi non costruiamo chip. E, per quanto molti italiani abbiano un’opinione su tutto, non siamo neppure agricoltori.

La reazione immediata diventa allora un coro contro gli “speculatori”. Che, sia chiaro, esistono. Ma non sono tutti.

Alla caccia all’untore contribuisce anche la politica, che promette controlli severi e multe a raffica, ben sapendo di parlare più alla pancia degli elettori che alla realtà dei fatti.

Nel frattempo dimentichiamo un dettaglio non proprio marginale: sul prezzo dei carburanti le accise pesano per oltre la metà del totale. 

Su questo la politica dovrebbe semplicemente abbassare lo sguardo e vergognarsi.  

Non per l’esistenza delle accise in sé, ma per aver promesso mille volte di ridurle o abolirle. Promesse che riemergono puntualmente ad ogni campagna elettorale, salvo sparire il giorno dopo il voto, come accadde anche con Giorgia Meloni.

Quello che sfugge mentre diamo la “caccia agli untori” è che il prezzo della benzina alla pompa è solo la parte più visibile del problema energetico, e non la più grande. 

Ogni volta che accendiamo una lampadina o mettiamo in funzione la lavatrice, dietro quel gesto apparentemente innocuo c’è quasi sempre una centrale che brucia gas per trasformarlo in elettricità.

Il nodo vero sta lì. 

E su questo, bisogna dirlo, noi cittadini non siamo del tutto innocenti: negli ultimi decenni ci siamo lasciati sedurre da un ambientalismo che prometteva autonomia e progresso, ma che spesso ci ha resi, nei fatti, sempre più dipendenti dalle forniture energetiche degli altri.

Perché se si guarda un po’ più a fondo, viene fuori una verità meno rassicurante: in questa storia gli “untori” non sono solo i mercati. 

In larga misura siamo noi italiani stessi.

Siamo noi che per decenni abbiamo applaudito ogni volta che nasceva un nuovo comitato del “No”.
NO al rigassificatore anche quando sta su una nave, NO alle pale eoliche, NO agli elettrodotti, NO ai campi fotovoltaici, NO alle trivellazioni, NO alle centrali.

Un Paese intero trasformato in una gigantesca assemblea condominiale dove qualunque infrastruttura energetica viene trattata come una minaccia esistenziale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. 

Oggi circa il 41% dell’elettricità italiana arriva dalle rinnovabili. 

Un altro 42% dipende dal gas naturale, che per oltre il 90% importiamo. 

E circa il 15% dell’elettricità la compriamo direttamente dall’estero, soprattutto da Francia, Svizzera e Austria.

Tradotto: una parte enorme dell’energia che tiene accese le fabbriche e illuminate le case degli italiani dipende da ciò che accade fuori dai nostri confini.

Poi basta una guerra – quella scatenata dalla Russia in Ucraina ieri, o le tensioni nel Golfo Persico oggi – e scopriamo improvvisamente quanto sia fragile questo equilibrio.

A quel punto, ripeto,  la politica promette interventi sulle accise, controlli sugli speculatori e misure d’urgenza.

Ma il problema, se vogliamo essere onesti, nasce molto prima. 

Nasce quando un Paese industriale decide progressivamente di non produrre più energia in casa propria.

Dopo il referendum sul nucleare del 1987 l’Italia ha spento le centrali atomiche e ha imboccato una strada tutta particolare: comprare energia invece di produrla. 

All’epoca sembrava conveniente. 

Il mercato globale funzionava, i prezzi erano bassi, la geopolitica sembrava un ricordo del passato.

Nel frattempo però il mondo è cambiato. Le guerre sono tornate a influenzare le rotte energetiche, i prezzi dipendono dagli equilibri internazionali e la sicurezza degli approvvigionamenti è diventata una questione strategica.

Solo che mentre il resto del mondo costruiva centrali, rigassificatori, parchi eolici e nuovi reattori nucleari, in Italia prosperava un’altra industria: quella dei comitati del No.

Il paradosso è quasi perfetto.

Tutti sono favorevoli alle energie rinnovabili, purché non si costruiscano vicino a casa loro.

Basta che all’orizzonte compaia una pala eolica e il paesaggio diventa improvvisamente sacro. Compare un campo fotovoltaico e scatta l’allarme ambientale. Arriva un progetto energetico e nel giro di pochi giorni nasce un comitato spontaneo, seguito da ricorsi, assemblee pubbliche, varianti urbanistiche e conferenze dei servizi senza fine.

Così decine di gigawatt di progetti energetici restano intrappolati nei labirinti autorizzativi italiani.

Il risultato finale è un capolavoro di incoerenza nazionale: un Paese che proclama la transizione energetica ma poi impedisce sistematicamente la costruzione degli impianti necessari per realizzarla.

Poi arriva una crisi internazionale, i prezzi esplodono e gli italiani scoprono improvvisamente di dipendere dagli altri.

A quel punto la colpa, naturalmente, è degli speculatori.

Dei comitati del NO, mai.

Umberto Baldo

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