7 Settembre 2015 - 10.50

EDITORIALE – Quel corpicino urla al mondo e noi dobbiamo ascoltarlo

bambino turchia siriano

di Marco Osti

Si chiamava Aylan e aveva 3 anni il bimbo che abbiamo visto in foto, morto su una spiaggia turca mentre provava, insieme alla famiglia, a scappare dalla guerra che imperversa nel suo Paese. Ora è seppellito vicino alla mamma Rehan e al fratellino Galib di 5 anni a Kobane, la sua città in Siria, dove da mesi è in atto il conflitto contro l’esercito dell’autoproclamatosi Stato Islamico.
Il volto di Aylan non si vede nelle fotografie, che hanno sconvolto le coscienze del mondo, scattate dalla giovane fotoreporter turca Nilufer Demir.
Aylan è solo in quelle foto. Non ci sono la mamma e il fratello, non c’è il padre Abdullah al-Kurdi, unico sopravvissuto della famiglia, che ha voluto riportare i suoi cari sul suolo natio rifiutando la sepoltura in Canada, meta sognata del loro viaggio di speranza, dove li attendeva la sorella della moglie. Aylan è ripreso sdraiato con la testolina appoggiata sulla battigia, quasi dormisse in attesa dell’arrivo del poliziotto che in altre due foto si vede arrivare e poi portarlo via in braccio.
È straziante la solitudine di Aylan, ma colpisce di lui anche l’abbigliamento. Ha pantaloncini blu e maglietta rossa normali, come quelle che qualsiasi bimbo in Italia può indossare quando viene portato all’asilo. Lui, la mattina che si è svegliato nella sua casa a Kobane, e la mamma lo ha vestito, non è stato però accompagnato a giocare con i suoi coetanei.
È andato verso il mare con la famiglia. Non a divertirsi sotto un ombrellone, ma per salire su un barcone insieme ad altre donne e uomini e bimbi per un viaggio pericoloso.
Se non fosse riverso con il viso sfiorato dalle onde, Aylan potrebbe essere uno dei suoi coetanei che per fortuna ce l’hanno fatta e che, essendo salvi, ma con indumenti decenti e un padre probabilmente in possesso di un cellulare, se non di uno smartphone, sarebbe tra i tanti insultati da persone comuni sui social network perché stanno invadendo l’Europa senza essere in evidenti condizioni drammatiche.
Questa è una delle obiezioni di chi è contrario all’accoglienza ed è sempre più cavalcata da personaggi politici e pubblici, che alimentano una campagna contro i migranti.
Chi arriva con barconi fatiscenti non sta poi così male, perché possiede un telefono e non è vestito di stracci.
In realtà Aylan e famiglia arrivano dalla Siria, allora, come ha detto l’altro giorno Matteo Salvini, sicuramente scappano da una guerra e allora un motivo per essere accolti l’hanno davvero, ma quelli che arrivano per motivi economici, quelli no, quelli devono rimanere a casa loro.
Come se non avere soldi e speranza non sia un buon motivo per un padre e una madre per cercare fortuna per i propri figli, dove forse una possibilità esiste.
Molti provano a venire solo loro, per ricongiungersi con moglie e bimbi in seguito, ma certo non sono in gita.
La storia dell’umanità è costellata di processi migratori dovuti alla ricerca di posti migliori per vivere e sfamarsi.
A qualsiasi latitudine e in qualsiasi Paese ogni madre e ogni padre hanno solo il desiderio di far crescere i propri figli serenamente e di poterli sfamare.
Non esiste altra logica che spinga tutte queste persone a sfidare la morte, a lasciarsi alle spalle la propria terra, parenti e amici.
Nessuno dei migranti lo avrebbe fatto senza un fondato e grave motivo e anche la fame è uno di questi.
Nessuno di noi italiani, indignati o buonisti, lo farebbe senza un fondato e grave motivo.
Perché sarebbe necessario che chiunque di noi provi a immaginare il giorno in cui chiude la porta di casa propria e l’abbandona scientemente, insieme alla famiglia o lasciandola li in attesa, per attraversare il mare su un barcone, rischiando di morire.
Stiamo assistendo a una tragedia immane, che colpisce centinaia di migliaia di persone, di esseri umani, e bisogna trovare una soluzione, concreta, seria, responsabile, percorribile e soprattutto collettiva.
Non è un problema di qualcuno, ma è un problema di tutti, anche di chi vorrebbe semplicemente rispedirli indietro.
Perché, solo come esempio, a casa loro ci potrebbe essere l’Isis a offrirgli la speranza di una vita migliore.
Ed è un problema enorme, con mille implicazioni, la cui soluzione non arriverà da qualche slogan o insulto, ma da idee realizzabili e da un insieme di processi complessi, efficaci solo con l’impegno di tutti, persone e Paesi.
So già che qualcuno leggendo queste righe penserà o scriverà cose diverse e magari mi insulterà o semplicemente non sarà d’accordo.
È legittimo, ma non è per me legittimo girarsi dall’altra parte quando un essere umano soffre o muore.
Qualcuno dirà anche che Aylan non è il solo bimbo vittima delle ingiustizie del mondo.
È vero, ma a lui è toccato in sorte di diventare un simbolo che potrebbe cambiare la storia.
La fotografa che ha reso immortale il suo sacrificio ha detto di avere capito subito, quando lo ha visto steso e immobile, che nulla poteva più fare, se non immortalare quell’immagine “perché si potesse sentire l’urlo di quel corpicino”.
Quel grido ora sta scuotendo il mondo e nessuno, dai potenti della Terra a ognuno di noi, ha il diritto di tapparsi le orecchie e rimanere indifferente e inerte.

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