Piazze piene per Gaza, silenzio per Teheran. Femminismo a giorni alterni, libertà a senso unico

Umberto Baldo
C’è un silenzio che pesa più delle urla.
Non è il silenzio imposto dalla censura, ma quello scelto, comodamente, da chi fino a ieri affollava le piazze con bandiere, slogan e superiorità morale incorporata.
Le piazze oggi sono vuote.
E no, non è colpa del freddo, delle allerte meteo o dell’inverno rigido.
Quelle sono scuse buone per i telegiornali pigri.
Quando l’indignazione è autentica, il gelo non ferma nessuno. Lo abbiamo visto per mesi.
La domanda vera è un’altra: dov’è finito il popolo della protesta permanente?
E ancora: Dove sono finiti i professionisti dell’indignazione? Dove è finito Landini che ha avuto il coraggio di affermare che Maduro è stato eletto dal “popolo venezuelano” quando il dittatore non ha mai reso noti i risultati dele urne?
Dove si sono nascosti i professionisti dello sdegno globale, quelli che sfilavano “per la pace” con puntualità svizzera, che bloccavano strade, università e coscienze altrui in nome dei diritti umani?
Perché mentre le piazze occidentali dormono, in Iran si muore.
Perché mentre Gaza continua a occupare ogni centimetro morale del dibattito pubblico, in Iran si fanno migliaia di morti e si uccidono i feriti negli ospedali.
Si muore per strada, si muore per aver chiesto libertà, si muore per aver sfidato un potere teocratico che non tollera dissenso, guidato dagli ayatollah e armato dai Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, che di rivoluzionario hanno solo la ferocia.
Si muore davvero, non metaforicamente.
Si muore per aver gridato “Donna, vita, libertà”, per aver tolto il velo, per aver detto no a un potere teocratico che governa con la paura, con la fame e con il manganello degli scherano del regime.
Lì non c’è un conflitto geopolitico da semplificare a colpi di hashtag.
C’è un regime che spara sui suoi cittadini. Punto.
Eppure, su Teheran cala un silenzio imbarazzato.
Un silenzio che non è distrazione, ma selezione.
Perché indignarsi contro una dittatura islamica non porta like, non consolida appartenenze, non rafforza narrative già pronte.
Per mesi abbiamo assistito a cortei “per Gaza” in cui conviveva di tutto: il pacifismo a senso unico, l’odio travestito da antisionismo, la solita avversione ideologica verso Israele e Stati Uniti, e una folla in buona fede, mossa da autentica pietà umanitaria.
Ma proprio a questi ultimi va rivolta la domanda più scomoda: perché qui vi fermate?
Perché la vostra bussola morale smette di funzionare quando i carnefici non sono catalogabili come “occidentali”?
Perché i morti iraniani non meritano uno striscione?
La verità è brutale e semplice: in Italia non esiste un pacifismo indipendente.
Esiste un pacifismo telecomandato, eterodiretto, politicamente addomesticato.
l risultato è sotto gli occhi di tutti: un’opinione pubblica plasmata dai social, superficiale, omologata, incapace di pensiero critico. Una massa convinta di sapere tutto perché ha letto poco, educata più agli slogan che allo studio, più all’indignazione riflessa che alla conoscenza. Una cultura impoverita, appiattita da mode ideologiche e anestetizzata dall’illusione che basti un algoritmo – o un’IA – a sostituire il ragionamento.
Quindi se non c’è un partito, un’area, un interesse a spingere, la protesta non nasce. E se nasce, muore subito.
Ci riempiamo la bocca con la “società civile”, ma senza il timbro politico non muoviamo un passo.
Denunciamo la politica come corrotta, poi aspettiamo che sia lei a dirci quando indignarci e contro chi.
E così succede l’assurdo: davanti allo stesso crimine cambiamo reazione in base al colpevole.
Se non riusciamo a liberarci delle nostre casacche ideologiche nemmeno di fronte ai diritti umani calpestati, allora smettiamola di raccontarci che siamo migliori.
Il ruolo dei social ha fatto il resto: opinioni prefabbricate, indignazioni di massa, conoscenza superficiale scambiata per consapevolezza.
Una miscela perfetta per una coscienza collettiva pigra, omologata, incapace di andare controcorrente.
Ecco perché certe battaglie non partono.
Non perché manchino le ingiustizie, ma perché manca l’interesse politico a farle partire.
Le piazze vuote lo dimostrano.
Per questo suona tremendamente centrata la stoccata di Anna Paola Concia: “Greta Thunberg ti aspettano in Iran le tue coetanee che si stanno facendo ammazzare per la libertà.”
Una frase che brucia, perché mette a nudo l’ipocrisia di un attivismo a geometria variabile: iperattivo dove conviene, muto dove disturba.
E allora la domanda finale è inevitabile: dove sono le nostre paladine dei diritti delle donne?
Dove sono le femministe col ditino alzato sempre pronte a denunciare il patriarcato, ma stranamente distratte quando il patriarcato è armato, teocratico e sponsorizzato dagli ayatollah.
Dove sono, mentre in Iran le donne vengono incarcerate, picchiate, uccise?
Forse anche qui il silenzio è una scelta.
E quando il silenzio diventa selettivo, non è più neutralità: è complicità.
Umberto Baldo
















