30 Gennaio 2026 - 9.51

La colpa prima delle cause. L’Italia e la giustizia emotiva

Umberto Baldo

C’è un tratto profondamente italiano che emerge puntuale ad ogni tragedia: il bisogno immediato di un “colpevole”. 

Non delle cause, non delle responsabilità sistemiche, non delle misure di prevenzione. 

Del colpevole, possibilmente con nome, cognome e faccia da esibire.
Sarà forse la lunga frequentazione con il senso della colpa, sarà la presenza del Vaticano e di un cattolicesimo che ha educato più alla confessione che alla responsabilità, ma davanti ad un evento drammatico l’Italia smette di ragionare e comincia a cercare chi deve espiare.

Lo abbiamo già visto in modo grottesco dopo il terremoto dell’Aquila, quando arrivammo a processare Enzo Boschi e la Commissione Grandi Rischi per non aver “previsto” un sisma. 

Un processo che ci rese oggetto di ironia internazionale, perché pretendere la previsione dell’imprevedibile non è rigore scientifico né giustizia: è superstizione travestita da diritto.

La stessa dinamica si sta ripresentando, amplificata, dopo la tragedia di Crans Montana. 

Una tragedia vera, con giovani vite spezzate e famiglie devastate dal dolore. 

Proprio per questo avrebbe richiesto misura, rispetto, silenzio istituzionale. 

Invece è stata immediatamente travolta dalla nostra ansia colpevolista, fino a spingere il Governo italiano ad intervenire pubblicamente contro la Magistratura svizzera, accusandola di lentezza, lacune investigative, e persino di aver scarcerato troppo in fretta il principale indagato. 

Abbiamo persino richiamato l’Ambasciatore.

Qui siamo oltre la solidarietà verso le vittime; siamo nel terreno scivoloso della propaganda.
A mia memoria non esiste, nelle democrazie occidentali, un precedente serio di uno Stato che critichi apertamente le decisioni giudiziarie di un altro Stato sovrano, entrando nel merito delle misure cautelari. 

È una violazione implicita di un principio basilare: l’autonomia delle giurisdizioni. 

Criticare una scarcerazione disposta da un giudice straniero non è fermezza: è una scena da comiche finali, buona per i social e per una campagna elettorale che in Italia non finisce mai.

Vorrei proprio vedere le reazioni dei nostri Demostene qualora un altro Stato si permettesse di intromettersi, criticando il nostro sistema processuale!

C’è poi un dettaglio che nel dibattito pubblico viene accuratamente rimosso, perché rovina la narrazione indignata. 

A meno di voler ipotizzare per Moretti e consorte un omicidio “doloso” (accusa smontabile anche da uno studente di legge al primo anno) il reato contestabile è l’omicidio “colposo” (magari con qualche aggravante). 

E qui sarebbe opportuno guardare a casa nostra prima di distribuire giudizi.
In Italia l’articolo 589 del codice penale prevede pene da sei mesi a cinque anni per chi cagiona la morte per negligenza, imprudenza o imperizia, (aumentate in caso di fattispecie più gravi).  

Nella prassi giudiziaria, per questi reati non si arresta quasi mai nessuno

Se applicassimo l’arresto preventivo agli omicidi colposi, le carceri italiane sarebbero piene, solo per fare un esempio, di imprenditori e dirigenti coinvolti in incidenti sul lavoro o nei cantieri. 

Ma questo non accade.

È quindi altamente probabile che, in una vicenda analoga, anche in Italia l’indagato sarebbe rimasto libero o, al massimo, sottoposto a misure non detentive. 

Fingere scandalo per decisioni che rientrano pienamente negli standard europei non è difesa delle vittime: è ipocrisia.

Capisco benissimo che, davanti a genitori distrutti dal dolore, sia facile alzare la voce. 

È umano. 

Ma uno Stato non dovrebbe comportarsi come un commentatore da social.
Per non dire che chi acquista una casa a Crans Montana sa di trovarsi in Svizzera, uno Stato con un ordinamento giuridico diverso dal nostro. 

Così come chi viaggia in qualunque altro Paese sa, o dovrebbe sapere, che troverà regole diverse, talvolta più severe, talvolta più garantiste. 

Non lo si scopre dopo, quando serve un colpevole immediato.

Lungi da me l’intenzione di minimizzare la tragedia. 

Nessuno invoca indulgenza. 

Ma confondere la giustizia con la punizione istantanea, ed il dolore con la vendetta, non restituisce dignità alle vittime.
La strada è un’altra: attendere gli sviluppi delle indagini, collaborare sul piano giudiziario, costituirsi parte civile se emergeranno responsabilità, e semmai criticare le decisioni alla fine del processo. 

Non prima. Non a caldo. Non per riflesso emotivo.

Tenere a freno l’ansia colpevolista, le tensioni “forcaiole” non significa essere freddi.
Significa essere adulti.

Umberto Baldo

PS: In Svizzera c’è del risentimento per l’atteggiamento italiano. E così, ieri il Corriere del Ticino ( https://www.cdt.ch/news/mondo/strage-di-corinaldo-noi-abbandonati-mentre-per-crans-montana-lo-stato-ce-417460) riportava il risentimento, amaro e composto, dei familiari delle vittime della strage di Corinaldo. «Noi abbandonati mentre per Crans-Montana lo Stato c’è», dicono. Non per contestare la giusta attenzione riservata ai morti di Crans-Montana, ma per ricordare che anche in Italia ci sono tragedie dimenticate, famiglie lasciate sole, processi che si trascinano e ferite mai chiuse”. I loro figli non erano “di serie B”, e nemmeno la loro morte lo è stata. E se lo Stato sceglie quando esserci, il problema non è la Svizzera. Il problema siamo noi.  

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