La vita secondo Melania Trump: documenti, film e conferenze stampa senza repliche

Di Alessandro Cammarano
C’è una scena imbarazzante – una delle tante, per altro – nella storia americana contemporanea: una donna sale a un podio con il sigillo presidenziale, legge un foglio scritto da qualcun altro, non risponde a nessuna domanda e se ne va. La chiameranno conferenza stampa. Sarà, in realtà, qualcosa di più vicino a un monologo teatrale senza repliche. E il pubblico — già perplesso per la convocazione improvvisa — resterà seduto, con le stesse domande con cui era entrato in sala.
Siamo al 9 aprile 2026; Melania Trump ha convocato i giornalisti alla Casa Bianca per una dichiarazione pubblica in cui nega di aver mai avuto rapporti stretti con il defunto trafficante sessuale Jeffrey Epstein e con la sua complice Ghislaine Maxwell. Nessuna domanda, nessun contraddittorio, cinque minuti scarsi e poi il buio. Ha letto il suo comunicato nel Grand Foyer, si è girata sui tacchi e ha abbandonato il campo. Non mancava che il gong finale.
Il problema — tra i molti — è che nessuno, nelle ore precedenti, stava parlando con particolare insistenza di Melania e Epstein. Il messaggio è arrivato proprio mentre il marito e la sua amministrazione sembravano finalmente volersi lasciare alle spalle oltre un anno di polemiche legate alla vicenda, con la guerra all’Iran a monopolizzare ogni altra attenzione a Washington. Il che pone la domanda ovvia: perché ora? Una domanda a cui la diretta interessata ha ritenuto opportuno non rispondere.
Lo stesso presidente, contattato da un’emittente televisiva, ha detto di non sapere nulla della dichiarazione della moglie prima che venisse resa. Un portavoce della first lady ha poi corretto il tiro: il West Wing era stato informato del fatto che lei avrebbe fatto una dichiarazione, ma non necessariamente del suo contenuto. Una distinzione che, a pensarci bene, è quasi più preoccupante del silenzio.
«Non l’ho mai conosciuto»
La dichiarazione di Melania contiene un passaggio particolarmente impegnativo sul piano della credibilità. La first lady ha affermato di aver incrociato Epstein per la prima volta nel 2000, a un evento cui partecipava insieme al marito, e di non aver avuto in quel momento — né mai — alcuna conoscenza delle sue attività criminali.
Peccato che tra i documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia figuri un’e-mail del 2002 — con mittente e destinatario oscurati, ma attribuita da chiunque abbia letto il fascicolo a lei e a Ghislaine Maxwell — che inizia con «Dear G!» e termina con «Love, Melania». Il testo complimenta la destinataria per un articolo di rivista su «JE», aggiunge considerazioni affettuose sui suoi spostamenti internazionali e conclude chiedendo di richiamarla al ritorno a New York. Maxwell, ricordiamo, è stata condannata nel 2021 a vent’anni di carcere per traffico sessuale di minori.
In merito all’e-mail, Melania ha dichiarato che si tratta di «corrispondenza casuale», di «una nota banale». Corrispondenza casuale. Una nota banale. Da una donna che firma «Love» a una delle peggiori criminali sessuali del ventunesimo secolo. Il livello di disinvoltura lessicale è, a modo suo, quasi ammirevole.
Quindici sopravvissute agli abusi di Epstein hanno risposto con una dichiarazione congiunta, affermando di aver già mostrato «straordinario coraggio» denunciando i fatti, e che chieder loro di farlo di nuovo in sede congressuale — come proposto dalla stessa Melania — è «una distrazione dalla responsabilità, non giustizia». Una vittima ha posto la domanda più semplice e più devastante: come giova alla famiglia Trump questa dichiarazione?
Prima di Epstein, prima della Casa Bianca, prima di tutto, c’era una ragazza slovena di nome Melanija Knavs che arrivava a New York con un visto turistico nell’agosto del 1996.
Il visto turistico, per chi non avesse familiarità con la burocrazia americana, permette di entrare nel paese, di guardarsi intorno e anche di cercare lavoro. Non permette, tuttavia, di essere retribuita per un lavoro. È una distinzione che la giovane Melanija sembra aver trovato eccessivamente sottile.
Documenti contabili interni dell’agenzia di modelle che la rappresentava — autenticati da testimoni diretti e resi pubblici da agenzie giornalistiche internazionali — mostrano che tra il 10 settembre e il 15 ottobre 1996 la futura first lady fu pagata per dieci servizi fotografici negli Stati Uniti, per un totale di circa ventimila dollari. Il visto di lavoro H-1B, secondo la versione della famiglia Trump, sarebbe arrivato il 18 ottobre. Il che significa, per usare un eufemismo diplomatico, che le fatture hanno preceduto l’autorizzazione. Come direbbero i cultori della burocrazia: una questione di tempistica.
Anni dopo, nel 2001, Melania ottiene la residenza permanente attraverso il visto EB-1, la categoria per «capacità straordinarie», comunemente nota — con una certa enfasi — come «visto Einstein». Il visto Einstein è pensato per premi Nobel, medaglie olimpiche, ricercatori di fama internazionale. Nel suo caso, il dossier presentato alle autorità includeva: una copertina del GQ britannico in posa senza veli su un tappeto di pelliccia, un cartellone pubblicitario a Times Square e una fotografia in bikini con un’orca gonfiabile per Sports Illustrated.
Durante un’audizione parlamentare nel giugno 2025, una deputata democratica del Texas ha sintetizzato la questione con un’efficacia difficile da migliorare: «Non ci vuole un Einstein per vedere che i conti non tornano». Un ricercatore libertario, intervenuto per difendere la posizione della first lady, ha proposto un’alternativa interpretativa: «Non tutti possono sposare Donald Trump, e penso che quello sia un risultato straordinario». La deputata ha risposto, laconica: «Hai proprio ragione, io non avrei potuto farcela».
Va aggiunto, per completezza, che Melania non ha mai reso pubblica la sua documentazione immigratoria completa al pubblico. Nonostante avesse promesso in più occasioni di tenere una conferenza stampa per dimostrare la piena regolarità della sua posizione, la conferenza stampa non ha mai avuto luogo e i documenti non sono mai stati resi pubblici. Una promessa di trasparenza, insomma, perfettamente in linea con la tradizione familiare.
Nel gennaio 2026, il mondo ha avuto la straordinaria opportunità di vedere un film su Melania Trump. Il film si chiama, con una creatività che lascia senza fiato, Melania.
Amazon, ovvero l’amicone Jeff Bezos, ha pagato 40 milioni di dollari per i diritti del documentario — il prezzo più alto mai sborsato per un documentario commissionato nella storia del cinema — cui si aggiungevano i termini per una serie di follow-up. Melania Trump ha personalmente intascato 28 di quei 40 milioni, trattenendo per contratto il controllo editoriale sul prodotto finale: ha supervisionato il trailer, la correzione del colore, la selezione musicale, la campagna pubblicitaria. Ha persino disegnato i gadget promozionali.
Il regista scelto per questa impresa è Brett Ratner, alla sua prima uscita dal 2017, anno in cui numerose donne lo avevano accusato pubblicamente di molestie sessuali. Una scelta che ha un suo senso poetico in un film prodotto da una first lady il cui marito è stato condannato civilmente per abusi sessuali. I membri dello staff, sul set, lo hanno descritto nelle retrovie come «viscido». Due terzi dell’équipe tecnica ha chiesto di non essere accreditata nei titoli di coda. Non è un dettaglio trascurabile per un’opera che si presenta come testimonianza storica.
Il film copre i venti giorni precedenti all’inaugurazione presidenziale del gennaio 2025, attraverso gli occhi della first lady. Venti giorni. In novant’anni di cinema documentario, nessuno aveva mai pensato di spendere 75 milioni per documentare le ansie logistiche di una donna nell’imminenza del reinsediamento del marito. Le sequenze salienti, secondo le recensioni, includono lunghe riflessioni sull’orlo del vestito inaugurale e la gestione della finestra di cinque ore in cui i Trump devono traslocare i propri mobili alla Casa Bianca dopo la partenza dei Biden. Questioni di portata epocale.
Il budget di marketing — 35 milioni di dollari secondo le stime circolate — ha finanziato spot durante le partite della NFL, campagne martellanti su Fox News e un evento promozionale alla Sphere di Las Vegas. Melania ha suonato la campanella alla borsa di New York. Donald Trump ha pubblicizzato il film su Truth Social. I cartelloni pubblicitari a Los Angeles sono stati vandalizzati da gruppi di attivisti prima ancora dell’uscita.
Il risultato? Il film ha incassato circa 16,7 milioni di dollari in totale nel mondo, di cui una manciata — nell’ordine delle centinaia di migliaia — fuori dal Nord America. Nel Regno Unito, in 155 cinema, il documentario ha raccolto nel weekend d’apertura poco più di 45.000 dollari. Circa 290 dollari per sala. Che, tolte le spese tecniche di proiezione, lascia aperta l’ipotesi che in molte sale ci fossero più addetti ai lavori che spettatori paganti.
Il totale mondiale — 16,7 milioni — va messo in relazione con i 75 milioni spesi tra diritti e marketing. La differenza è quella che, nel linguaggio dell’industria cinematografica, si chiama perdita. Nel linguaggio comune si chiama flop. Nel linguaggio di Melania Trump, quando ha annunciato l’uscita del film su Amazon Prime a marzo, si chiama «corsa nelle sale da record». Un commentatore ha risposto pubblicamente: «Dovete davvero mentire su tutto?»
I critici professionisti su Rotten Tomatoes hanno assegnato al film l’8% di recensioni positive. Il pubblico in sala — prevalentemente, come notato da tutti gli analisti, donne bianche di mezza età negli Stati del Sud — gli ha assegnato il 99%. La distanza tra le due valutazioni è la più ampia nella storia ventisettennale del sito di recensioni. Un primato, anche questo. L’unico incontestabile dell’intera operazione.
C’è una certa geometria nella storia di Melania Trump che vale la pena fermarsi ad apprezzare nella sua interezza.
Suo marito guida un’amministrazione che ha reso la caccia agli immigrati irregolari la propria missione fondante. Ha deportato persone senza documenti, separato famiglie, revocato visti, trasformato l’immigrazione irregolare in crimine identitario per milioni di americani. Nel frattempo la first lady: è entrata negli Stati Uniti con un visto turistico e ha lavorato in nero per sette settimane prima di ottenere l’autorizzazione; ha poi ottenuto la residenza permanente tramite un programma pensato per figure di levatura internazionale documentata, presentando una candidatura che, con rispetto, avrebbe fatto alzare un sopracciglio persino a un funzionario distratto; ha infine sponsorizzato i propri genitori slovenni affinché ottenessero la residenza — pratica che l’amministrazione Trump definisce sdegnosamente «migrazione a catena» e che è tra le prime cose che intende abolire.
Il tutto, mentre l’ICE — il corpo federale di controllo dell’immigrazione diventato il braccio armato della crociata del marito — arresta anziani al loro arrivo negli USA, separa bambini dalle famiglie nei centri di detenzione e li trattiene in strutture sovraffollate dove l’età media dei reclusi scende, di trimestre in trimestre, verso il basso. Bambini piccoli, in gabbia, in nome della stessa legge che Melania ha trovato così flessibile quando faceva la modella a Manhattan nel 1996.
È una costruzione che richiederebbe più ironia di quanta ne produca normalmente un articolo giornalistico. Ma i fatti, com’è noto, non hanno bisogno di ornamenti.
In un’intervista, anni fa, Melania aveva dichiarato con orgoglio: «Non ho mai pensato di restare qui senza documenti. Avevo il visto. Tornavo ogni pochi mesi in Slovenia a timbrare il visto. Sono andata avanti secondo le regole, secondo la legge. E dovreste farlo anche voi».
I libri mastri contabili della sua agenzia di modelle, invece, raccontano una storia leggermente diversa.
E il silenzio del podio presidenziale, davanti ai giornalisti che non ottengono risposta, è — almeno questo — coerente con tutto il resto.










