Il ritorno degli “uomini del destino” e le democrazie “stanche”

Umberto Baldo
Ogni tanto la storia ripropone una vecchia tentazione: l’idea che una Nazione abbia bisogno di “un uomo solo”, di qualcuno che non governi semplicemente, ma che incarni il destino collettivo.
Non un leader tra gli altri, ma “IL” leader.
E’ una figura antica, riconoscibile, e quasi mai innocua.
Napoleone non si limitava a comandare la Francia: lui era la Francia.
Bismarck si sentiva l’artefice necessario dell’unità tedesca.
Nel Novecento, con esiti ben più tragici, altri “uomini del destino” hanno preteso di rappresentare non un programma politico, ma il senso stesso della Storia, della Nazione, del Popolo.
Gli storici hanno dato un nome a questa tentazione.
L’hanno chiamata “cesarismo” quando un leader concentra il potere presentandosi come interprete diretto del popolo, scavalcando istituzioni e mediazioni.
E “bonapartismo” quando questo potere viene legittimato dal consenso popolare e dal plebiscito, più che dal rispetto delle regole.
Giulio Cesare non distrusse formalmente la Repubblica romana: la svuotò, rendendola inutile.
Napoleone non abolì la Rivoluzione francese: la congelò, trasformandola in un impero personale.
In entrambi i casi la promessa era la stessa: ordine, grandezza, stabilità.
Il prezzo, sempre identico: la fine della politica come spazio di confronto.
Donald Trump e Vladimir Putin, per quanto lontanissimi per stile e contesto, si muovono dentro questa stessa logica mentale.
Putin non si considera un Presidente come gli altri.
È l’uomo chiamato a rimettere in piedi una Russia umiliata dal crollo dell’URSS, dal caos degli anni Novanta, dall’arroganza occidentale.
La sua ossessione per la storia non è un vezzo accademico: è uno strumento di potere.
Parlare di “Russia storica”, di “Santa Madre Russia”, di confini naturali, di missione civilizzatrice, serve ad un obiettivo preciso: trasformare il presente in un capitolo inevitabile di un racconto millenario.
Se la missione è storica, il dissenso diventa un dettaglio, e l’alternanza una fastidiosa anomalia.
Trump è l’uomo del destino declinato in chiave americana, più sguaiata ma non meno pericolosa.
Lui non si appella alla Storia, bensì al “vero popolo”, una categoria vaga e comodissima in cui rientrano solo i suoi fans.
Tutto il resto – istituzioni, giudici, media, università, burocrazia – è corruzione, complotto, tradimento.
In questo schema Trump non è un presidente temporaneo, ma l’unico argine al declino.
Se perde, non può aver perso: è stato derubato.
Perché l’uomo del destino, per definizione, non sbaglia mai.
Il punto centrale è proprio questo: chi si sente uomo del destino non riconosce limiti.
Le regole diventano ostacoli, le opposizioni diventano nemici, le istituzioni diventano strumenti.
E soprattutto scompare l’idea del “dopo”.
Non c’è successione, non c’è transizione, non c’è normalità.
Senza di lui c’è solo il baratro.
L’Europa conosce bene questa figura. Ne è uscita devastata nel Novecento e, proprio per questo, aveva provato a costruire un sistema basato su pesi, contrappesi, limiti, procedure noiose ma salvifiche.
Oggi però quella lezione sembra sbiadire.
I leader forti piacciono di nuovo, soprattutto quando promettono di “decidere” invece di spiegare.
In questo clima, sia pure molto più vagamente, sembra muoversi anche Giorgia Meloni, che formalmente resta dentro i confini democratici, ma flirta spesso con l’idea di una leadership “necessaria”, di una guida che interpreta il sentimento profondo della nazione contro élite, tecnocrazie europee e fastidiosi vincoli.
Certo non siamo ai livelli di Trump o Putin, ma il lessico è parente stretto: il popolo vero da una parte, i freni dall’altra.
L’Unione Europea, dal canto suo, appare l’antitesi dell’uomo del destino: lenta, farraginosa, regolata, collettiva.
Ed è proprio per questo che oggi viene detestata.
Non promette salvezze, non offre scorciatoie, non produce uomini della provvidenza.
Chiede pazienza. E la pazienza non vince elezioni.
La verità, politicamente scorretta ma storicamente fondata, è semplice: gli uomini del destino piacciono ai popoli che non vogliono più assumersi responsabilità.
Delegare tutto ad uno solo è rassicurante.
Pensare che “ci pensa lui” è comodo.
Il problema è che, quando il destino si rivela un errore, non c’è appello.
La storia lo dimostra con una regolarità impressionante: gli uomini del destino passano.
I danni restano.
Umberto Baldo
















