30 Ottobre 2015 - 16.29

Rossi – Marquez, il campanilismo spagnolo e la diffidenza italiana

rossi-marquez

di Marco Osti

Da quando c’è stato lo scontro tra Valentino Rossi e Marc Marquez tutti sono improvvisamente diventati esperti di motociclismo.
Non si può andare a bere un caffè o in tintoria senza trovare qualcuno che non abbia un’opinione su come è andata questa vicenda, che ha visto il campione del mondo spagnolo volare per terra dopo un contatto con il fuoriclasse italiano, in lotta con l’altro iberico Jorge Lorenzo per vincere il suo decimo titolo mondiale.
Naturalmente anche i media e i social network sono scatenati e riportano i commenti più disparati, da quello del portinaio di Valentino che un giorno l’ha visto mentre dava un calcio al triciclo del bimbo del terzo piano a chi giura che in pista non c’era il vero Marquez, perché l’ha visto sulla spiaggia di Ladispoli a prendere il sole.
Scherzi a parte sono giorni che non si parla d’altro e quindi per evitare equivoci lo dico chiaro che io sto con Valentino, per citare l’hastag ormai diventato virale.
Ma non lo sono in modo fideistico, anche perché onestamente il nostro campione non sempre l’ho apprezzato in passato, per le sue vicende con il fisco italiano e quando per vincere non ha mancato di fare piccoli o grandi sgarbi a rivali come Biaggi, Gibernau e altri.
Oggi sto con Valentino perché nel merito ha ragione.
Ha ragione rispetto a come è stata la dinamica dell’incidente, in cui è ormai chiaro che lui non ha dato un calcio alla moto di Marquez, ma è anzi lo spagnolo che va contro la sua gamba con il casco.
Ha ragione in merito al comportamento del suo avversario, sia nell’ultimo gran premio, che in quello precedente di Philip Island.
Su questo punto il tema non è che Marquez non dovesse combattere strenuamente per la sua posizione, ma quello che non aveva la necessità di farlo, perché era nettamente più veloce, sia in Australia che in Malesia, di Valentino e avrebbe potuto passarlo e lasciarlo indietro.
Invece rallentava dopo averlo superato, per farsi passare e poi ripassarlo, in un gioco che ha avuto l’unico scopo di rallentare Rossi e farlo innervosire.
Una situazione testimoniata anche dall’analisi dei tempi di Marquez nei due gran premi, dove peraltro anche nelle prove aveva dimostrato di avere il passo gara migliore di tutti, e comunque certamente migliore di quello di Rossi.
Prova anche il fatto che in Australia, quando ha deciso che il gioco era finito, è andato a prendere Lorenzo e l’ha passato, probabilmente anche con la complicità del suo connazionale, che proprio all’ultimo giro ha molto diminuito le prestazioni che aveva avuto in tutto il Gran Premio.
Naturalmente Valentino ha sbagliato a cadere nella trappola e quindi la sua mossa di allargare la traiettoria per rallentare Marquez e intimidirlo, a prescindere dalla successiva caduta, è il motivo della sua penalizzazione nel prossimo Gran Premio.
Il fatto che io e molti italiani stiamo con Valentino per un’analisi nel merito della questione è però uno degli aspetti di questa vicenda, che dimostra il diverso approccio che abbiamo verso i nostri connazionali di quello che dimostrano gli stranieri verso i loro.
Il giorno dopo il fattaccio i giornali italiani erano molto cauti nel prendere una posizione a favore di Rossi e anzi hanno preferito criticarlo, perché comunque, anche non avesse scalciato Marquez, cosa che peraltro non escludevano, lo criticavano per essersi fatto irretire da un ragazzino.
I media spagnoli invece non sono entrati nel merito della questione e hanno preso le parti, senza se e senza ma, di Marquez.
Nessun dubbio che potesse avere avuto un comportamento sbagliato e anti sportivo, come nessun rilievo è stato fatto alla bassezza di Lorenzo di chiedere a gran voce una penalizzazione pesante per Rossi, quando lui non era diretto interessato allo scontro.
La questione lo riguarda perché Valentino è suo rivale per la vittoria del Mondiale, ma anche questo non giustifica il suo comportamento, perché un vero campione pensa a vincere sul campo di gara e non auspica l’esclusione dell’avversario dalla contesa.
Senza contare, peraltro, l’aggravante che Rossi è anche suo compagno di team.
Bene ha fatto Lin Jarvis, il capo della Yamaha, a riportare Lorenzo al suo posto, dicendo che non compete a lui decidere o commentare le sanzioni inflitte ai piloti dalla direzione gara.
Neanche su Lorenzo però i giornali e le televisioni spagnole hanno avuto da dire.
Senza un ordine preciso è comunque scattata la difesa campanilistica e indignata dei due piloti connazionali, solo per il fatto di essere spagnoli, aldilà del merito delle questioni.
In Italia è avvenuto l’esatto contrario.
Il fatto che fosse un connazionale implicato nella questione ha da subito fatto pensare che fosse in torto e solo dopo, di fronte all’evidenza delle immagini, è iniziata una sua riabilitazione, anche se non completa.
Si potrebbe dire, e in parte lo credo, che questo sia un pregio dell’informazione e dell’opinione pubblica italiana, che ha capacità di critica senza pregiudizi, ma allo stesso tempo questa vicenda dimostra la tendenza degli italiani di avere come prima reazione nei confronti di un connazionale un atteggiamento perlomeno di scetticismo.
Quanto avvenuto su una pista di motociclismo, spesso lo registriamo in molti altri aspetti della vita sociale ed economica del Paese e diventa un limite quando l’aspetto critico è aprioristica avversione verso ciò che è italiano, sia un’iniziativa politica o un successo personale o del Paese.
Sempre c’è da noi un tentativo più o meno esteso di ridurlo, sminuirlo, dargli motivazioni diverse e magari meno nobili da quelle che hanno determinato il successo, come se l’italiano, prima di avere talento, intuizione, professionalità, sia però corruttore, falsificatore, maneggione.
Purtroppo questa reputazione ce la siamo creata e spesso siamo noi a coltivarla ed è un problema tutto nostro riuscire a scardinarla, eliminando i comportamenti impropri, denunciandoli, divenendo maggiormente uniti come cittadini e come Paese, senza scadere nel bieco nazionalismo, ma essendo più fieri dei nostri successi.
In questo senso, quel sogno risorgimentale di Massimo D’Azeglio, di fare gli italiani una volta fatta l’Italia si può dire che non sia, purtroppo, ancora oggi, del tutto realizzato.

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