2 Febbraio 2026 - 9.39

La promessa di non morire: marketing, potere e paura del tempo che passa

Umberto Baldo

Le promesse: tutti improvvisamente longevi, sani, lucidi a 103 anni, con la pressione di un ventenne e l’intestino di un neonato.

Se c’è una cosa che mette tutti d’accordo, trasversalmente, più delle tasse e del traffico, è l’idea di non morire troppo presto. 

E infatti il tema della longevità oggi è ovunque.

Giornali, settimanali, inserti salute, podcast, talk show, social. 

Volete qualche titolo tratto dalla rete: “La dieta della longevità del biologo di Harvard: “Seguendo queste 5 regole si ringiovanisce di 30 anni” – “Qual è il gesto quotidiano che allunga la vita a tutti” – “6 cibi che allungano la vita secondo l’esperto di longevità” – “L’alimentazione per vivere fini a 100 anni” – “Mantenersi giovani: la ricetta per non invecchiare è a portata di mano” – “La dieta della longevità secondo Garattini” ,  e potrei continuare a lungo.  

Ogni stagione ha il suo profeta della vita lunga, possibilmente sorridente, in ottima forma e rigorosamente ultraottantenne. 

Il messaggio implicito è sempre lo stesso: se ce l’ha fatta lui, puoi farcela anche tu. 

Basta seguire la ricetta giusta.

Il fatto che i media cavalchino così insistentemente l’argomento non è casuale. 

Vuol dire che intercetta un’ansia diffusa, una domanda profonda, quasi un bisogno collettivo. 

La longevità non è più solo un dato demografico od una questione statistica, ma un prodotto narrativo. 

Funziona perché promette controllo in un mondo che di controllo ne concede sempre meno. 

Invecchiare sì, morire no. 

O almeno non adesso, non così, non senza averci provato.

La morte spaventa ora come un tempo; e difatti Seneca scriveva “Nessuno è tanto vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita. E un solo giorno è un momento di vita”.

Così il dibattito pubblico attuale si è riempito di formule salvifiche: diete che allungano la vita, digiuni che “resettano” l’organismo, stili di vita che sembrano più un percorso iniziatico che una normale esistenza. 

Ogni intervistato ha la sua ricetta miracolosa, spesso raccontata con la serenità di chi è arrivato in cima e ora spiega il sentiero, omettendo però quanto contino il terreno, il clima, ed una buona dose di fortuna.

E qui torna utile ricordare che il mito dell’immortalità non nasce oggi, e non nasce nei palinsesti televisivi. 

È antico quanto l’uomo. 

Cambiano i linguaggi, non l’ossessione. 

Nell’antichità, ed in realtà fino a non molti decenni or sono, ci si rivolgeva agli dèi, a Dio; oggi agli specialisti. 

I templi sono diventati gli studi televisivi, gli oracoli gli opinionisti. 

Ma la domanda resta identica: come si fa a restare in forma a lungo?

Gilgamesh, che non era un influencer della salute ma un Re, scopre che la pianta dell’eterna giovinezza esiste, ma non gli è concessa. 

Un serpente gliela ruba con una semplicità quasi offensiva. 

È il primo grande racconto sull’illusione del controllo: puoi cercare, studiare, viaggiare, ma qualcosa ti sfugge sempre. E spesso non per colpa tua.

I greci, più onesti di noi, smontano subito l’idea romantica della vita infinita. 

Titone, su intercessione della dèa Eos ottiene da Zeus  di donargli l’immortalità, ma non anche l’eterna giovinezza. Di conseguenza Titone non morì mai ma Eos non poté impedire che egli invecchiasse sempre più fino a perdere completamente le forze e parlare con un fil di voce, così finendo prigioniero di un tempo che non passa mai. 

Una lezione che oggi tendiamo ad ignorare: vivere a lungo non coincide automaticamente con vivere bene. 

E la quantità, senza qualità, può diventare una condanna (io sono da sempre convinto che la vita valga la pena di essere vissuta fino a che, per usare un eufemismo, riesci a farti un bidet da solo).

E francamente non credo che allungare di molto la vita in una Rsa sia una prospettiva da augurarsi. 

Per secoli, il problema della longevità  è stato risolto spostando l’orizzonte. 

La vita eterna non era qui, ma altrove. 

Funzionava, consolava, dava senso al limite. 

Ma in una società sempre più laica, l’eternità si è ritirata dal cielo ed è scesa nel corpo. 

Non più l’anima da salvare, ma l’organismo da preservare. 

Non è un caso, del resto, che questa ossessione per la longevità trovi terreno fertile anche ai piani alti del Potere. Sempre più spesso emergono notizie su leader di regimi autoritari poco inclini all’idea del ricambio, che investono cifre enormi in progetti di estensione della vita, ringiovanimento cellulare, perfino ipotesi di immortalità tecnologica. Dittatori che non accettano l’alternanza politica fanno evidentemente ancora più fatica ad accettare la propria fine biologica. La morte, per loro, non è solo un destino umano, ma un fastidioso limite amministrativo. E così, mentre ai sudditi si predica sacrificio e pazienza, per se stessi si finanzia la speranza di restare eternamente al comando, possibilmente con qualche ruga in meno.

E così la longevità è diventata una questione tecnica, nutrizionale, quasi ingegneristica.

È qui che si inserisce la definizione della vita come “sindrome naturalmente infausta” o, citando Italo Svevo, “una malattia mortale che non ammette cure”.

La vita è programmata per finire. Non per sadismo cosmico, ma per biologia. 

La degenerazione fa parte del progetto. 

Possiamo rallentarla, certo. La morigeratezza aiuta, il buon senso pure. 

Non abusare del proprio corpo è una scelta intelligente, non una rivelazione mistica.

Ma attribuire la longevità quasi esclusivamente a stili di vita e comportamenti è una semplificazione comoda, soprattutto per i media. 

Racconta una storia rassicurante: se fai le cose giuste, sarai premiato. 

Peccato che la genetica continui a giocare un ruolo enorme, spesso decisivo. 

C’è chi arriva a novant’anni fumando, e chi non ci arriva mangiando in modo irreprensibile e non straviziando mai.  Così come non si spiegano neppure le morti di numerosi atleti in età giovanile. 

È ingiusto, ma è così.

L’ossessione contemporanea per la longevità rischia allora di trasformarsi in una forma elegante di rimozione della morte. 

Non la si affronta, la si aggira. 

Non la si pensa, la si diluisce in consigli, protocolli, stili di vita. 

E intanto si vive con l’ansia di sbagliare, come se ogni piacere fosse una minaccia ed ogni deviazione una colpa.

Forse il punto non è vivere il più a lungo possibile, ma vivere sapendo che il tempo è finito. Accettare la “sindrome naturalmente infausta” non significa arrendersi, ma ridimensionare le pretese. 

Significa scegliere la qualità senza idolatrare la durata, sapendo che la vita non è una gara di resistenza, ma un’esperienza. 

E che il senso, alla fine, non lo misurano gli anni, ma ciò che ci mettiamo dentro.

Umberto Baldo

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