31 Marzo 2026 - 9.53

Hormuz: come potrebbe nascere una nuova stagflazione globale

Umberto Baldo

Le guerre dell’antichità e del Medioevo erano, nella loro tragica semplicità, scontri di massa e d’attrito.

La vittoria apparteneva a chi schierava più uomini e più forza bruta in battaglie frontali.

Oggi, quella bidimensionalità è un ricordo del passato. 

I conflitti contemporanei si sono evoluti in una complessità multidimensionale: non si combatte solo nel fango delle trincee, ma si manovra nel cyberspazio, si manipola l’informazione nei media e, soprattutto, si colpisce il cuore pulsante delle Nazioni: l’economia.

In verità il tentativo di soffocare le risorse dell’avversario è antico quanto la guerra stessa. 

Tuttavia, mai come nell’attuale scontro tra l’asse USA-Israele e l’Iran, la variabile economica è passata da “strumento di supporto” a baricentro del conflitto.

Per decifrare ciò che potrebbe aspettarci, è necessario volgere lo sguardo indietro di cinquantatré anni, ad un capitolo della storia che sembra scritto ieri.

Nel 1973 il mondo subì il primo, violento, choc petrolifero.
Fu allora che la realtà costrinse gli economisti ad inventarsi una parola nuova, perché le vecchie non bastavano più: stagflazione.

Un neologismo per descrivere un fenomeno ritenuto, fino a quel momento, teoricamente impossibile.

Questo termine indica l’abbraccio perverso tra una forte inflazione ed una stagnazione della crescita economica.

Prima di allora, i manuali di economia insegnavano che l’inflazione fosse un “sottoprodotto” di un’economia surriscaldata: prezzi in ascesa perché la domanda superava l’offerta in una fase di crescita esplosiva.
Al contrario, una recessione avrebbe dovuto portare ad un calo della pressione sui prezzi. 

Il 1973 frantumò queste certezze.

Perché accadde?

I Paesi arabi produttori di petrolio – all’epoca detentori di un quasi-monopolio sui rifornimenti globali – tagliarono le forniture per scopi politici, provocando volutamente un’impennata dei costi energetici.

In risposta, i Governi occidentali (USA ed Europa in testa) tentarono di mantenere artificialmente in espansione le proprie economie, iniettando liquidità.
Il risultato non fu quello sperato: non solo non fermarono la crisi, ma alimentarono un incendio inflazionistico che divorò il potere d’acquisto per un decennio.

Oggi, gli attori della “Guerra del Golfo 2.0” sembrano intenzionati a ricalcare quegli stessi errori.
L’Iran sta esercitando un controllo stringente, che sfiora il blocco totale, sullo Stretto di Hormuz. 

L’obiettivo dei vertici di Teheran è chiaro: mantenere i prezzi del greggio ai massimi livelli per destabilizzare l’ordine economico mondiale, colpendo duramente in particolare gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Mentre l’ombra degli Ayatollah si allunga sui mercati energetici, la risposta interna americana rischia concretamente di trasformarsi in benzina sul fuoco.

Se a maggio Kevin Warsh, scelto da Donald Trump per la guida della Federal Reserve, dovesse cedere alle pressioni “elettorali” del Tycoon, ed abbassare drasticamente i tassi di interesse, il rischio di un cortocircuito sarebbe tutt’altro che teorico.

In un tale scenario diventerebbe cruciale la reazione delle Istituzioni Finanziarie europee.
L’indipendenza dalla politica degli Stati della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra potrebbe consentire il mantenimento della disciplina monetaria in misura più controllata rispetto alla Federal Reserve americana, che rischierebbe di trovarsi sotto una pressione politica crescente.

Di conseguenza, anche se negli Stati Uniti i tassi venissero abbassati in modo aggressivo per accontentare Trump, è plausibile immaginare che in Europa le Banche Centrali adotterebbero un approccio più prudente.

Non si pensi, tuttavia, che la strada per uscire da un simile stallo sia priva di ostacoli politici invalicabili. Il vistoso calo delle Borse cui stiamo assistendo e la crescita degli spread spingeranno inevitabilmente la Politica ad invocare misure d’emergenza, pretendendo tassi non congruenti con il reale stato dell’inflazione pur di calmierare i mercati.

Fin qui la politica.

Ma lo stato delle economie ci dice che uno choc da aumento del prezzo del petrolio oggi sarebbe meno devastante rispetto agli anni Settanta, perché i nostri sistemi economico-produttivi dipendono meno dai combustibili fossili.

Meno, però, non significa affatto “per niente”; e l’impennata dei prezzi dei carburanti alla pompa lo sta dimostrando ogni giorno.

Il confronto con la crisi del 2022, legata all’invasione russa dell’Ucraina, è illuminante: allora le reazioni dei Mercati furono immediate e violente, con rialzi diffusi delle principali materie prime già nel breve termine.

Nel caso attuale, pur trattandosi di un conflitto geopolitico rilevante, il Mercato sembra aver reagito in modo più contenuto. 

Finora.
La struttura delle interdipendenze economiche e commerciali con l’Iran pare aver generato pressioni meno intense.

Ripeto: finora.

Perché l’andamento dei Mercati dipenderà inevitabilmente dalla durata e dall’intensità del conflitto. 

Ed è su questo che si giocherà tutto.

Gli effetti, inoltre, non si limiterebbero al petrolio. 

Potrebbero estendersi a settori cruciali delle materie prime come urea, ammoniaca, fosfati, zolfo.

In altre parole: fertilizzanti, cioè una componente nascosta ma decisiva del prezzo di pane, pasta, frutta e carne.
Quando la navigazione si blocca ad Hormuz, non si ferma solo il petrolio: si accorcia il respiro dell’intera catena alimentare globale.

Alla fine, pur con tutte le differenze del caso, la domanda resta la stessa del 1973: quanto durerà?

Uno choc del prezzo del petrolio di uno o due mesi potrebbe essere assorbito.
Se però i tempi si dilatassero, le conseguenze diventerebbero inevitabilmente molto più gravi.

Ne consegue che, in  questo momento, l’ombra più cupa che si addensa sull’economia mondiale non è solo quella dello choc energetico, ma quella dell’incertezza.

Concludendo: nel 1973 il problema era il prezzo del petrolio.
Oggi è qualcosa di più subdolo: non sapere quanto costerà domani.

Ed un’economia che non sa prevedere il costo dell’energia è un’economia che smette di decidere.

Umberto Baldo

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