16 Gennaio 2026 - 9.46

Quando i boia hanno diritto di veto. L’impotenza morale travestita da diplomazia

Umberto Baldo

C’è una frase che ricorre puntuale, quasi ossessiva, ogni volta che esplode una crisi internazionale e la politica italiana non sa che pesci prendere: “Serve l’intervento dell’Onu”.

E’ diventata una formula liturgica, un mantra laico, pronunciato con aria grave e responsabile.
Peccato che, nella maggior parte dei casi, sia solo un modo elegante per dire una cosa molto semplice: non vogliamo decidere nulla.

Basta fare attenzione alle dichiarazioni dei nostri Demostene quando devono cimentarsi con le difficoltà della nuova geopolitica.
Il richiamo è sempre lo stesso: diplomazia, Unione Europea, Onu. 

Tutte cose in astratto nobili ed auspicabili, per carità, ma che funzionano solo ad una condizione: che tutte le parti abbiano interesse a dialogare.
Una condizione che si infrange, ad esempio, contro i droni ed i missili di Putin.

L’impressione è che questi leader della domenica – che purtroppo abbiamo votato e che decidono per tutti noi – o siano affetti da un’ignoranza abissale in politica internazionale, oppure facciano finta di non sapere una verità elementare:  l’Onu, così come è strutturata, non è un arbitro super partes, ma un organismo politico paralizzato dal diritto di veto delle grandi potenze.

Un meccanismo pensato nel 1945, in un mondo che non esiste più, e che oggi garantisce una cosa sola: nessuna grande crisi viene risolta se tocca gli interessi di chi conta davvero.
L’Onu viene evocata anche per non dire l’altra verità imbarazzante: l’Europa, da sola, sul piano geopolitico non conta praticamente nulla.

Il caso dell’Iran è emblematico, quasi didascalico.
Mentre a Teheran si impiccano giovani dissidenti, si incarcerano donne per una ciocca di capelli, si reprime nel sangue ogni accenno di protesta, c’è chi continua a invocare l’Onu come se fosse una via praticabile.
È evidente che si tratta di una finzione consapevole.

Tutti sanno che Cina e Russia non permetteranno mai una vera condanna del regime degli Ayatollah.
Non per distrazione, non per lentezza burocratica, ma per interesse direttoeconomico e militare (semplificando, petrolio per la Cina e droni per la Russia).

Non dimenticate poi che la Cina perseguita sistematicamente le proprie minoranze: uiguri, tibetani, mongoli. Campi di rieducazione, repressione culturale, controllo totale.
La Russia spedisce i dissidenti in Siberia, li elimina con veleni “accidentali”, li silenzia con processi farsa.

Davvero qualcuno pensa che Pechino e Mosca possano scandalizzarsi per i morti di Teheran?

Per loro l’Iran è utile così com’è.
Un regime teocratico, violento, anti-occidentale, destabilizzante quanto basta. 

Un tassello dello stesso fronte che usa la diplomazia quando conviene e la forza quando serve.
Che governi con il consenso o con il cappio non fa alcuna differenza.
Anzi: il cappio è una garanzia di continuità.

E infatti il veto è assicurato. Sempre.

Ma il dato politicamente più interessante, almeno in Italia, è un altro: chi invoca l’Onu più spesso appartiene ai cosiddetti progressisti.
Non per amore del multilateralismo, ma per paura di prendere posizione.

Attaccare l’Iran significa rischiare di sembrare filo-americani.
Condannare senza attenuanti quella “cricca” teocratica significa rischiare di sembrare filo-israeliani.
Dire che un regime assassino è un regime assassino significa, orrore supremo, rischiare di finire nello stesso campo di Trump, dell’Occidente, del “blocco sbagliato”.

E allora meglio rifugiarsi nella nebbia delle parole: dialogo, moderazione, de-escalation, Onu.

È un progressismo che ha perso il coraggio della realtà.
Un progressismo che ha trasformato i diritti umani in una variabile ideologica: si difendono solo se non disturbano la propria narrazione identitaria.
Se il carnefice è anti-occidentale – Hamas docet – si abbassa lo sguardo.
Se la vittima rischia di farci “stare dalla parte sbagliata”, si invoca una procedura.

E no, non è vero che condannare l’Iran significhi assolvere qualcun altro.
La possibilità di condannare più carnefici contemporaneamente sembra essere diventata troppo complessa per una politica ridotta a tifo.

Il paradosso è tragico: chi si proclama paladino dei diritti umani finisce per proteggere, di fatto, i regimi che li calpestanopurché non siano allineati con Washington o Bruxelles.

Nel frattempo, mentre si attendono risoluzioni dell’Onu che non passeranno mai, in Iran si muore davvero.  Non metaforicamente. Non simbolicamente.
Si muore impiccati, fucilati, torturati.

Ma con la copertura morale dell’impotenza internazionale, che rende tutto più sopportabile per le coscienze occidentali.

Forse sarebbe il caso di dirlo senza ipocrisie: l’Onu non è il problema.
Il problema è chi la usa come alibi per non scegliere.

Perché quando i boia hanno diritto di veto, invocare l’Onu non è neutralità.
È complicità passiva, travestita da prudenza.

E la storia, prima o poi, presenta sempre il conto.

Umberto Baldo

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