Il pannello dove lo metto? Tutti ecologisti sino a che…

C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.
Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo dice.
Ha lo sguardo ispirato, la frase pronta, il tono da predica domenicale.
Non è uno che difende l’ambiente: è uno che officia l’ambiente.
Una specie di chierico laico, con la differenza che al posto del Vangelo cita report letti a metà, e post condivisi con zelo missionario.
Ora, mettiamoci d’accordo: chi è che non vuole aria pulita, acqua limpida, cieli azzurri?
Solo uno con un serio problema di connessione neuronale potrebbe dichiararsi a favore dello smog a tempo pieno.
Su questo siamo tutti allineati, persino il più incallito industriale degli anni Settanta, se lo resusciti.
Il punto non è l’obiettivo. Il punto è la coerenza, quella strana creatura che sparisce sempre nel momento decisivo
Perché il nostro ecologista da salotto è inflessibile su tutto: no al nucleare, no al gas, no al petrolio, no al carbone.
Una sequenza di “no” che sembra il rosario dell’Apocalisse energetica.
Poi però arriva il momento in cui qualcuno propone qualcosa di concreto.
Un impianto. Un progetto. Una soluzione reale, magari imperfetta, magari discutibile, ma reale.
E lì succede il miracolo.
Diventa improvvisamente un urbanista, un paesaggista, un agronomo, un esperto di biodiversità, un difensore del campanile, del filare di pioppi, del tramonto “come non si vede più”.
Tutto, pur di dire un altro No. Ma questa volta non è un No ideologico. È un No territoriale.
Tradotto: non qui.
Il caso di Torre di Mosto è quasi didattico, tanto è perfetto.
Siamo nel veneziano, nel Veneto che lavora, produce, consuma energia come se fosse ossigeno.
Si parla di un impianto fotovoltaico ancora in fase di studio, non di una raffineria saudita.
E cosa succede?
Proteste, comitati, indignazione, e ieri manifestazione ovviamente.
Il paesaggio! Il territorio! L’identità!
Improvvisamente, i pannelli solari diventano una minaccia esistenziale.
Nel frattempo, giusto per dare un minimo di contesto a questa commedia dell’assurdo, nel resto del mondo accadono cose leggermente più rilevanti.
In Medio Oriente si ridisegnano equilibri energetici con la delicatezza di una ruspa. In Asia si riaccendono le centrali a carbone come se non ci fosse un domani, come se il clima fosse un dettaglio decorativo.
La Cina costruisce centrali nucleari con la stessa frequenza con cui noi inauguriamo rotonde.
E noi?
Noi discutiamo se un campo fotovoltaico turba la vista dalla finestra della cucina.
C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, in questa sproporzione.
È come se, mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti, l’equipaggio litigasse sulla tonalità del blu delle scialuppe.
La verità è che l’ecologista da salotto non vuole davvero una transizione energetica.
Vuole l’idea della transizione, la sua versione estetica, moralmente gratificante e rigorosamente indolore.
Vuole sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo di esserci davvero.
Perché la transizione, quella vera, è sporca, invasiva, complicata.
Richiede impianti, infrastrutture, compromessi.
Richiede di accettare che qualcosa cambi sotto casa propria, non solo sotto quella degli altri.
Ma questo rompe l’incantesimo.
E allora meglio continuare con la liturgia del “No”: rassicurante, elegante, totalmente sterile.
Nel frattempo, l’energia continuerà a servirci; non per capriccio, ma per vivere.
E qualcuno, da qualche parte, la produrrà.
Se non siamo noi, saranno altri, con criteri, diciamo, meno raffinati dei nostri.
Ma almeno, vuoi mettere, il panorama resterà intatto.
Fino al prossimo blackout, naturalmente.
Umberto Baldo










