28 Gennaio 2026 - 9.38

Sigarette. 5 euro in più al pacchetto? Ok, ma…

Umberto Baldo

Avvertenza al lettore: questo articolo rischia di sollevare un vespaio di polemiche perché è volutamente provocatorio.

Ne sono perfettamente consapevole. Perdonatemi, ma vado avanti lo stesso. 

Pare proprio che stia partendo l’ennesima campagna, promossa dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Airc, Fondazione Aiom e Fondazione Veronesi, per alzare il prezzo del pacchetto di sigarette di cinque euro.

Motivazione ufficiale? Il fumo provoca circa 90.000 morti l’anno in Italia

Un dato pesante, ci mancherebbe!  Incontestabile sotto il profilo sanitario ed anche morale.

E allora — domanda innocente: se il criterio per aumentare i prezzi è difendere la salute pubblicaperché ci fermiamo alle sigarette?

Partiamo dal fatto scientifico (e qui non sto tirando numeri a caso): già da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica le carni processate — e qui rientra anche il prosciutto cotto che magari consigliamo ai bambini ed agli anziani — come carcinogeno di gruppo 1, lo stesso gruppo in cui finiscono tabacco, alcol  ed amianto (non che ciò significhi che una fetta di prosciutto sia uguale ad una sigaretta, ma che l’evidenza scientifica sulla sua associazione con il cancro c’è eccome). 

Secondo gli studi, già 50 grammi al giorno di carni lavorate — l’equivalente di due fettine di prosciutto cotto — sarebbero associati ad un aumento del rischio di tumore del colon-retto del 18% rispetto a chi ne consuma quantità minime o nulle
Siccome 50 grammi sono metà di un etto, ed io qui non voglio fare i conti delle calorie, chiediamocelo con quella punta di sarcasmo che tanto piace ai commentatori infuriati su Facebook: allora perché non facciamo pagare il prosciutto cotto 30 euro all’ etto?

Così limitiamo davvero il consumo. 

Non vorrai mica che qualche nonna dia prosciutto ai nipotini senza pagare il giusto “ticket salute”?

Ma non fermiamoci qui.

L’alcol è anch’esso riconosciuto come carcinogeno di gruppo 1 e non ha un livello “sicuro” di consumo; eppure un buon bicchiere di vino a tavola sembra quasi una benedizione culturale. 

Le carni rosse fresche (manzo, maiale, agnello) sono classificate come probabili carcinogeni (gruppo 2A); quindi ancora un ulteriore motivo per riflettere sul nostro piatto quotidiano. 

Questo non vuol dire che dobbiamo diventare tutti asceti: il rischio associato al consumo di salumi e carni lavorate è relativo, non assoluto; cioè non è che chi mangia una fetta di prosciutto ogni tanto avrà il cancro di sicuro. 
Ma allora perché decidiamo di punire il contribuente che fuma, mentre ignoriamo volutamente chi invece consuma prosecco come se fosse acqua?

O peggio: perché non supertassiamo i super-cibi ultra-processati pieni di grassi trans e sale, che il buon senso — e centinaia di diete bilanciate — ci dicono di evitare?

È tutto molto semplice: il fumatore è il bersaglio più facile. 

Non ha lobby potenti né vini DOC da difendere, né produttori di junk food con pubblicità in tutte le pause del calcio. 

Il bevitore sociale sì. Il fan del prosciutto o dell’hamburger in panino anche. 

E se ci metti pure che ad un certo punto si è cominciato a chiamare “dieta” qualunque cosa venga dichiarata “leggera”, allora il cocktail della confusione è servito.

Prosciutto cotto a 30 euro l’etto? Perché no? 

Dopo tutto, se la salute è prioritaria, ogni fetta di salume “cancerogeno” quanto una sigaretta dovrebbe avere il suo prezzo “salutistico”.  

E’ giusto il principio, o no? Paga e mangia con moderazione.

Allora che facciamo? Aumentiamo di dieci euro e più anche l’etto di salame? 

Mettiamo un sovrapprezzo sanitario sulla grappa, sul prosecco, sulla bistecca alla brace? 

Imponiamo avvertenze shock sui pacchi di patatine: “Nuoce gravemente alla tua aspettativa di vita”?

Sia chiaro: NON STO DIFENDENDO IL FUMO (lo metto pure in maiuscolo), né sto minimizzando i danni enormi che provoca. 

Sto solo chiedendo un minimo di onestà intellettuale. 

Perché quando lo Stato decide cosa tassare “per il nostro bene”, il confine tra prevenzione e paternalismo diventa sottile. 

E spesso sospettosamente selettivo.

La verità è che alcune abitudini sono diventate bersagli facili, altre intoccabili perché economicamente, culturalmente od elettoralmente sensibili. 

Così il fumatore diventa il cattivo perfetto: colpevole, tassabile e poco difendibile. 

Il bevitore sociale no; il consumatore compulsivo di junk food nemmeno.

Forse sarebbe più serio dire la verità fino in fondo: molti dei nostri stili di vita fanno male. 

Ma la salute pubblica non si tutela solo a colpi di rincari mirati, ma con informazione, educazione, responsabilità individuale.

Anche perché, a forza di “proteggere” i cittadini da se stessi, si rischia di trasformare lo Stato in un tutore morale… che però incassa volentieri.

E questo, più che salutare, comincia a sembrare ipocrita.

Se davvero vogliamo uno Stato che ci salvi da noi stessi, diciamolo apertamente. 

Mettiamo un prezzo ad ogni vizio, un’accisa per ogni eccesso, un bollino sanitario su ogni fetta di vita che non rientra nei parametri ideali: sigarette, vino, prosciutto cotto, zucchero, sale, burro, grigliate di Ferragosto e magari, perché no, anche sul divano dopo cena. 

Tutto tassabile, tutto colpevole, tutto sotto tutela.

Ma poi non raccontiamoci che è libertà. 

È amministrazione del rischio altrui, è moralismo fiscale travestito da prevenzione. 

La salute pubblica è una cosa seria, troppo seria per ridurla ad una lista di prezzi punitivi decisi a colpi di slogan. 

Si difende educando, informando, responsabilizzando. Non trattando i cittadini come bambini distratti da colpire nel portafoglio.

Perché una società adulta non è quella in cui lo Stato decide cosa possiamo fumare, bere o mangiare, ed in un futuro chissà……. 

È quella in cui lo Stato dice la verità, mette i dati sul tavolo, e poi si fida dell’intelligenza delle persone. 

Anche del loro diritto di sbagliare.

Altrimenti, alla fine, non avremo cittadini più sani. 

Avremo solo contribuenti più tartassati. 

Ed una libertà sempre più light…….  come il prosciutto.

Umberto Baldo

PS: Segnalo (fonte Ansa) che la proposta in questione raccoglie però le perplessità della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), che evidenzia la necessità di una “strategia più ampia contro tutte le sostanze nocive” e lancia l’idea di una ‘sin tax’, una ‘tassa sui vizi’ – dai superalcolici alle bevande zuccherate al cibo-spazzatura – già adottata con successo all’estero. Occorre cioè, conclude il presidente Alessandro Miani, “affrontare in modo integrato tutte le sostanze che danneggiano la salute, adottando misure fiscali coerenti e proporzionali rispetto al loro impatto sanitario.
Solo così si potrà avere un approccio realmente efficace e giusto”. 

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