MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)

Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”
E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.
Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.
Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.
Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.
Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.
Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.
È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.
Per anni MPS è stata il nostro “Parco Giochi del Disastro”: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l’ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.
Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.
Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.
In prima fila i soliti noti,
Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.
Uno Stato che si diceva “neutrale”, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.
L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell’album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.
“Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po’ di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.”
Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.
Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo “rompiscatole” ha commesso l’errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.
Ma utili veri, eh?
Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.
Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.
Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del “povero diavolo”: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.
Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.
Il risultato?
Il “Risiko” è rimasto nella scatola, a prendere polvere.
MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)
Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.
Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.
Ed è lì che i “fenomeni” capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.
O come direbbero in osteria: “I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.”










